I top manager e il capitale: i Marchionne sono solo ‘funzionari’?

  • Category: Teoria
  • Date: luglio 30, 2018

Ѐ stato possibile ritrovare, nel dibattito sorto con la morte di Sergio Marchionne, anche nella stampa della sinistra “popolare”, discorsi sociologici sui manager delle grandi aziende dove essi sono raffigurati come “salariati”, impiegati di lusso, meri “funzionari” aventi un rapporto subordinato coi “veri padroni” detentori della maggioranza dei grandi capitali che reggono queste aziende: i “veri” industriali sono da identificare con la classe della borghesia, mentre questi manager, pure se detentori di patrimoni di centinaia di milioni di euro e stipendi ordinari annuali di decine di milioni di euro, sarebbero l’estrema appendice “verso l’alto” della classe lavoratrice in quanto, appunto, “salariati”, vulnerabili giusto un poco meno degli operai di fronte alla dittatura dei padroni sopra di loro. Questi discorsi, che anche solo sul piano dell’intuito cozzano molto pesantemente contro la realtà, partono da alcuni presupposti formali sbagliati, che è bene segnalare affinché il dibattito a sinistra e tra i lavoratori non continui a finire su binari morti e non continui a sfornare politiche e prese di posizioni controproducenti, se non del tutto opportuniste.

In primis, la forma del rapporto economico tra l’Amministratore Delegato (o altri alti ruoli dirigenziali) e l’azienda può confondere: questi “ufficiali” dell’impresa ricevono ordinariamente stipendi mensili in denaro, appunto nella stessa forma in cui il salario è consegnato ai dipendenti dell’azienda che effettivamente possiamo considerare facenti parte della classe lavoratrice, e non di ceti medi intellettual-impiegatizi o strati inferiori della borghesia. Questa astrazione non sensata porta a equiparare un generico “lavoro” dei vari soggetti attivi in economia, che viene scambiato con un generico “salario”, separando questi concetti dagli ambiti specifici storici che possono da loro senso, dunque rendendoli metafisici. Il problema è che, nel nostro caso, non c’è dubbio che sia Marchionne sia John “Jaki” Elkann lavorassero, se intendiamo con lavoro una qualsiasi attività, un investimento del proprio tempo all’interno del meccanismo complessivo dell’azienda e della riproduzione del suo capitale; così come, se “salario” è una somma determinata di denaro che un capitalista ci consegna a cadenze regolari, un mese una settimana o un anno che sia, anche i vecchi proprietari terrieri settecenteschi, che cedevano i propri terreni in affitto a capitalisti agrari, ricevevano da questi ultimi un “salario”: e però, se si studia anche solo un poco quel rapporto sociale e economico, si vede che ben poco c’entra con quello tra l’operaio di Pomigliano d’Arco e John Elkann – non a caso, Marx (ma non solo lui) definisce tale rapporto “rendita”, non certo generico “reddito” o “salario”.

Ciò che ci permette di capire il ruolo di un Marchionne è dunque la sostanza del suo ruolo nel complessivo rapporto sociale del capitale, non soltanto la forma di appropriazione di valore-ricchezza che è associata a tale ruolo – anche se la stessa sostanza del ruolo di un soggetto nel rapporto capitalistico acquista delle qualità in modo non indipendente dell’appropriazione di valore: il fatto che alcuni “salariati” possano considerarsi al di sopra e contro i ranghi del proletariato sta proprio nel fatto che essi, nello svolgimento di ruoli diversi da quelli del “semplice” lavoratore, superata una certa quota di reddito e patrimonio, smettono di presentarsi sul mercato capitalista come meri “possessori della propria forza-lavoro”: essi a quel punto posseggono ben altro in termini di denaro e beni (a patto che non lo possedessero già prima per origini familiari), e si apre loro la possibilità di accumulare ulteriore denaro-valore e stabilirsi come capitalisti, persino se sono partiti dai livelli infimi di “gavetta” salariata.

La differenza tra il corpo di manager e la più stretta élite finanziaria di shareholders, grandi azionisti, grandi proprietari di banche e industrie, si è andata formando e allargando mano a mano che – con i monopoli, i cartelli, i trust, le fusioni, la centralizzazione del capitale – i proprietari del capitale smettevano di essere in grado, come singoli e famiglie riunite attorno al padrone-patriarca, di gestire da soli il proprio capitale; andava creandosi, dunque, la necessità di una divisione del lavoro nella gestione di questa ricchezza, e dunque di una burocrazia d’alto livello, separata e superiore al quotidiano lavoro d’ufficio degli impiegati semplici, anch’essi in aumento con l’aumentare delle dimensioni delle aziende.

Questa necessità ha senz’altro aperto, nella scia dell’iniziale ruolo storico rivoluzionario della borghesia come classe sociale, ulteriori frontiere di mobilità sociale e di “selezione naturale” di nuove coorti di dirigenti del capitale che sempre in maggior parte non provenivano dai ranghi (sempre più ridotti, a forza di concentrazione della grande ricchezza in un piccolo numero di famiglie) della “alta” borghesi; a questo processo, dialetticamente, si è accompagnata la trasformazione graduale in parassiti dello strato superiore della borghesia, ormai circondato da manager che gestiscono il capitale al posto suo, e capace di trasmettere per diverse generazioni interi imperi economici, di solito altamente finanziarizzati, senza che questi cadano in rovina. Una dinamica, quella per cui una classe sociale originariamente rivoluzionaria si trasforma in un appendice cancerogena e soffocante del resto della specie, che mostra più esplicitamente il generale processo di declino storico del capitale come legame sociale, e della legge del valore come regola dell’intera società.

Ѐ da questo processo storico che si è aperta la possibilità, per il figlio di un maresciallo dei carabinieri impiegato nelle forze di occupazione italiane nella Yugoslavia della Seconda Guerra Mondiale, di assurgere al ruolo di primo manager d’Italia e di proprietario di una ricchezza che non aveva nulla da invidiare a quella dei padroni italiani che, a un’analisi appunto sbagliata, appaiono come esseri superiori a ben altro livello che il suo. Proprio una minima analisi del ruolo e del patrimonio di Marchionne permettono di cogliere il suo ruolo di alto burocrate del capitale, culminato in quello di borghese ben inserito nei vertici del grande capitale finanziario.

Sergio Marchionne entra nel 2003 nel CdA del Gruppo FIAT per volere di Umberto Agnelli, che ha potuto apprezzare le sue doti di manager e risollevatore di capitale nel biennio 2002-3 a seguito del quale la Société Générale de Surveillance (SGS, azienda svizzera di ispezione, analisi e certificazione in vari rami d’industria) passò dal dissesto finanziario a uno stato di salute. Ha già alle spalle esperienze come consulente legale e manager negli USA e in Canada. Dal 2004, assumendo la carica di amministratore delegato di quello che diventa il Fiat Group Automobiles, si avvia la sua ascesa apparentemente senza limiti, se non quello dell’umana esistenza, che lo vedrà accumulare incarichi in quello che nel 2009 è diventato il Fiat Chrysler Group (FCA), così come nei vari rami generati dal vecchio Gruppo FIAT, e in altre aziende del capitale finanziario, come nel triennio 2008-2010 nel gruppo finanziario svizzero UBS.

L’accesso ai livelli più alti del capitalismo internazionale, nel caso di Marchionne, può essere considerato l’ammissione nel Consiglio d’Amministrazione di Exor N.V., la holding degli Agnelli (più i vari rami collaterali) che gestisce finanziariamente l’impero economico della famiglia. Un’azienda da oltre 23 miliardi di dollari di capitalizzazione, che include quote azionarie anche della Juventus e del blasonato giornale della borghesia inglese The Economist, che contiene la CNH Industrial, quarta società più grande al mondo nel capital good (cioè l’industria che produce beni durevoli), e che costituisce la prima società “italiana” per fatturato, la ventesima al mondo.

L’entrata nella candida rosa del CdA Exor ha sancito in modo “ufficiale”, anche per quanto riguarda gli aspetti sociali, culturali, politici che costituiscono storicamente una classe e l’appartenenza ad essa, l’entrata di Marchionne nella borghesia italiana, e in particolar modo ai suoi settori coinvolti nel capitale più centralizzato e già più “transnazionale” rispetto agli altri. Tale processo, come si è spiegato sopra, non è stato separato e indipendente dal salto qualitativo del reddito e del patrimonio di Marchionne, al punto che la stessa stampa italiana, negli ultimi anni riciclatasi parecchio verso lo sciovinismo più gratuito, ha riconosciuto che il metro di paragone da usare nel caso del Sergio nazionale era quello dei top manager americani strapagati e inondati ciclicamente di pacchetti azionari delle proprie aziende; una situazione che in Italia aveva pochi equivalenti, col caso ad esempio di Andrea Guerra, consulente renziano proveniente da Luxottica, il quale in dieci anni aveva ricevuto oltre 130 milioni di euro di azioni del gruppo – una cifra (per non contare tutte le altre forme di introito in dieci anni) che, con grandissimo sprezzo del ridicolo, potrebbe appartenere a un impiegato, a un funzionario.

Tornando a Marchionne, dopo i successi nel rilancio di FGA, nel processo di acquisizione di Chrysler e di espansione della nuova FCA, nel 2012 risultava già essere il manager più pagato tra le società quotate a Piazza Affari, in qualità di AD di Fiat S.p.A. e di Presidente di Fiat Industrial), con un compenso di 7,4 milioni di euro e la cessione a titolo gratuito («stock grant») dell’equivalente di 40,7 milioni di euro di azioni. A conferma della natura molto particolare della compravendita della forza-lavoro di Sergio Marchionne, per il suo impiego come AD di Chrysler lo stipendio previsto era nullo. Due anni dopo, nel 2014, la testata economica svizzera Bilanz valutava la ricchezza accumulata dal manager in circa 250 milioni; nel 2015, l’Espresso stimava il patrimonio di Marchionne in 335 milioni di euro – alla faccia dell’accumulazione del capitale!, una cifra alla quale si dovevano sommare poche settimane dopo qualcosa come 60 milioni di azioni provenienti dal lancio in Borsa, come società indipendente, della Ferrari. Il compenso pure non andava male: secondo l’ufficio studi di Milano Finanza esso ammontava a 15,2 milioni di euro nel 2014, 10 milioni nel 2015, 9,9 milioni nel 2016, 9,6 milioni nel 2017-

Al momento della sua dipartita, si poteva stimare il patrimonio personale del Sergio nazionale in 90 milioni di euro di liquidi e 400 milioni in azioni FCA, circa l’1% del gruppo, per totale di circa mezzo miliardo di euro(!!!). Senza citare le frequenti operazioni finanziarie operate dal nostro, specie nel momento di ricomposizioni finanziarie del gruppo FCA e/o in occasione di elargizioni di azioni – operazioni che gli fruttavano milioni di euro in quattro e quattr’otto -, il quadro complessivo dell’accumulazione del capitale di Marchionne ci mostra come, partendo effettivamente come impiegato e funzionario di aziende via via più importanti, egli abbia assunto ruoli e mansioni di alto rango che un tempo sarebbero state svolte solo e soltanto dagli stessi capitalisti, non da altro personale proveniente dal volgo, e abbia accumulato una ricchezza il cui volume e velocità d’ingrandimento è stata a un certo punto non solo pari, ma superiore a interi strati della classe borghese: basti pensare che sono sufficienti “solo” circa 2,2 miliardi di euro per entrare fra i 1.000 capitalisti più ricchi al mondo.

Ѐ evidente che, in conclusione, se pure è distinguibile una schiera di burocrati del capitale ai quali sono demandate tutte o molte le funzioni di gestione del grande capitale dai suoi stessi proprietari, va fatta distinzione, nel corpo dei dipendenti delle aziende, tra la massa degli impiegati e dei tecnici afferenti ai vari rami delle vecchie “professioni liberali”, e una élite che viene tendenzialmente incorporata nella borghesia stessa (quando non ne facesse già parte) secondo criteri “meritocratici”, come detentrice di ricchezza concentrata sotto la forma di capitale, e come partecipante alla proprietà del grande capitale finanziario, dunque, in sostanza, dei mezzi di produzione, che sono mezzi di riproduzione del capitale stesso.

Giacomo Danielevic

 

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