NO agli inceneritori di Colleferro: la battaglia non finisce qui

Primo giugno, davanti alla Regione Lazio si discutono, in un’atmosfera alquanto caotica, gli ordini del giorno in occasione del consiglio regionale. Dietro alla vetrata da cui chiunque può assistere al consiglio un gruppo di cittadini di Colleferro si alza in piedi mostrando, a caratteri grandi, la scritta “RIFIUTIAMOLI”. Si tratta di un gruppo attivo contro la ristrutturazione degli inceneritori a Colleferro, chiamato appunto Rifiutiamoli.

Questo gesto di protesta, che muove verso una ricerca d’attenzione da parte delle istituzioni, non è l’unico. Da più di 200 giorni infatti va avanti un presidio permanente davanti ai cancelli degli inceneritori di Colleferro, in quanto la Regione ha aperto un bando con l’intento di vendere le strutture ad aziende private che si occupino della ristrutturazione dell’impianto di smaltimento rifiuti. La Regione ha infatti intenzione di cedere integralmente tutte le sue quote azionarie all’interno di Lazio Ambiente Spa, per un valore di base d’asta superiore ai 28 milioni di euro. Sarà quindi dismesso quel 60% detenuto dalla Regione e il 40% di Ama, all’interno di Ep. Sistemi (società che gestisce una delle due ciminiere). Un bando di gara europeo, la cui scadenza per la presentazione delle offerte è fissata per il 6 giugno 2018 con apertura delle buste il 28 giugno.

 

 

La Valle del Sacco, la valle dei veleni
Il “revamping”, ovvero la ristrutturazione con messa in funzione degli inceneritori, avrà un impatto ambientale non indifferente e i primi a pagarne le conseguenze saranno i cittadini che respirano l’aria della Valle del Sacco. Per di più quest’area, una delle zone più inquinate d’Italia, si trascina una storia travagliata a causa di rifiuti industriali e non solo. A Colleferro è nata prima l’industria, l’azienda chimica Bpd che si insediò nel 1912, poi vennero le case degli operai trasferitisi per lavorare. Le industrie chimiche come la Snia, la Caffaro, quelle belliche come Avio, specializzata nel settore militare e aerospaziale e in seguito anche i rifiuti, hanno sempre segnato la vita dei cittadini di questo comune a poche decine di chilometri a sud di Roma.

Nei primi anni ’90 vengono ritrovati dei fusti contenenti i rifiuti tossici delle lavorazioni delle aziende chimiche sotterrati nell’area industriale. Un altro scandalo arriva nel 2005, quando viene registrata la presenza di Beta-esaclorocicloesano (sottoprodotto di un potente insetticida) nel latte prodotto negli allevamenti della Valle. La concentrazione è superiore di trenta volte ai limiti previsti per legge: scatta l’emergenza ambientale e vengono chiuse le attività agricole e i pascoli che sorgono nei pressi del fiume Sacco per una lunghezza di circa ottanta chilometri. Successivamente, un’analisi epidemiologica descrive una popolazione contaminata in maniera cronica. Nel 2007 le indagini portate avanti dalla Procura di Velletri portano ad iscrivere quattro persone nel registro degli indagati. Come leggiamo in uno studio epidemiologico dello stesso anno “l’area di Colleferro, Segni, Gavignano presenta nel suo complesso un quadro di mortalità e morbosità peggiore nel Lazio”.

Cent’anni di attività industriale, accompagnata da una più recente “indigestione” di rifiuti, hanno irrimediabilmente compromesso la salute dei cittadini e l’ambiente. Alla fine del secolo scorso, infatti, arrivano anche i rifiuti. Prima con la discarica di Colle Fagiolara, a ridosso dell’area protetta del Monumento naturale della Selva di Paliano. Poi con la realizzazione di due linee di incenerimento gestite da Gaiagest Srl, i cui camini svettano nel centro abitato. Ovviamente anche la storia degli inceneritori è tutt’altro che “a norma”. Nel marzo 2009 l’intero impianto viene sequestrato su richiesta della Procura di Velletri. Il sospetto è che nei forni dell’impianto ci finisse di tutto e che i sistemi di rilevazione delle emissioni fossero stati modificati per evitare di registrare eventuali sforamenti.

Nel luglio 2012 escono i risultati di uno studio epidemiologico Eras (epidemiologica rifiuti ambiente salute nel Lazio) in collaborazione con Arpa (Agenzia regionale di protezione ambientale). Le conclusioni riguardanti le aree di Colleferro sono molto chiare: “l’esposizione all’inquinamento atmosferico di background causa nella popolazione esposta un incremento delle ospedalizzazioni per disturbi respiratori. La frequenza di ricoveri per cause respiratorie (soprattutto nei bambini) è aumentata in seguito all’attivazione dei termovalorizzatori”. Nonostante l’evidente malessere provocato e nonostante, già nel 1999, la Usl di Colleferro espresse parere contrario alla costruzione degli inceneritori con l’inserimento di nuove fonti di emissione in un contesto già compromesso, l’impianto vede l’alba di un nuovo revamping.

 

In prospettiva
Ad oggi, purtroppo, i cittadini di Colleferro non hanno nessuna reale garanzia nelle loro mani, a parte qualche chiacchiera consolatoria di qualche assessore di passaggio. La data di scadenza del bando è molto vicina ed è certo che bisognerà continuare a lottare per difendere queste terre, già così martoriate, dall’insaziabile fame di profitti della prossima azienda che avrà in mano le sorti della salute pubblica. I ragazzi di Rifiutiamoli hanno già dimostrato una gran forza di volontà, ma sarà sicuramente nei prossimi mesi che la lotta si inasprirà, dando però la possibilità ai cittadini di diventare concretamente una forza che nelle prossime contrattazioni non potrà essere ignorata.

Per i cittadini il punto centrale rimane quello di non voler vedere di nuovo in funzione le ciminiere, ma allo stesso tempo c’è chi continuerà ad obbiettare sulla questione “posti di lavoro” difendendo il revamping. Sono ben 70 i dipendenti di Lazio Ambiente che non hanno la benché minima idea di quali saranno le proprie sorti, che comprensibilmente sperano nella riapertura. Ma questo, ovviamente, non è comunque un valido motivo per continuare ad inquinare l’aria di Colleferro. Bisogna piuttosto continuare a lottare rivendicando una differente destinazione d’uso dell’impianto, quindi di un differente impiego dei dipendenti a rischio licenziamento, e vederlo trasformato in una fabbrica dei materiali, un polo di gestione del riciclaggio dei rifiuti, in assenza di combustione, o comunque riducendo al minimo le emissioni.

In ogni caso, la Valle del Sacco rimane oggi tra le 40 aree più inquinate d’Italia che necessiterebbe di grandi interventi di bonifica nei quali potrebbe essere impiegata, sì, addirittura una maggiore mole di manodopera. È importante, dunque, sottolineare che di fatto non c’è una reale contraddizione tra lavoro e ambiente, ma che questa è determinata troppo spesso dagli interessi di enti privati con l’appoggio delle amministrazioni pubbliche.

Bierre

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