Tra “meritocrazia” e sfruttamento: la dura vita del Promoter Tim

In un momento di grande crisi del capitalismo la difficoltà dei padroni a valorizzare il capitale si traduce in una crisi occupazionale e nel proliferare di figure professionali nuove o apparentemente tali. Si tratta del solito vecchio sfruttamento, camuffato ad arte per confondere chi il peso della crisi lo porta sulle spalle, primi tra tutti giovani che si ritrovano senza un futuro. Uno di questi lavori è sicuramente quello del promoter dei centri commerciali.

In un’agenzia che opera in subappalto per TIM, i promoter lavorano 6 giorni su 7 e 9 ore al giorno (dalle 10;00 alle 20;00 con un’ora di pausa pranzo) inquadrati a livello contrattuale con il famoso – e precarizzante quanto i suoi attuali colleghi voucher – contratto a co.co.co (collaborazione coordinata e continuativa) introdotto col Pacchetto Treu del 1997. I lavoratori a co.co.co infatti sono considerati per legge lavoratori parasubordinati, cioè autonomi ma con un rapporto lavorativo analogo a quello dei subordinati e di fatto non hanno giorni di malattia, non hanno permessi e non hanno nemmeno le ferie, e in caso di recesso non hanno diritto al TFR. Concretamente si è lavoratori dipendenti, sulla carta si è lavoratori autonomi ma senza partita IVA.

Essere assunti non è difficile, l’agenzia cerca aspiranti promoter tutto l’anno tramite annunci molto vaghi dove si può scegliere se fare il part time o il full time. Se si invia il cv al 99% dei casi si verrà chiamati per un colloquio dopo il quale, anche senza particolari abilità professionali, si inizierà con un periodo di prova. La prova dura 4 o 5 giorni, alla fine dei quali si sarà assunti con un contratto co.co.co a tempo determinato e anche per chi ha scelto il part time alla fine l’unica vera opzione è il full time. Le condizioni contrattuali passano tuttavia inosservate perché il contratto viene fatto firmare quasi ad occhi chiusi, senza un minimo di tempo per valutare.

È vero che un bravo promoter può guadagnare in media 1600-1700 €, ma questo al prezzo di intere giornate passate in piedi, completamente assoggettato alla logica utilitarista che sostituisce l’individuo con il profitto, per non parlare del rischio di ritrovarsi praticamente in mezzo a una strada non appena si cessa di essere “bravi”.

Ecco allora che i promoter diventano i cosiddetti “muli da soma” dei loro store manager. Ogni store manager ha un certo numero di promoter definite anche come “risorse” e ogni provvigione che un promoter fa porta un certo guadagno anche al suo store manager. I promoter guadagnano solo sulle provvigioni che fanno, gli store manager oltre alle loro provvigioni prendono una percentuale anche su quelle delle loro “risorse”, arrivando a totalizzare cifre anche fino a 3000-4000 € al mese. Ogni provvigione, se diventa attiva, fa intascare 80 € netti al promoter; in caso contrario questi deve almeno sperare che diventi verde in modo che con venti contratti verdi abbia diritto ad una sorta di “paracadute” di 600 €. Una vera miseria per i turni massacranti che si fanno ma ovviamente in un clima positivo in perfetta linea con il sistema meritocratico, anche i 10 € in nero che si intascano direttamente con le SIM devono far gola.

Gli store manager operano per instillare nei promoter una sorta di positività cieca ed esaltata. Non c’è il tempo per elaborare pensieri negativi: i promoter devono essere ambiziosi e non perdere di vista neanche un cliente; se non fanno almeno un contratto entro la mattinata gli store manager incominciano a fargli pressione e a fargli credere che non ci stanno mettendo abbastanza impegno. Secondo le loro statistiche, infatti, su 50 persone che fermi almeno 10 si fermano e su quelle 10 almeno 3 fanno il contratto. È questione di attitudine e statistica secondo loro! Se fai zero contratti in un giorno praticamente ti fanno passare quasi per un fallito. Ma nemmeno questo fa insorgere gli sfruttati contro i loro aguzzini, poiché questi fanno si che fin dai primi giorni si crei un buon rapporto. Durante il turno se ne stanno sullo stand assieme ai promoter e molto spesso scherzano e ridono assieme a loro. Per un osservatore esterno è chiaro che si tratta di sudditanza psicologica travestita da fraternità, ma non bisogna sottovalutare la bravura con cui questi personaggi sanno plagiare chi, trovandosi senza un futuro, si lascia sedurre da false speranze.

Durante i primi mesi sono di formazione si parte dal “saper fermare i clienti e portarli a fare la trattativa” per arrivare al “saper fare la trattativa e chiudere il contratto”. Infatti inizialmente i contratti firmati a nome del promoter vengono conclusi dagli store. Hanno bisogno che le nuove reclute siano compiaciute del loro lavoro altrimenti chiunque se ne andrebbero subito o quasi!

Quello del “promoting” sembrerebbe il settore occupazionale perfetto, nessun fallimento e assunzioni a non finire, in realtà è una delle tante fabbriche moderne di schiavi… Che rimangono tali anche se sono in giacca e cravatta.

Azimuth

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