La vicenda di Lucca, il sistema svedese e la scuola italiana

La vicenda degli studenti scagliatisi contro il professore di Lucca con la pretesa di un sei lascia a bocca spalancata solo coloro che non sanno, che non vogliono vedere o che dalla scuola italiana mancano da troppi anni per ricordare. Ho già scritto in passato di un’altra scuola, quella svedese, caratterizzata da grossi limiti per quanto riguarda i contenuti della didattica, ma assolutamente invidiabile per quanto riguarda il welfare (nonostante il suo progressivo declino), ma soprattutto per la qualità “distesa”, non coercitiva e tollerante degli ambienti pedagogici nonché per la sostanziale orizzontalità del rapporto docente-studente. Alla luce di ciò e della mia esperienza diretta (come insegnante) in quel tipo di scuola, mi sono chiesto se una simile vicenda sarebbe potuta accadere in una scuola svedese. Ho cercato notizie simili sui media svedesi e non le ho trovate. Ho chiesto ad amici svedesi. La risposta è negativa. Ho cercato alcuni dati per paragonare i due Paesi. Non esistono studi transnazionali che paragonino il livello di stress dei docenti, ma ne ho trovato uno relativo ai docenti italiani: il 24% degli insegnanti soffrono di esaurimento emotivo di livello medio, il 20% di esaurimento emotivo di livello alto (totale 44%). Un altro studio, questa volta relativo alla Svezia, non si basa sulla distinzione esaurimento medio-esaurimento alto, ma su una generica definizione di “stress”. Secondo questo studio solo il 24% degli insegnanti svedesi si considerano “stressati”. Per fornire un’ulteriore figura che potrebbe aiutarci a sondare le differenze, e ipotizzare quanto l’ambiente incida su queste differenze (sebbene correlazione non implica causalità), ho trovato un’altro studio relativo al bullismo: la Svezia è il Paese con la più bassa percentuale di bullismo nelle scuole (8.6% bullismo “maschile”, 4.8% bullismo femminile).(Fonte Craig et al. (2009. 202.056 adolescents involved).

Tornando all’Italia, la psicologa Arianna Ditta in una sua ricerca individua le cause degli alti  livelli di stress dei docenti in fattori quali “ritmi [accelerati], risorse esigue, continui cambiamenti normativi, retribuzione inadeguata e/o insufficiente riconoscimento professionale, pregiudizi sul lavoro docente”. Non a caso, dove la qualità dell’ambiente (professionale e pedagogico) è più “alta” (e cioè il salario dei docenti più soddisfacente, le classi meno numerose, le regole più ragionevol e democraticamente decise  e le risorse abbondanti) i livelli di stress crollano “magicamente”. La vicenda di Lucca non può essere attribuita a mera “maleducazione” dei singoli, ma è un fatto strutturale, ambientale, di cui, come in una prigione, studenti ed insegnanti sono egualmente vittime.

A tal proposito, Alessandro Buttitta sul suo blog solleva una giusta polemica che parte da un fatto, su cui è piuttosto facile essere d’accordo: la scuola, e nello specifico la scuola pubblica, è stata progressivamente svuotata della sua funzione sociale: il mercato del lavoro è diventato più “flessibile” e complesso, e la scuola è rimasta totalmente sganciata da questo cambiamento. Quello su cui però non possiamo essere d’accordo, è l’idea che per migliorare le cose bisogna cambiare la scuola adattandola alle esigenze del mercato (che è del resto quello che l’Alternanza Scuola-Lavoro ha tentato di fare, col beneplacito dei padroni). 

La scuola non è più un luogo di formazione e di crescita. Vero. Ma farlo tornare ad essere tale (ammesso che lo sia mai stato) non significa asservire l’istituzione scolastica al mercato del lavoro il quale, a sua volta, non è un luogo di formazione e di crescita, ma di sfruttamento. La sfida dell’educazione è una delle più importanti sfide dell’essere umano sin dalla notte dei tempi, non esistono formule facili, ma la soluzione non sta nell’attuale “scuola-carcere”, ma nemmeno in una scuola che ripudi “l’inutile” (chi decide cos’è utile?), passivamente orientata ai bisogni padronali e al mondo del lavoro salariato (detto tra parentesi, questa seconda opzione, come la “Buona Scuola” dimostra, non implica un “allentamento” della “vecchia” disciplina scolastica, ma è perfettamente compatibile con la “scuola-carcere”, così si ottiene un sistema mostruoso che prendere il “peggio” del vecchio e il peggio del nuovo: la disciplina e l’addisciplinamento non cessano mai di giocare un ruolo fondamentale).


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Il merito della polemica di Buttitta, resta tuttavia quello di evidenziare, a dispetto delle soluzioni che si hanno in mente, il necessario e imprescindibile legame tra scuola e sistema socio-economico. L’argomento di Buttitta può essere così usato per contraddire se stesso: quando qualcuno dirà di “modernizzare” la scuola per farla stare al passo col mercato e con l’economia, si potrà rispondere invitando a posare lo sguardo su che razza di idea di vita hanno in mente il mercato e l’economia. Senza dimenticare che il cambiamento (anche per la scuola) passerà per il rivoluzionario e radicale mutamento di quest’ultima. Una simile rottura libererà l’educazione dalle catene dell’utile del mercato e l’etica scolastica dalla catene della disciplina e della rispettabilità borghese.

Articolo di Matteo Iammarrone.

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