Lenin: qual è il significato degli scioperi nella lotta operaia? [Prima parte]

  • Category: Teoria
  • Date: agosto 1, 2018

Pubblichiamo di seguito la prima parte di una nuova traduzione di un testo di Lenin sul ruolo, le potenzialità e i limiti degli scioperi nella lotta di classe tra padroni e lavoratori. Già apparso in lingua italiana in Lenin, Opere Complete, vol. 4, Editori Riuniti, Roma, 1957, pp. 315-325.

Un testo “classico” di Lenin (“Sugli scioperi”, scritto nel 1899 per la Rabociaia Gazeta durante la deportazione, ma pubblicato solo nel 1924) ma di grande attualità, se considerato nel frangente dell’analisi dei molti scioperi che si stanno verificando in questo momento e nella prospettiva della lotta di classe.

La spiegazione del fondamento oggettivo per il quale si sviluppano gli scioperi, le modificazioni che operano nella soggettività della classe operaia e il suo impatto sulla classe nel suo insieme, la relazione tra lotta economica e lotta politica contro i governi capitalisti e le loro leggi, il significato strategico degli scioperi (che Lenin definisce magistralmente come “scuola di guerra”), la relazione tra classe e partito rivoluzionario… Questi sono alcuni degli aspetti che il grande dirigente della Rivoluzione Russa affronta in questo breve ma prezioso lavoro, il quale continua ad essere una guida per l’azione e la riflessione delle nuove generazioni della classe lavoratrice che oggi lottano contro il capitale.


Negli ultimi anni, gli scioperi operai sono straordinariamente frequenti in Russia. Non esiste una sola provincia industriale dove non vi siano stati vari scioperi. In quanto alle grandi città, gli scioperi non cessano. Si osserva, inoltre, che gli operai coscienti e i socialisti si pongono ogni volta con maggior frequenza la questione del significato degli scioperi, dei modi di  portarli avanti e dei compiti che i socialisti si propongono quando vi partecipano.

Vogliamo tentare di fare un’esposizione di alcune delle nostre considerazioni su questi problemi. Nel primo articolo parleremo del significato degli scioperi nel movimento operaio in generale; nel secondo, delle leggi russe contro gli scioperi e nel terzo di come siano stati in grado di svilupparsi e di come si stiano sviluppando gli scioperi in Russia e quale deve essere l’attitudine degli operai coscienti di fronte ad essi.

In primo luogo, è necessario osservare come nascono e si diffondono gli scioperi. Chi ricorda tutti i casi di scioperi conosciuti per esperienza diretta, dai racconti di altri o attraverso i giornali vedrà immediatamente che gli scioperi sorgono e si estendono lì dove sorgono e si estendono le grandi fabbriche. Tra le fabbriche più importanti, nelle quali lavorano centinaia (a volte migliaia) di operai, a malapena si riuscirà ad incontrarne di quelle in cui non siano avvenuti scioperi. Quando in Russia erano poche le grandi fabbriche, scarseggiavano gli scioperi, ma dal momento in cui hanno iniziato rapidamente a crescere, tanto nelle antiche località manifatturiere come nelle nuove città e villaggi industriali, gli scioperi sono diventati sempre più frequenti.

Perché la grande produzione manifatturiera conduce sempre agli scioperi? Si deve al fatto che il capitalismo conduce sempre alla lotta degli operai contro i padroni, e quando la produzione si trasforma e diventa su grande scala questa lotta si organizza necessariamente nella forma di scioperi. Questo deve essere chiaro.

Se definiamo il capitalismo come quella forma di organizzazione della società in cui la terra, le fabbriche, i mezzi di etc., appartengono ad un piccolo numero di proprietari fondiari e capitalisti, mentre la massa del popolo possiede nessuna o quasi nessuna proprietà e deve , per questo, vendere la sua forza-lavoro. I latifondisti e gli imprenditori reclutano gli operai, li obbligano a produrre questo o quell’articolo, che poi vendono nel mercato. I padroni pagano all’operaio solo il salario necessario alla sopravvivenza dell’operaio e della sua famiglia e tutto ciò che l’operaio rende oltre questa quantità di prodotti necessaria al suo sostentamento lo intasca il padrone; questo costituisce il suo guadagno. Quindi, nell’economia capitalista, la massa del popolo lavora quotidianamente per gli altri, non per se stesso ma per il padrone e per ottenere un salario. Si capisce che i padroni cercano sempre di ridurre il salario: quanto meno danno agli operai, tanto più guadagno gli resta. Di contro, gli operai  cercano di ricevere il maggior salario possibile, per sostenere la propria famiglia con un’alimentazione sana ed abbondante, di vivere in una casa accogliente e di non vestirsi come mendicanti ma come vestono tutti. Per tanto, tra padroni e operai si crea una lotta costante per il salario: il padrone ha la libertà di reclutare l’operaio che maggiormente gli conviene e cerca quindi quello più economico. L’operaio ha la libertà di vendersi al padrone e cerca il più remunerativo, quello che paga di più. Che lavori in campagna o nella città, l’operaio affitta le sue braccia ad un latifondista, a un lavoratore ricco, ad un impresario o imprenditore, sempre contratta con il padrone, lottando per stabilire il salario.   

Ma, può l’operaio, da solo, sostenere questa lotta? Il numero di operai è ogni volta maggiore: contadini in rovina fuggono dai villaggi verso le città e le fabbriche. I latifondisti e  gli imprenditori introducono macchine, che lasciano gli operai senza lavoro.  Nelle città aumenta senza sosta il numero di disoccupati, e nei  villaggi, quello di gente ridotta in misera; l’esistenza di un popolo affamato fa sì che si abbassino sempre più i salari. Per l’operaio è impossibile lottare da solo contro il padrone. Se l’operaio esige un salario migliore o non accetta un ribasso dello stesso, il padrone contesterà: <<vattene da un’altra parte, ci sono molte persone affamate che aspettano alle porte della fabbrica e saranno contenti di lavorare anche per un salario basso>>.

Quando la rovina del popolo giunge ad un grado tale che nelle città e nei villaggi ci sono sempre masse di disoccupati, quando i padroni ammassano enormi fortune e i piccoli proprietari sono spodestati dai milionari, allora l’operaio salariato si trasforma in un uomo assolutamente impotente di fronte al capitalista. Il capitalista ottiene la possibilità di schiacciare completamente l’operaio, condannarlo a morte con un lavoro forzato e non unicamente lui ma anche sua moglie e i suoi figli. Infatti, si nota che  nelle industrie in cui gli operai non hanno fatto alcuno sciopero sono imbrigliati dalla legge e non possono offrire resistenza ai capitalisti ciò è comprovato dal fatto che la giornata lavorativa è incredibilmente lunga, fino a 17 o 19 ore, che bambini di 5 o 6 anni svolgono un lavoro estenuante e che gli operai patiscono la fame costantemente, condannati ad una morte lenta. Un caso esemplare è quello degli operai che lavorano a domicilio per il capitalista; ma ogni operaio ne conosce molti altri di casi simili! Nemmeno con la schiavitù e il regime servile è esistita in nessun caso un’oppressione tanto tremenda del popolo dei  lavoratori come quella che soffrono gli operai quando non possono opporre resistenza ai capitalisti ne conquistare leggi che limitano l’arbitrarietà dell’azione padronale.

Ebbene, per  non vedersi ridotti ad una situazione tanto estrema, gli operai iniziano la lotta risoluta. Vedendo che ognuno da solo è assolutamente impotente e vive sotto la minaccia di cadere sotto il giogo del capitale, gli operai iniziano ad alzarsi uniti contro i loro padroni. Danno inizio agli scioperi operai. All’inizio è frequente che gli operai non abbiano nemmeno un’idea chiara di quello che cercano di ottenere, non comprendono perché agiscono così: semplicemente rompono i macchinari e distruggono la fabbrica. Desiderano unicamente far conoscere ai padroni la loro indignazione, testano la potenza della loro forza aggregata per uscire fuori da una situazione insopportabile, senza sapere perché vivono una situazione tanto disperata e quali devono essere le loro aspirazioni..

In tutti i paesi, l’indignazione degli operi cominciò con proteste isolate, con sommosse, disordini, come li chiamano polizia e padroni, qui in Russia. n tutti i paesi questi disordini diedero luogo, da un lato, a scioperi più o meno pacifici e, dall’altro, ad una lotta sfaccettata della classe operaia per la sua emancipazione.

Vladimir Lenin

Traduzione a cura di Ur

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