Podemos, la villa da 660 mila euro e il sogno della classe media

Pablo Iglesias e Irene Montero, la coppia che oggi guida la formazione viola, hanno acquistato una casa da 660 mila euro (con un mutuo di 30 anni) nella graziosa zona di Galapagar. La notizia, rivelata il mercoledì scorso dall’esecrabile Eduardo Inda [giornalista reazionario spagnolo, ndt], ha destato una polemica che oggi occupa le prime pagine di tutta la stampa spagnola.

Nel tentativo di tirarsi fuori dal pantano, il segretario generale di Podemos e Irene Montero, portavoce del gruppo parlamentare oltre che partner di Iglesias, hanno convocato d’urgenza una conferenza stampa nella quale hanno annunciato che i loro incarichi saranno oggetto di un plebiscito. Il seguito sarò il seguente: “Credete che Pablo Iglesias e Irene Montero debbano continuare a mantenere i propri ruoli di segretario generale e di portavoce di Podemos?” Gli iscritti di Podemos dovranno rispondere con “Sì, devono continuare” o “No, devono dimettersi e abbandonare il posto in parlamento”. La restituzione della villa non è proprio contemplata.

Come c’era da aspettarsi, la destra marcia e corrotta sta usando lo scandalo per gettare fango su Podemos, mentre la coppia è assalita dai paparazzi e i neonazisti di Vox appendono striscioni xenofobi di fronte alla villa. Le critiche non arrivano però solo da destra, non sono nemmeno quelle dal carattere più sanguigno. A sentirsi truffati, arrabbiati o demoralizzati (o una combinazione delle tre) sono i militanti di base di Podemos e ancora di più i suoi elettori, che guardano con impotenza e stupefazione un gesto che in qualche maniera li “rappresenta”.

Gesto politico e contenuto sociale

I processi di metamorfosi politica per i quali i dirigenti delle classi subalterne passano al campo della classe dominante sono un fenomeno proprio della politica borghese. Gramsci identificava questo fenomeno con il concetto di “trasformismo”.

Nei suoi scritti sul Risorgimento distingueva due momenti: il trasformismo “molecolare”, che opera quando “le singole personalità politiche elaborate dai partiti democratici d’opposizione si incorporano singolarmente nella «classe politica» conservatrice-moderata”, e il “trasformismo di interi gruppi di estrema che passano al campo moderato”. Il caso di Iglesias corrisponde alla prima definizione.

Podemos si formò nel 2014 attorno a un discorso incentrato sulla denuncia alla “casta politica”. Quando i suoi deputati arrivarono per la prima volta al parlamento, annunciarono che la “gente comune” e la “plebaglia” stava entrando nelle istituzioni. Pablo Iglesias si è costruito un’immagine pubblica di “ragazzo della porta accanto” del quartiere popolare di Vallecas [a Madrid], professore precario vestito con abiti comprati all’Auchan e critico dei politici “yuppie” che si “isolano in una villa”. Questa immagine, a momenti sovradimensionata come strategia di marketing politico, ha rappresentato buona parte del suo capitale politico. Emmanuel Rodríguez, in una acido pezzo d’opinione pubblicato su CTXT chiede però “che cosa resta del vecchio Pablo Iglesias?” e la risposta è “nulla, o forse la sensazione che era tutta una menzogna.”

Anche se Iglesias è sempre stato promotore di una strategia gradualista (riflesso del suo scetticismo nei confronti un qualsiasi cambiamento radicale delle relazioni sociali imperanti), in poco meno di quattro anni è passato dall’essere il “fustigatore della casta”, il giovane irriverente, rappresentante di “quelli in basso” e con un programma almeno tiepidamente redistributivo (anche se lontano da un programma anticapitalista che metta fine a disoccupazione, miseria e precarietà), a mostrarsi come un politico che sente propria la ragion di Stato, che promette di essere un buon amministratore degli affari dei capitalisti e un fedele difensore della democrazia liberale del ’78 (inclusa la negazione dei diritti democratici elementari ai catalani). Insomma, un epìtome di una nuova casta “di sinistra”. Che però è espressione non solo del programma, ma anche delle aspirazioni, dei gesti, delle ambizioni… e anche dei privilegi della classe media agiata. Questo è il contenuto politico e sociale che condensa il gesto di comprare una casa di 660 mila euro in una zona riservata ai ricchi… per “costruire un progetto di vita”. Non è forse questo il sogno della classe media “benestante”, che fa progetti per il futuro in un paese che ha superato la “catastrofe” economica e può pensare alla “stabilità” per più di tre decenni?

Il trasformismo di Iglesias è senz’altro della medesima sostanza del suo partito (il secondo momento della tassonomia di Gramsci). Anche se nessuno può accusare Podemos di essere mai stato un “gruppo estremista”, si è rapidamente trasformata in una formazione ogni volta più ancorata alle posizioni istituzionali dello Stato capitalista e più lontane dalla vite della classe lavoratrice e del popolo.

Per questo, l’acquisto della villa di Iglesias e Montero, può intendersi anche come parte della deriva politica conservatrice di Podemos. Il discorso “anticatastrofista” di Errejón [delfino di Iglesias, ndt], rivendicando i venti favorevoli della ripresa economica, “ordine” e normalità istituzionale, è complementare con un discorso che rivendica in astratto il diritto al “vivere bene” e consumare come la classe media agiata. Ed è astratto perché il sistema capitalista nega questa buona vita alla maggioranza della popolazione lavoratrice.

Iglesias e Montero hanno spiegato che pagheranno la casa a rate in 30 anni, aiutati dai risparmi di famiglia e dalle proprie entrate, e che sono diversi dai politici corrotti che si sono arricchiti grazie al furto di soldi pubblici. Questo è chiaro, però anche così quel che crea malessere agli elettori di Podemos è che la “gente comune”, o più precisamente la maggioranza dei lavoratori, non può permettersi nemmeno il sogno di pagare rate da quasi 2 mila euro al mese per una casa nelle zone dove vivono i ricchi.

A esporre ancora più chiaramente questa storiella per le classi medie che aspirano alla prosperità, è stato Pablo Echenique. Per l’attuale segretario dell’organizzazione di Podemos è “normale” che Iglesias e Montero abbiano comprato una villa da 660 mila euro. “È qualcosa che hanno fatto anche molte altre famiglie spagnole” ha dichiarato a una radio. L’idea di una “classe media decente” che abbia ” un buon stipendio e una buona casa e il desiderio di un paese migliore in cui nessuno se la passi male” (Echenique) è il culmine di questa storia.

Messe così le cose, la “normalità” è che molti associano il trasloco da Vallecas a Galapagar con il trasloco della casta socialista a inizio anni ’80, comprando case a Pozuelo o Las Rosas, e associano la villa all’emblema di un partito che abbracciava il consumismo delle classi medie agiate. Non si sbagliano.

La decisione di Montero e Iglesias si scontra con un panorama sociale dove la crisi non è “passata” per tutti; per la gran parte dei lavoratori spagnoli ha portato più precarietà, contratti a tempo, riduzioni salariali, mutui con tassi da usurai che hanno consumato le famiglie o l’instabilità. Questo senza menzionare le centinaia di migliaia che hanno perso la propria casa e adesso lottano mese per mese contro l’aumento degli affitti, o i giovani che anche con “due master” non riescono lasciare la casa dei genitori perché i soldi non bastano.

In questo contesto, che i due principali dirigenti di un partito che si vanta di “rappresentare” i puniti dalla crisi comprino una casa di 2000 metri quadrati per vivere come i ricchi e privilegiati, non solo sembra una truffa. Lo è.

Bonapartismo e “piccola politica”

Analisti di ogni tipo e colore sostengono quanto sia assurdo la consultazione con gli iscritti di Podemos sopra l’acquisto della villa, attraverso un quesito che dice “o ci riconfermate o ce ne andiamo”. Quando Iglesias e Montero decidono di trasformare l’acquisto della casa in un referendum personale non cadono in nessuna trappola della destra, sono essi stessi a convertire il proprio partito in un macchinario al servizio della legittimazione delle proprie ambizioni personali. Un nuovo gesto bonapartista del leader moderato. Non per nulla l’uso del plebiscito è stato un segno distintivo di Iglesias sin dagli inizi di Podemos.

Non è esagerato confrontare la coppia con il matrimonio Kirchner, una coppia che in quanto frazione del principale partito borghese in Argentina, il peronismo, e in quanto parte di una casta politica argentina, si è arricchita prima durante la dittatura e in un decennio il suo patrimonio è passato da 7 milioni di dollari [argentini] a 82. Bene, di queste persone Iglesias dice meraviglie, come quando durante una sua recente visita in Argentina ha rivendicato le “radici peroniste di Podemos” ed è rimasto impressionato dalla “personalità” e “dimensione della leadership” di Cristina Kirchner.

Con esempi del genere, Podemos non deve lamentarsi se le critiche della propria base, e non già dei suoi avversari, sono demolitrici. Però ogni volta che viene fuori uno scandalo, la risposta preferita di Pablo Iglesias (come in generale dei riformisti, specialmente quelli che tendono al bonapartismo) è quella di identificare una qualsiasi critica come un attacco che “fa il gioco della destra”. Un meccanismo di vittimizzazione che non solo tratta come imbecilli l’opinione pubblica e (ancor di più) i propri militanti, ma rivela un’infinita capacità di identificare i propri interessi con quelli comuni. Una cattiva abitudine liberale di cui si nutre la sinistra volgare in generale e Podemos in particolare. “Non lasciatela tanto facile ai potenti”, urla Monedero. Però chi più ha reso facili le cose ai potenti, non da ora ma da tempo, è stata Podemos.

“La politica riserva i suoi assi nella manica per questioni importanti e non per una piccola ‘crisi del mattone’ particolare che riguarda solo due persone. Ciò che gli adulatori chiamano coraggio è una grande irresponsabilità che trasferisce al partito una banalità mascherata da trascendenza e che intende convertire imprudentemente gli iscritti di Podemos in giudici della rettitudine, se non in garanti ipotecari”, sottolinea Juan Carlos Escudier in un articolo di Público.

Poco tempo fa abbiamo scritto che Podemos è un partito fatto per la “piccola politica”, nel senso gramsciano del termine. La politica parlamentare, fatta di galoppini e intrighi di palazzo, si pone in evidente contrasto rispetto a una “grande politica”, che vuole distruggere l’ordine esistente per conquistarne uno nuovo. Però la realtà non smette di sorprenderci. L’affaire Galapagar ha  portato il “rimpicciolimento” della politica di Podemos fino al parossismo.

Podemos, crisi e opportunità

Il plebiscito che comincia questo martedì (e che durerà fino a domenica) risulterà quasi sicuramente nella legittimazione del leader e delle sue decisioni. Ma da qui non si torna più indietro. Una volta attraversato il Rubicone plebiscitario, la strada verso una maggiore giustificazione di tutti i privilegi è segnata. Podemos è arrivata al punto in cui dichiarierà, tramite esito referendario, di essere il partito delle classi medie “decenti” che “vivono bene”. Una ulteriore conferma, nel caso fosse necessaria, del rifiuto di una qualsiasi prospettiva di cambio profondo. Perché giustamente questi settori sociali cercano “ordine”, “stabilità” e “proprietà”, anche se la metà della popolazione muore di disgusto… almeno per i prossimi 30 anni.

La vecchia battuta usata dalla destra contro la sinistra, “a 20 anni estremista, a 40 imprenditore”, può assumere una nuova forma popolare: “a 20 anni attivista universitario, a 30 deputato di Podemos, padre di famiglia e residente a Galapagar”. Il caso può ben essere la comunione di Un requiem per Podemos.

Non si può scartare l’eventualità che la crisi di Podemos dia luogo a un momento di demoralizzazione. Ma allo stesso tempo, il consolidamento del bonapartismo riformista e classemediario di Podemos crea le condizioni affinché sorga una nuova ipotesi. È lì che sta la sfida. Costruire una sinistra diversa, che sia della classe lavoratrice, delle donne e della gioventù. Una sinistra orgogliosamente di classe, anticapitalista, combattiva e rivoluzionaria.

Diego Lotito per Izquierda Diario
Tradotto da Gabriele Bertoncelli

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