Perché Stalin ha vinto? (seconda parte)

Pubblichiamo una recensione del libro di Lara Douds “Inside Lenin’s Government”, Bloomsbury Academic, 2018. Attraverso la recensione, l’autore descrive il processo di estinzione della democrazia durante la guerra civile russa, e mostra come la burocrazia, nonostante gli sforzi di Lenin, abbia assunto il controllo, permettendo il predominio di Stalin. Le conclusioni di Lara Douds abbattono allo stesso tempo le tesi ideologiche del “totalitarismo” della rivoluzione bolscevica, ma anche la revisione stalinista dei primi passi dell’Unione Sovietica.

Qui la prima parte.


L’estinzione della democrazia

Dal 1920, le conquiste della Rivoluzione d’Ottobre erano visibilmente in pericolo. La collegialità era stata abbandonata, i soviet degli operai erano stati dissanguati dalla guerra civile, mentre il partito assumeva sempre più su di sé le funzioni di organo esecutivo. Douds riporta due esempi particolarmente suggestivi. Nel 1920 il commissario del popolo agli affari esteri, Georgij Vasil’evič Čičerin, iniziò a presentare i propri rapporti al Politburo piuttosto che al Sovnarkom. Dal 1917 fino alla fine del 1920, lo stesso Sovnarkom aveva inoltrato al Politburo solo 17 pagine di rapporti sulla propria attività. Nel solo 1921, queste pagine erano già diventate 1113! Questi dati illustrano al meglio gli enormi cambiamenti nella struttura del governo rivoluzionario, che hanno fatto seguito alla mutata struttura di classe presentatasi negli ultimi anni della guerra civile.

Le prime serie proteste da parte dei vecchi bolscevichi iniziarono attorno al 1920. Alla burocratizzazione del partito si opponeva da una parte la cosiddetta “Opposizione operaia”, di Šljapnikov e Kollontaj, dall’altra i “Centralisti democratici”, guidati da Vladimir Smirnov e Valerijan Obolensky-Osinsky. Quest’utlimo, essendo uno dei protagonisti della lotta per mantenere gli organi di Stato separati da quelli di partito, è anche uno degli eroi del libro di Douds. L’autrice, però, apprezza più che altro la creazione di una versione “socialista” delle istituzioni prospettata da Osinsky. Nella sua visione, il Sovnarkom sarebbe dovuto diventare l’equivalente del governo di una democrazia liberale, mentre il Comitato esecutivo centrale panrusso (VCIK) avrebbe assunto la funzione di parlamento. Questa presentazione acritica di Osinsky presenta un’ulteriore limitazione del libro. Douds non discute nemmeno gli appelli per rinnovare l’autorità dei soviet e degli altri organi di direzione operaia nati dal basso durante la Rivoluzione d’Ottobre. L’autrice riporta solamente che Lenin ha liquidato acriticamente le soluzioni di Osinksy come borghesi, riconoscendo però che Lenin stesso, a causa dello stato di salute, non ha avuto modo di elaborare più dettagliatamente la concezione delle istituzioni socialiste.

 

Sverdlov e Trotsky, guardiani della rivoluzione

Scrivendo (col senno di poi) della malattia e della morte di Lenin, Douds distingue due personalità fondamentali che secondo lei avrebbero potuto giocare un ruolo fondamentale nell’istituzione di una vera democrazia operaia. Si tratta di Jakov Sverdlov e Lev Trotsky. Naturalmente, né l’uno né l’altro hanno mai considerato sé stessi come guardiani “prescelti” della rivoluzione, né venivano così considerati dai propri contemporanei. È però vero che l’analisi delle posizioni di Sverdlov e Trotsky rivela le occasioni mancate per una piena realizzazione della democrazia sovietica.

La prima personalità che Douds analizza è Jakov Sverdlov, nato da una vecchia famiglia di rivoluzionari e bolscevico dal 1903. Sverdlov fu presidente del segretariato del partito bolscevico (carica in seguito detenuta da Stalin, che attraverso essa otterrà il pieno controllo del partito) e presidente del VCIK, organo esecutivo del Congresso panrusso dei soviet. Sverdlov è stato così un “ponte” tra l’apparato di partito e il governo dei soviet degli operai, che allora erano ancora organi democratici indipendenti dal partito. Sverdlov si è impegnato affinché rimanessero tali, facendo da argine all’integrazione di partito e Stato. Seguendo le fonti scritte sul lavoro di Sverdlov nel VCIK, Douds dimostra che lui non era concentrato sulla realizzazione del predominio bolscevico sui soviet, ma solo sul portare avanti una linea di partito unitaria tra i rappresentanti bolscevichi nei soviet. Douds lo equipara a un contemporaneo capogruppo di una democrazia liberale, arrivando a sostenere che il suo potere era ben più limitato che in equivalenti strutture nel parlamento britannico contemporaneo. Con Sverdlov vivo, il VCIK e il Congresso dei soviet hanno continuato a funzionare in maniera del tutto democratica, ascoltando gli ordini dal basso. Sverdlov morì all’improvviso nel marzo del 1919 durante l’epidemia di febbre spagnola, senza venire sostituito da qualcuno che politicamente fosse della stessa portata e che quindi fosse in grado di mantenere sotto controllo il governo del partito. Douds fa notare che il numero di impiegati nel segretariato del partito crebbe drammaticamente nei due anni successivi alla morte di Sverdlov, passando da 30 a 602 persone.

Il declino della salute di Lenin ha portato a un’ulteriore peggioramento della situazione, portando a quello che Douds definisce come “politica della malattia” (politics of illness). Lenin era presidente del Sovnarkom, in quanto tale rappresentava l’ultima linea di difesa dell’indipendenza degli organi esecutivi sovietici. È interessante ricordare che Lenin, dall’ottobre del 1917 fino alla morte avvenuta nel gennaio del 1924, non ha mai avuto nessuna posizione da dirigente del partito bolscevico. Non aspettandosi che la malattia durasse a lungo, il Sovnarkom introdusse un sistema di sostituti che avrebbero dovuto presiedere il governo in sua assenza. In una serie di circostanze sfortunate, anche i suoi sostituti Aleksandr Dmitrievič Tsiurupa e Aleksej Ivanovič Rykov ben presto si ammalarono, aggravando ulteriormente il funzionamento del Sovnarkom e portando al trasferimento verso il Politburo di carichi di lavoro.

Dal 1922, Lenin ha provato a convincere Trotsky ad assumere la funzione di suo sostituto. Trotsky ha più volte di fila rifiutato tale offerta a causa del suo disaccordo con la Nuova Politica Economica (NEP). Lenin aveva notato delle contraddizioni tra il lavoro del Politburo, del Sovnarkom e del VCIK. Messo ulteriormente in difficoltà a causa dello stato di salute, non era però in grado di risolverle. Trotsky era cosciente degli stessi problemi almeno dal febbraio del 1922, ma ha protestato per la prima volta contro la burocratizzazione del partito solo durante il XII congresso del partito, nell’aprile del 1923. Anche allora non ha espresso pubblicamente le proprie critiche in modo da mantenere la disciplina di partito, schierandosi con il Politburo contro l’opposizione di Osinsky. La troika Stalin-Kamenev-Zinov’ev aveva già cominciato a consolidare il proprio potere. Douds offre una critica costruttiva del comportamento di Trotsky e Lenin nei passi finali del libro:

“Il rifiuto di Trotsky ad assumere il ruolo di sostituto presidente del Sovnarkom dimostra però una “rigidità tattica” nel modo di pensare e operare di Trotsky. Trotsky avrebbe potuto contrastare direttamente l’interferenza del partito e migliorare da dentro l’apparato statale. Invece di fare ciò, ha scelto di criticare dai margini. I suoi sforzi costruttivi stessi per migliorare l’apparato statale presero la forma di argomentazioni a favore di un’aumentata autorità del Gosplan e la proposta di cambiamenti negli organi di partito contenuti nel suo libretto “Il nuovo corso” scritto nel 1923. Ma Trotsky non aveva nessun punto d’appoggio dentro il governo, nessuna piattaforma da cui promuovere queste politiche e il Sovnarkom venne quindi lasciato senza un leader forte e politicamente rispettabile, senza più riguadagnare il primato assunto durante i primi anni della presidenza di Lenin.

La riluttanza sia Lenin stesso che dei dirigenti bolscevichi nel trovare un adeguato sostituto per sé durante la sua malattia ha reso probabile l’accumulo di potere in sedi alternative. Lenin, su consiglio dei suoi dottori, sentiva che sarebbe stato in grado di ritornare al lavoro nel breve periodo. Come conseguenza di ciò, aveva designato solo persone che avrebbero solo fatto da sostituti, invece di sostituirlo propriamente. Mentre l’attenzione di tutti era concentrata su chi sarebbe stato in grado di sostituire Lenin come presidente del Sovnarkom, la troika aveva già preso ad accumulare potere negli organi supremi del partito, dove Lenin non aveva mai avuto funzione ufficiale, senza far sembrare che si stesse insultando la memoria di Lenin o che si stesse prendendo del potere per sé. Se Lenin si fosse messo da parte durante la propria malattia e avesse messo al proprio posto un presidente forte, di prestigio politico, capace a guidare il Sovnarkom come lo era stato Lenin dal 1917 al 1920, forse sarebbe stato in grado di reclamare il suo ruolo di organo esecutivo del governo dei soviet. Invece quanti erano negli organi dirigenziali del partito hanno tratto vantaggio dalla “politica della malattia”. Il Sovnarkom ristagnò a causa di due anni di una direzione incoerente e senza prestigio politico, e il Politburo divenne il vero luogo di potere”.

 

Cosa ci insegna l’esperienza dei bolscevichi?

Il libro di Lara Douds, pur essendo opera di una storica professionista, e non di una politologa, porta con sé più lezioni politiche per la costruzione di un movimento rivoluzionario socialista ai giorni nostri. Dimostra che anche se studiamo dagli errori dei bolscevichi, e non da quelli di Stalin, questo non rappresenta il rifiuto dell’idea e dell’esperienza dei bolscevichi. Le argomentazioni contenute nell’opera smontano le tesi ideologiche per cui ogni tentativo radicalmente democratico e socialista di trasformare la società porta necessariamente alla dittatura e al “totalitarismo”. Anche se gli errori del sistema staliniano lasciano molte lezioni su come costruire uno Stato operaio, è fondamentale capire gli errori dei dirigenti rivoluzionari stessi, che non sono stati in grado di prevedere e prevenire lo stalinismo, in modo da evitare di ripeterle in futuro. È così che che, in fin dei conti, si dimostra che l’esperienza del primo Stato operaio nella storia dell’umanità non è stata solo una tragedia, destinata sin dall’inizio al fallimento. Si dimostra anche che la vittoria dello stalinismo è un’anomalia, non la conseguenza logica determinata dalla stessa teoria e prassi marxista. Un tale punto di vista salva il marxismo sia dalle critiche dei liberali che dal revisionismo degli stalinisti.

Stefan Gužvica

Traduzione di Gabriele Bertoncelli da Marks21

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