1968 -1978: non fu che l’inizio – prima parte

Foto principale: sciopero alla Renault di Boulogne – Billancourt/Gerald Bloncourt. Archivi di strada

A 50 anni dal Maggio francese pubblichiamo la traduzione di un testo inedito di Daniel Bensaid, scritto a 10 anni dal movimento, che analizza i suoi limiti e le sue prospettive.

 

                                                                                                               Osserva la strada, è sufficientemente curiosa,

                                                                                                               sufficientemente equivoca, sufficientemente

                                                                                                               sorvegliata e per tanto sarà vostra ed è magnifica       

                                                                                                               André Breton, 1953

 

Contro tutti coloro che dubitarono del socialismo e persero la speranza nella classe operaia, il Maggio del 68 fu in principio la conferma dell’attualità e della possibilità della rivoluzione nei paesi capitalisti sviluppati, la riconferma del ruolo dirigente della classe operaia.

In effetti, l’ampia espansione economica del dopoguerra aveva nutrito durante circa vent’anni tutte le espressioni ideologiche della collaborazione di classe. I sociologi del momento promisero la crescita illimitata, la prosperità eterna e la riconciliazione delle classi sociali nella ripartizione equa del benessere.

Nessun dubbio quindi per quanto riguarda la crescita zero, nessuna preoccupazione ecologica, nessuna crisi di civiltà. I dirigenti riformisti del movimento operaio risposero in eco che la classe operaia non aveva da perdere che le proprie catene e che il progresso sociale avrebbe seguito il suo gentile percorso di democrazia avanzata in una democrazia rinnovata di elezioni presidenziali nelle elezioni legislative: Marx al museo dell’antiquariato!

Lo sciopero generale più grande della storia: sproporzioni tra la forza e i suoi risultati

Per gli osservatori superficiali, affascinati dal lavoro parlamentare, le barricate studentesche e lo sciopero generale furono, pertanto, come un fulmine a ciel sereno.

Appena alcune settimane prima degli scontri, Viansson-Ponté pubblicò in primo piano su Monde un articolo intitolato La Francia si  annoia.

Più attenti ai “sintomi febbrili” che arrivano dal profondo, i partiti e il governo avrebbero dovuto percepire le trasformazioni molecolari che, dopo gli scioperi di Saint-Nazaire e della Rodhia [1], portarono i proletari a scontrarsi violentemente con la polizia; avrebbero dovuto capire che qualcosa stava cambiando nella testa di quegli studenti che, se fino al giorno prima temevano le macanas, ora tutto d’un tratto resistevano ai moschettoni delle guardie mobili e cominciavano a far parlare i muri delle loro università.

Questo profondo divorzio tra l’immobilità della vita politica e l’improvvisa effervescenza sociale ebbe delle conseguenze.

Spiega, da un lato, la sorpresa e lo smarrimento dei ministeri e degli apparati. Ma chiarisce anche la sproporzione, a prima vista scioccante, tra l’ampiezza del movimento (lo sciopero generale più massiccio della storia) e la modestia dei risultati: espansione dei diritti sindacali, aumento dei salari e graduale ritorno alle 40 ore negli anni ’80 … Con le dovute proporzioni, gli accordi di Grenelle del 1968 sono più poveri di quelli di Matignon del 1936. [2]

La Sorbona occupata Foto: MP/Portfolio/Leemage

La sproporzione non fece altro che evidenziare ancora di più la distanza tra la potenza e la combattività da un lato, e il debole livello di coscienza ed esperienza politica dall’altro.

Inoltre lo sciopero non fu diretto né centralizzato dai leader sindacali, che hanno invece mantenuto il controllo per atomizzarlo ed utilizzarlo meglio. Salvo alcune rare eccezioni, mancò il fermento dei militanti di base temprati in grandi lotte: dopo la Liberazione, a parte gli scioperi del 1953 nella Funzione pubblica e quelli dei minatori nel 1963, ci furono più rassegnazioni che lotte, più sconfitte che vittorie e una pesante discontinuità nelle generazioni militanti. [3]

Meravigliati e sorpresi per il loro numero e la scoperta della loro forza, gli scioperanti del ’68 furono incapaci di utilizzarla. Naturalmente, è necessario indicare i primi responsabili del fallimento per cui uno sciopero di 10 milioni di lavoratori, durato tre settimane, si è poi risolto con gli Accordi di Grenelle e una rielezione a giugno dell’Assemblea più reazionaria dal dopoguerra.

I responsabili del tradimento di Grenelle e del tradimento elettorale sono i leader politici e sindacali del movimento operaio. Ma il problema che dobbiamo sollevare va ben oltre: perché un tradimento così scandaloso e vergognoso ha causato così poche rotture e ricadute nella stessa classe lavoratrice? Perché questi dialoghi impossibili sui muri di Renault o di Citroen [4], mentre l’anno successivo in Italia i lavoratori della Fiat hanno aperto le loro porte agli studenti?

È il risultato combinato, ed è necessario ripeterlo, dello stretto controllo degli apparati, ma anche del debole livello di coscienza in quell’immensa forza improvvisamente rivelatasi a se stessa.

Una grande forza senza una struttura democratica

Pensiamoci. Dieci milioni di scioperanti, tre settimane di lotta…e tuttavia i delegati eletti, i comitati di sciopero responsabili dell’assemblea dei lavoratori non smisero di essere l’eccezione.

Gli esempi avanzati di auto-organizzazione furono a tal punto eccezionali che ancora se li ricordano: l’organizzazione democratica dello sciopero in Sanclay, la presa delle forniture di approvvigionamento e dei trasporti in mano ai sindacati a Nantes.

Praticamente non ci fu nessuna messa in marcia delle macchine al servizio della lotta: si parlò a proposito di questa questione della CSF di Brest senza mai essere in grado di confermare concretamente le informazioni. Nelle caserme è noto un solo volantino, anche esemplare: quello dei soldati RIMCA di Mutzig che hanno espresso solidarietà verso gli scioperanti.

Infine, mentre la partecipazione specifica delle donne è una caratteristica di tutte le grandi rivoluzioni popolari (1789, 1848, 1871, 1917 …), l’ascesa del femminismo apparse solo come un effetto ritardato nel ’68 senza poter citare iniziative autonome di donne a maggio e a giugno dello stesso anno.

Canalizzata dalle sue direzioni al tavolo dei negoziati (la CGT e la CFDT si accontentarono di prendere atto dello sciopero generale senza mai dichiararlo!), lo sciopero generale fluttuò in una ambiguità permanente, a metà strada tra lo sciopero politico e lo sciopero di protesta, senza definire chiaramente né un obiettivo politico né una piattaforma di rivendicazioni sulla quale concentrarsi e centralizzarsi fino alla vittoria.

Il 13 maggio lo sciopero generale fu organizzato dai centri sindacali in solidarietà con gli studenti. Lo slogan dominante, “dieci anni sono più che sufficienti”, esprimeva la volontà di rompere con il regime gaullista e di disegnare il percorso di un nuovo sciopero politico. Ma le direzioni riformiste non vollero sentir parlare di uno sciopero politico che avrebbe portato alla dissoluzione dell’Assemblea e alla formazione di un governo di partiti operai.

Quando questo processo fu ostacolato dalle sue stesse direzioni i lavoratori, frustrati, tornarono alle loro rivendicazioni dopo lo scoppio dello sciopero nella Sud-Aviation Bouguenais il 17 maggio: dopo la richiesta di uno sciopero generale per le direzioni, questo fu scatenato dalla base.

Ma nella maggior parte delle imprese, si auspicava la caduta del regime come quella di un frutto maturo, senza cioè fissarla veramente come obiettivo e lasciando ai dirigenti sindacali il compito di gestire le petizioni.

Di conseguenza quegli scioperi senza uno slogan preciso e senza auto organizzazione tornarono facilmente nelle mani delle direzioni. Vediamo oggi le immagini girate in quell’epoca: quell’assemblea degli operai di Billancourt dopo il discorso di De Gaulle del 30 maggio, quei volti chiusi e scettici, amari e impotenti, già sconfitti senza sapere come combattere.

 

Lavoratori della fabbrica Citroen in Place Balard a Parigi votano per estendere lo sciopero il 24 di maggio del 1968/Foto: AFP

Note

1. Ci si riferisce allo sciopero dei lavoratori tessili di Rhodiaceta e del cantiere navale di Saint-Nazaire nel 1967, che furono precursori del Maggio del ’68 e che generarono processi di solidarietà popolare e studentesca. Puoi consultare un breve video qui.

2. Gli accordi di Grenelle, firmati il 27 maggio del 1968, offrivano, tra le altre cose, un aumento salariale del 7% e le 40 ore settimanali. Ottenute queste concessioni, Georges Pompidou, primo ministro del governo di De Gaulle, cercò di liquidare lo sciopero. Tuttavia, respinta la sua posizione da buona parte della base, lo sciopero continuò almeno fino al 30 maggio, quando l’Assemblea Nazionale fu sciolta da De Gaulle. Gli accordi di Matignon furono firmati nel giugno del 1936 con l’allora Fronte Popolare di Leon Blum nel governo. Oltre a maggiori aumenti salariali, questi accordi formalizzarono la libertà di associazione sindacale all’interno dei luoghi di lavoro.

3. Importanti lotte prima del 68. Nello sciopero minerario del 1963 è possibile vedere il documentario di Louis Daquin La Grande Greve des mineurs (Il grande sciopero dei minatori): disponibile qui.

4. Nel documentario di William Klein sul movimento, Grands soirs et petits matins (Grandi pomeriggi e piccolo mattine), è possibile osservare questo evento. Minuto 1: 17;47: un operaio sul muro della Citroen parla con un megafono – “Intendiamo assieme agli operai in lotta per le loro rivendicazioni, dirigere il nostro sciopero e respingere qualsiasi interferenza esterna” – mentre una folla di studenti cerca di convincere gli scioperanti a non lasciare la fabbrica. Lo trovi online, qui.

Traduzione di Azimuth

Articolo originale: http://www.izquierdadiario.es/1968-1978-No-fue-mas-que-un-inicio?id_rubrique=2653

 

 

Lascia un commento

Please enter your name.
Please enter comment.

1 2 3 4 5