Reddito di cittadinanza: una critica marxista – Parte prima

Riceviamo e pubblichiamo volentieri la prima parte di uno scritto del compagno Giulio Palermo1, docente universitario all’Università di Brescia ed economista.

Qui la seconda e ultima parte.


Il successo elettorale del Movimento 5 stelle ha portato il tema del “reddito di cittadinanza” (RdC) al centro del dibattito politico. Tecnicamente, la proposta pentastellata non è veramente un’applicazione del RdC ma è piuttosto una forma di “reddito minimo garantito”, uno strumento di sostegno finanziario simile al RdC, senza tuttavia gli stessi tratti di universalità. Ma non importa: mentre la crisi incalza, l’idea di aumentare i redditi, invece che di stringere la cinghia, piace un po’ a tutti. In effetti, le prime critiche che si sono levate contro il RdC non riguardano veramente i suoi limiti teorici bensì la sua mancata attuazione: in Italia, il RdC non ha veri oppositori, il problema è che i grillini non lo vogliono applicare veramente.

Sul piano teorico, il RdC, nella sua versione ideale, è difeso in particolare dagli economisti della scuola keyensiana. Secondo loro, questo strumento sostiene la domanda aggregata, la crescita e l’occupazione. I più radical, quelli che strizzano l’occhio a Marx, aggiungono che favorisce anche l’emancipazione dal lavoro salariato.

In questo articolo sostengo invece che il RdC non solo non può realizzare questi obiettivi ma finisce in realtà per andare in direzione opposta: aggravando la crisi, sviluppando il liberismo e accelerando i processi di precarizzazione del lavoro e di mercificazione della società.

Inizio inquadrando la proposta del Movimento 5 stelle nel dibattito teorico e mostrando i veri obiettivi perseguiti da questa forza politica. Contrariamente ai difensori dell’universalismo, argomento che le differenze tra la proposta di Di Maio & co e il modello ideale di RdC non depongono veramente a favore del secondo.

Giungo a questa conclusione senza addentrarmi nei processi economici messi in moto dal RdC. Mi limito a fornire alcuni dati sulla polarizzazione della ricchezza in Italia e a discutere la morale di finta uguaglianza che vorrebbe dare a tutti in parti uguali in un mondo in cui abbiamo tutti in parti diverse.

La prima critica teorica che muovo al RdC si fonda curiosamente proprio sulla teoria di John Maynard Keynes. È paradossale ma se ai keynesiani piace questo strumento di politica fiscale è solo perché non conoscono la teoria del loro maestro. Tecnicamente, un trasferimento di denaro alle famiglie ha gli stessi effetti espansivi di una riduzione delle tasse. Un aumento della spesa pubblica di uguale ammontare ha invece un effetto espansivo maggiore. Se quindi il problema è l’austerity, il RdC non è affatto lo strumento appropriato. Anzi, se il suo finanziamento avviene tramite tagli alla spesa pubblica, finisce addirittura per avere effetti recessivi.

Passo poi all’analisi dei costi. Se si vuole veramente fantasticare sulle virtù di un mondo in cui tutti sono più ricchi, conviene innanzi tutto stabilire di quanto si parla. Contrariamente a quanto lasciano intendere i suoi sostenitori, un RdC che veramente risolva i problemi dei più poveri o che allenti la dipendenza dal lavoro salariato ha un costo esorbitante, incompatibile con i principi fondanti dell’intervento statale della Repubblica italiana. Viceversa, un RdC finanziariamente sostenibile non allenta affatto il ricatto dal lavoro salariato. Al contrario, ne fluidifica i meccanismi e contribuisce a strutturare un mondo basato sul lavoro precario.

Da un punto di vista marxista, l’idea di migliorare le condizioni materiali della popolazione semplicemente distribuendo nuovi redditi nasce dalla confusione teorica tra sfere della produzione e della circolazione. Intervenendo solo nella circolazione il RdC agevola la vendita delle merci ma non modifica di una virgola lo sfruttamento del lavoratore nella produzione. Anzi, nel quadro del processo di riforma del mercato del lavoro, favorisce la generalizzazione del lavoro precario e il conseguente arretramento nelle condizioni lavorative e retributive. Dal punto di vista della lotta di classe, il RdC ha un impatto doppiamente negativo: primo, perché aumenta le divisioni interne al proletariato e il differenziale retributivo tra lavoratori regolari e irregolari; secondo, perché sposta l’asse rivendicativo dalla lotta per la difesa degli interessi di classe dei lavoratori alla cooperazione interclasse in nome del bene comune. Infine, la parallela ritirata dello stato sul fronte della spesa pubblica apre nuovi spazi al mercato e favorisce lo sviluppo del processo di mercificazione della società.

1. Dibattito economico e proposte politiche

Il “reddito di cittadinanza” del Movimento 5 stelle

L’idea del RdC, come è venuta delineandosi nel dibattito teorico, riguarda un reddito garantito indistintamente a tutti i cittadini, sulla base della nazionalità o della residenza, indipendentemente dalle condizioni economiche e dai comportamenti nel mercato del lavoro. La proposta dei 5 stelle è completamente diversa: sia per le condizioni economiche dei destinatari, sia per le condizioni che impone loro nel mercato del lavoro. L’obiettivo è portare le persone oggi al di sotto della soglia di povertà (che l’Istat fissa a 780 euro al mese) al valore della soglia, istituendo così una sorta di reddito minimo garantito. In altre parole, il RdC dei grillini altro non è che un assegno integrativo per arrivare a 780 euro. Secondo le stime dell’Istat i poveri in Italia sono circa 9 milioni. Il provvedimento riguarderebbe quindi un bel numero di persone ma non avrebbe alcun reale carattere di novità né di universalità. Si tratta solo dell’ennesima legge sui poveri.

La seconda differenza con la proposta di un vero RdC è che, come l’attuale Reddito di inclusione (introdotto dal governo Gentiloni), la condizione per averlo e conservarlo è di genuflettersi ancora di più sul mercato del lavoro. L’obiettivo di questi redditi senza lavoro è infatti evidente: costringere i disoccupati ad accettare anche le offerte più indecenti, quelle che oggi anche i poveri si permettono di rifiutare. Insomma, se il RdC è uno strumento per allentare il ricatto del lavoro salariato (almeno così affermano i suoi sostenitori), nella forma attuativa del Movimento 5 stelle le intenzioni vanno in direzione opposta: i poveri li aiutiamo … ma che vadano a lavorare, e senza fare troppo gli schizzinosi!

In un contesto di crisi, ci pensa la concorrenza a spingere il salario verso il basso. Non bisogna essere economisti per vederlo: con questi salari non si vive, la povertà non è più un fenomeno legato alla disoccupazione ma è la tendenza generale del mondo del lavoro nell’era della precarietà. Ma a che serve una disoccupazione dilagante e la diffusione della povertà se poi i disoccupati poveri non accettano di vendersi al peggior offerente?

Le offerte di lavoro sembrano ormai delle barzellette: lavoro gratuito o semi-gratuito, contratti di apprendistato con anni di esperienza, reintroduzione del cottimo, rimborsi spese al posto dei salari, zero diritti e nessuna garanzia. Certo, padroni e padroncini potrebbero vergognarsi un po’ delle loro “offerte di lavoro”. Ma la colpa non è loro, è della crisi. La concorrenza incalza infatti anche tra i capitalisti: si fa già fatica ad ottenere un profitto, figuriamoci se ci sono soldi per i salari. O così o si chiude.

Ecco da dove viene l’esigenza del RdC dei 5 stelle: dalla necessità di spingere i lavoratori sempre più impoveriti ad accettare lavori sempre più di merda, in modo da preservare i profitti dei capitalisti. Per questo la loro proposta si completa con una serie di agevolazioni alle imprese volenterose che assumono questi lavoratori poveri e un po’ sfaticati. Il Movimento 5 stelle non vuole combattere il lavoro precario, da cui discendono disagi sociali e povertà, ma istituzionalizzarlo e generalizzarlo. I poveri non devono stare per strada, devono andare in fabbrica.

Giustizia distributiva

Vediamo invece quali sono i principi informatori del RdC, nella sua forma pura, ideale, quella che non pone condizioni sul destinatario e distribuisce i soldi a pioggia. E che, curiosamente, suscita anche simpatie politiche a pioggia, da destra a sinistra, tanto ormai la concezione economica è per tutti la stessa, quella dell’economia borghese, e la morale universale è quella dell’egualitarismo formale e del bene comune.

Rispetto ai “Programmi personalizzati di ricerca intensiva di occupazione” che Gentiloni e Di Maio pongono come condizione per accedere al RdC, l’universalismo costituisce senz’altro un ricatto in meno per i lavoratori. Su questo, non si possono avere dubbi. Il problema di un vero universalismo, tuttavia, è che non fa distinzioni tra lavoratori e capitalisti, tra poveri e ricchi, tra chi ha bisogno e chi no.

In Italia, come in tutti i paesi capitalistici, la ricchezza è polarizzata. Non c’è da stupirsi, capitale chiama capitale, povertà chiama povertà, questo è il capitalismo: da un lato, il capitale produce interesse e profitto che accrescono ulteriormente il capitale già accumulato; dall’altro, il salario sotto il livello di sussistenza consente di accumulare solo miseria e debiti. In effetti, accanto ai nove milioni di italiani poveri registrati dall’Istat che i grillini vorrebbero sostentare e rispedire al lavoro, ci sono 307.000 famiglie che contano il loro patrimonio finanziario in milioni di dollari e 22 famiglie che lo contano in miliardi.2 Questo 1,2% della popolazione si spartisce il 21% della ricchezza finanziaria complessiva del paese (a questa ricchezza finanziaria si deve poi aggiungere la ricchezza reale, fatta di abitazioni, oggetti di valore, fabbricati non residenziali, capitale fisso e terreni, concentrata anch’essa nelle stesse mani). E la tendenza è verso la crescita della polarizzazione.

Secondo le stime della Banca d’Italia, la ricchezza netta delle famiglie italiane (attività reali più attività finanziarie meno debiti e passività) è di 8.730 miliardi di euro.3 Pagati mutui e debiti, a ognuno di noi (siamo poco più di 60 milioni) restano in media 145.000 euro di patrimonio: circa due terzi investiti in attività reali (principalmente abitazioni) e un terzo in attività finanziarie (titoli e azioni). Una famiglia di tre persone dovrebbe dunque essere proprietaria di una casa del valore di 290.000 euro e intascare ogni anno i proventi di 145.000 euro investiti in borsa. Questa è la media. Se tu non ce li hai, ce li ha qualcun altro. E se nemmeno i tuoi amici ce li hanno è perché le persone che contano non fanno amicizia con i pezzenti.

Oltre alla ricchezza direttamente nelle mani delle famiglie, si deve poi considerare il patrimonio intestato a società finanziarie e non finanziarie, che sempre in mani private (di un certo peso) finisce. In effetti, le famiglie detengono direttamente solo il 65,9% dei 9.560 miliardi di ricchezza reale totale, mentre il 29,1% è intestato a società finanziarie e non finanziarie. Alle amministrazioni pubbliche resta appena il 5,0% della ricchezza reale nazionale, investito per lo più in immobili non residenziali, abitazioni e armamenti.4

Insomma, l’Italia è un paese ricco sia dal punto di vista dell’economia reale che da quello del patrimonio finanziario. E questa ricchezza è già quasi tutta in mani private. I soldi ci sono e sono pure tanti, distribuirne altri a pioggia non serve. Il problema sono le disuguaglianze, lo capisce anche un bambino. Se valesse veramente la media, la questione del RdC non si porrebbe nemmeno: il RdC ce l’avremmo già grazie alla rendita finanziaria e tutti saremmo anche proprietari di casa. E invece l’Italia è fatta di persone che faticano a pagare l’affitto e non sanno nemmeno cosa sono i titoli e le azioni. Perché le case senza mutuo stanno tutte nelle stesse mani e la ricchezza finanziaria viaggia di padre in figlio a pacchetti da sei-dieci zeri. Questo è il dato da cui partire.

E noi che facciamo? Andiamo da Maria Franca Fissolo Ferrero (nota al mondo della finanza come Lady Nutella), che solo di patrimonio finanziario ha 25,2 miliardi di dollari, e le chiediamo le coordinate bancarie per l’introduzione del RdC. Immaginate la scena: l’elegante miliardaria che, sentendo parlare di riforma fiscale, corre a Monaco — dove ha la residenza — inseguita da un popolo di straccioni, che vorrebbe spiegarle i nuovi principi dell’economia politica. Da una parte, i più grandi avvocati fiscalisti pronti ad invocare il segreto bancario e, dall’altra, i più grandi economisti del RdC a replicare che l’iban serve solo ad accreditare la nuova paghetta mensile alla signora Franca. Il tutto, ben inteso, in nome dell’equità distributiva e della lotta alla povertà. Mica vorrete negare due fette di pane a Lady Nutella!

Tutti i sistemi contributivi dei paesi capitalistici assumono (almeno formalmente) che la tassazione debba essere progressiva. In Italia, si tratta addirittura di un principio costituzionale (art. 53). L’idea è semplice: chi ha di più deve contribuire in proporzione maggiore al finanziamento dello stato. Per lo stesso principio, sul fronte della spesa, lo stato dovrebbe occuparsi maggiormente di chi ha più bisogno. Tanto più se si pensa che il RdC altro non è che una tassa negativa, un trasferimento (invece che un prelievo) di denaro: una riduzione delle imposte uguale per tutti, che per i più poveri può tradursi in effetti in un trasferimento netto.

D’un tratto, anche i più elementari principi della fiscalità generale vengono così buttati a mare in nome di un finto bene comune, secondo cui o si dà a tutti o non si dà a nessuno. Con un colpo di penna finto-progressista si cancella il principio cardine del sistema fiscale — la progressività delle imposte — scavalcando a destra anche i sostenitori della flat tax (una tassa sì progressiva … ma poco) ed eliminando ogni riferimento al reddito e alla ricchezza.

L’imposta negativa di Friedman

Nemmeno Milton Friedman ha mai osato chiedere tanto. Sin dagli anni Ottanta, il campione del liberismo ha sviluppato la proposta di “imposta negativa” come parte del nuovo disegno economico di Reagan e Thatcher. Tale proposta prevede trasferimenti in denaro per i più poveri (una sorta di imposta negativa per l’appunto) all’interno di un sistema fiscale (debolmente) progressivo: aliquote di imposta positive e crescenti per chi guadagna più del “reddito minimo imponibile” e sussidi per chi invece guadagna di meno. Ovviamente, secondo Friedman, tali sussidi non devono colmare interamente il divario dal reddito minimo, altrimenti viene meno l’incentivo a lavorare.

Siccome poi il premio Nobel per l’economia i conti li sa fare, il suo pacchetto fiscale si accompagna a tagli generalizzati della spesa pubblica — per definizione burocratizzata e inefficiente — e allo smantellamento dello stato sociale. E già perché se dalle chiacchiere da bar si passa alle proposte politiche praticabili, i sussidi ai poveri devono avere copertura economica. Quindi, via scuola, sanità e previdenza pubbliche e largo al mercato, dove ognuno potrà finalmente avere il suo bel servizio privato — di serie A, di serie B o di serie Z — sulla base del censo!

Questo è il disegno neoliberista e anche se nessun governo del mondo ha mai provato veramente ad applicare l’imposta negativa di Friedman, è chiaro a tutti che la riforma fiscale e la sua copertura economica non possono essere separate. L’imposta negativa costa e più si ampliano le fasce di reddito cui si applica, maggiori sono i tagli che si impongono dal lato della spesa. Mandare in rosso i conti dello stato è il miglior modo per rendere inevitabili i tagli e le privatizzazioni. Questa è la storia del neoliberismo e dell’attacco allo stato sociale nel mondo occidentale. Estendere a tutti l’imposta negativa, come vorrebbero i sostenitori del RdC, significa velocizzare il processo avviato da Reagan e Thatcher. Dove l’ultra-liberismo si è fermato il RdC vorrebbe terminare l’opera. Più liberal degli ultra-liberal, credendosi anti- liberal!

Se qualche riccone temeva che in tempi di crisi si sarebbero levate voci contro le grandi fortune (che con la crisi sono ulteriormente cresciute), grazie ai nuovi teorici del RdC, può continuare a dormire sonni tranquilli. Ai nuovi rivoluzionari del bene comune, le disuguaglianze non interessano. Per loro, conta solo la domanda aggregata, perché l’importante è spendere, è così che si fa girare l’economia, distribuendo soldi. E un po’ per uno non fa male a nessuno.

Come questa pioggia di soldi possa trasformarsi in produzione aggiuntiva di merci è un problema che al teorico del RdC non interessa. Come sia possibile che questa produzione di denaro consenta veramente di migliorare le condizioni materiali di lavoratori e capitalisti non è affatto chiaro. Anzi, messa così, sembra che il problema del capitalismo sia produrre banconote, non produrre merci.

Ma di questo ci occupiamo dopo. Ora, consentitemi una battuta conclusiva su questo moralismo egalitario del RdC. A tutti in parti uguali! No alle esclusioni! Se aiuti il povero, devi aiutare anche il ricco! … E quando uno si ammala prendiamo tutti l’aspirina. Liberté, égalité, stupidité! Ecco la nuova rivoluzione borghese del RdC. Francamente, se è davvero questo il modello ideale che anche molti compagni difendono, forse è meglio la proposta del Movimento 5 stelle. Sarà una mezza fregatura, che serve più alle imprese che ai lavoratori, ma almeno i grillini una cosa l’hanno capita: che in Italia non siamo tutti uguali.

2. Il moltiplicatore del bilancio in pareggio

Uno dei grandi pregi del RdC, secondo gli economisti keynesiani, riguarda i suoi presunti effetti espansivi sulla crescita e sull’occupazione. Non ha importanza a chi si danno i soldi, l’importante è aumentare il reddito disponibile delle famiglie, di modo che queste riprendano a spendere e a consumare. Questo almeno è quanto dice Lord Keynes.

Un suo collega meno noto ai non addetti ai lavori, Michal Kalecki, osserva però che a consumare la quota maggiore del proprio reddito sono i lavoratori (che col loro salario non riescono certo a risparmiare) mentre i capitalisti, soprattutto quelli con fortune a molti zeri, pur consumando più dei lavoratori, necessariamente risparmiano una quota significativa del loro reddito. Pertanto, pur rimanendo all’interno della logica keynesiana, suggerisce di sostenere i redditi più bassi, i quali finiscono quasi interamente in consumo; se invece si danno i soldi a chi ne ha già tanti, aumenta il risparmio, non il consumo. Regalare soldi a Lady Nutella, dunque, non è solo ridicolo sul piano della giustizia distributiva è anche una sciocchezza come strumento di supporto alla domanda aggregata: perché questi soldi non faranno crescere il suo consumo (che è già ai livelli desiderati) ma il suo risparmio (che produrrà interessi e aumenterà ulteriormente la sua ricchezza).

Ma lasciamo da parte le differenze tra Keynes e Kalecki e vediamo se questi trasferimenti alle famiglie hanno veramente un effetto espansivo sulla domanda aggregata.

Gli effetti espansivi del reddito di cittadinanza

Secondo il modello del moltiplicatore keynesiano, il RdC aumenta il reddito disponibile delle famiglie e fa quindi aumentare il loro consumo e il loro risparmio (nella versione di Kalecki, l’aumento del consumo proviene principalmente dai lavoratori e l’aumento di risparmio dai capitalisti). Mentre l’aumento del risparmio non ha effetti sulla domanda aggregata, la maggiore domanda di beni di consumo stimola le imprese ad espandere la produzione e l’occupazione. L’aumento di produzione, proseguono Keynes e Kalecki, genera a sua volta nuovi redditi per lavoratori e imprese e fa dunque aumentare ulteriormente i loro consumi (e i loro risparmi) e, a catena, la produzione e il reddito nazionale, in una sorta di circolo virtuoso che va smorzandosi. Vediamo meglio come si sviluppa questo processo.

Immaginiamo che lo stato distribuisca un RdC complessivo del valore di 1000 euro. Supponiamo inoltre che una parte di questo reddito aggiuntivo sia consumata — diciamo i 4/5 — e che il restante quinto sia risparmiato. Il consumo aumenta quindi di 800 euro e il risparmio di 200 euro. Non ha qui nessuna importanza se a consumare siano i lavoratori, i capitalisti o tutti e due. Tanto per Keynes quanto per Kalecki, l’aumento del consumo complessivo stimola le imprese ad espandere di pari ammontare la produzione (si tratta ovviamente dell’ipotesi più ottimistica poiché gli imprenditori potrebbero decidere di aumentare, almeno in parte, i prezzi invece della produzione).

Supponiamo ad esempio che questo consumo aggiuntivo di 800 euro si indirizzi verso l’acquisto di libri e di bottiglie di vino e che quindi i produttori di libri e vino aumentino la produzione per assecondare l’aumento di domanda. Questo significa che le imprese che producono libri e vino e i lavoratori che esse impiegano vedranno crescere complessivamente il loro reddito di 800 euro (con una parallela riduzione della disoccupazione se l’aumento della produzione è realizzato assumendo nuovi lavoratori). Ma il processo non si ferma.

Una parte di questi 800 euro percepiti dai soggetti che partecipano alla produzione di libri e vino sarà infatti consumata, mentre la restante parte sarà risparmiata. I 4/5 di questi 800 euro (cioè 640 euro) saranno quindi spesi in consumo e 1/5 (cioè 160 euro) sarà risparmiato. Poco importa se questi nuovi soggetti acquisteranno anch’essi libri e vino o beni diversi, ad esempio dischi e birra. In quest’ultimo caso saranno i produttori di dischi e birra ad espandere la produzione, ottenendo un reddito aggiuntivo di 640 euro.

Se poi i produttori di dischi e birra vorranno utilizzare i nuovi redditi per comprare case e medicine oppure caramelle e cioccolata, dal punto di vista della domanda aggregata la questione non cambia. 4/5 di 640 euro (cioè 512 euro) si tradurranno in un aumento della produzione e dei redditi e 1/5 (128 euro) andrà in risparmio. E il processo continua.

Se ripercorriamo il processo dall’inizio, il giorno dell’introduzione del RdC non succede proprio niente: la produzione resta invariata e le famiglie vedono semplicemente crescere il proprio reddito disponibile. Subito dopo però, non appena i nuovi redditieri cominciano a spendere, il consumo e il reddito nazionale aumentano dapprima di 800 euro, poi di 640, poi ancora di 512 e così via. Certo si tratta di aumenti di reddito sempre più piccoli, che alla fine tenderanno a diventare infinitesimali. Ma il dato che sottolineano i keynesaiani è che la distribuzione a pioggia di 1000 euro genera un aumento del reddito nazionale ben maggiore. Con i dati del nostro esempio (con una quota del consumo sul reddito pari a 4/5), alla fine del processo il reddito nazionale sarà aumentato di 4000 euro.5

Allo stesso tempo però i conti pubblici dello stato peggiorano di 1000 euro. Pensare di recuperare questi 1000 euro attraverso le tasse è una contraddizione in termini. Se con una mano si dà e con l’altra si toglie, il reddito disponibile (cioè il reddito al netto delle tasse e dei trasferimenti) non cambia e, di conseguenza, non cambia nemmeno il consumo. L’intero processo espansivo si ferma prima di partire. A livello aggregato non si ha nessuno stimolo alla domanda. Al massimo, si possono avere effetti redistributivi se, ad esempio, accanto ai trasferimenti da RdC uguali per tutti, si fanno pagare più tasse solo ai ricchi. Ma a questo punto non si capisce perché mettere in campo questo curioso doppio sistema fatto di RdC e tasse correttive invece di strutturare direttamente un modello di imposta negativa à la Friedman.

La sola alternativa reale è allora tagliare la spesa pubblica. Come spiega qualsiasi manuale di economia keynesiana, gli interventi sulla spesa pubblica hanno tuttavia un impatto sul reddito maggiore dei trasferimenti monetari alle famiglie. Quando dunque lo stato dovrà comprimere la spesa pubblica per finanziare il RdC l’effetto netto sarà recessivo.

Gli effetti espansivi della spesa pubblica

Per capire bene questo punto, consideriamo gli effetti di un aumento della spesa pubblica. Una sua riduzione avrà ovviamente effetti simmetrici. Immaginiamo, che invece di accreditare 1000 euro alle famiglie, lo stato stanzi 1000 euro per costruire un ponte. Con questi 1000 euro, lo stato assume nuovi lavoratori e acquista i materiali e i macchinari che servono alla costruzione del ponte (o lancia una gara d’appalto e allora saranno le imprese private ad assumere i lavoratori e comprare quanto necessario). Supponiamo che la costruzione del ponte prenda un anno. Durante quest’anno il reddito dei lavoratori e dei soggetti che vendono allo Stato le risorse necessarie alla costruzione del ponte aumenta complessivamente di 1000 euro. L’aumento della spesa pubblica di 1000 euro inizia quindi da subito a generare un aumento della produzione e del reddito nazionale. Ma, anche in questo caso, il processo non finisce qui.

Di questi 1000 euro aggiuntivi nelle tasche di chi ha partecipato alla costruzione del ponte, 800 saranno spesi nell’acquisto di beni di consumo e 200 saranno risparmiati. Come prima, non fa alcuna differenza se questi soggetti vorranno consumare vino, birra, libri o dischi. A livello aggregato, la domanda totale aumenta di 800 e così la produzione di vino, birra, libri o dischi. E senza ripercorrere tutti i passaggi, i produttori di vino, birra, libri o dischi aumenteranno i loro consumi di 640 euro e così via. Questi effetti indotti dall’aumento iniziale della spesa pubblica sono identici a quelli indotti dal RdC. La sola differenza tra le due manovre è l’impatto diretto sul reddito di 1000 euro legato alla costruzione del ponte, che nel caso del RdC non c’è. Alla fine del processo, con le stesse ipotesi di prima, l’aumento del reddito nazionale è infatti di 5000 euro.6

Gli effetti recessivi del reddito di cittadinanza finanziato con tagli alla spesa pubblica

Non solo questo dimostra che un keynesiano dovrebbe puntare sulla spesa pubblica invece che sui trasferimenti in denaro se vuole sostenere la domanda. Ma è anche chiaro che se si finanzia il RdC con il taglio della spesa pubblica i due processi non si annullano affatto: alla fine, si avrà un ponte in meno e un reddito nazionale più basso. Di quanto? Esattamente dell’ammontare della manovra.

Nella tradizione keynesiana, questo risultato si chiama teorema del bilancio in pareggio (anche noto come teorema di Haavelmo). La sua implicazione è semplice e immediata: per aumentare il reddito, senza intaccare il bilancio dello stato, spesa pubblica e tasse devono aumentare, non diminuire. La diminuzione delle tasse (o la distribuzione del RdC) in presenza di un vincolo di bilancio in pareggio, produce recessione, non crescita. E il bello è che non ci sono nemmeno tanti calcoli da fare perché l’effetto netto sul reddito nazionale è noto a priori: 1000 euro di RdC e 1000 euro di tagli alla spesa pubblica riducono il reddito nazionale di 1000 euro.7 La conclusione è semplice: quando fissiamo l’entità del RdC fissiamo anche quella della recessione!

Giulio Palermo

Note
1 Professore di Economia politica, Università di Brescia, giulio.palermo@unibs.it, https://giuliopalermo.jimdo.com/
2 Boston consulting group, Global wealth 2017: Transforming the client experience. Forbes, The world’s billionaires 2018.
3 Banca d’Italia, La Ricchezza delle famiglie italiane 2014, Supplemento al bollettino statistico.
4 Istat, La ricchezza non finanziaria in Italia, Report 1 febbraio 2018.
5 Indicando con c la percentuale di reddito spesa in consumo, un euro di RdC genera un aumento del reddito nazionale pari a c / (1 – c).
6 Con la stessa notazione della nota precedente, un euro di spesa pubblica genera un aumento del reddito nazionale pari a 1 / (1 – c).
7 La differenza tra il moltiplicatore del RdC e il moltiplicatore della spesa pubblica è pari a -1. Un euro di RdC e di taglio alla spesa pubblica riduce il reddito nazionale di un euro. In formule: [c / (1 – c)] – [1 / (1 – c)] = -1.

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