Con Trotsky fino alla fine (estratto)

Pubblichiamo degli estratti da uno scritto di Joseph Hansen, dirigente ai tempi della sezione statunitense della Quarta Internazionale, il Socialist Workers Party (SWP), dove ricostruisce in prima persona i dettagli dell’attentato mortale contro Trotsky per mano di Jacson-Mornard (Ramón Mercader) sotto ordine di Stalin e della sua polizia politica, la GPU.


 

Dall’attacco coi mitra del 24 maggio (1) per mano della GPU nella camera da letto di Trotsky, la casa di Coyoacán si era trasformata in una fortezza. Si aumentò il numero di guardie e si migliorò il loro armamento. Una ridotta fu stata costruita con tetti e pavimenti a prova di bomba. Due porte blindate, azionate elettricamente, sostituirono la vecchia porta di legno. (…) Tre nuove torri a prova di proiettile dominavano non solo il cortile ma anche il quartiere. Furono state costruite barriere di filo spinato e reti anti-bomba.

 

La casa fortificata a Coyoacan

Tutta questa costruzione era stata possibile grazie ai sacrifici dei simpatizzanti e dei membri della Quarta Internazionale, che fecero tutto il possibile per proteggere Trotsky, sapendo che era molto probabile che Stalin tentasse un altro attacco disperato dopo il fallimento del 24 maggio. Il governo messicano, l’unico fra tutti i paesi del mondo che avesse dato asilo a Trotsky nel 1937, triplicò il numero di poliziotti di servizio fuori dalla casa, facendo tutto quello che era in suo potere per proteggere la vita dell’esiliato più celebre del mondo.

Solo la forma dell’attacco imminente era sconosciuta. Un altro attacco coi mitra con più aggressori? Bombe? Mine? Veleno?

 

Il 20 agosto 1940

Ero sul tetto con Charles Cornell e Melquiades Benitez. Stavamo per collegare una potente sirena al sistema di allarme da utilizzare in caso di un nuovo attacco della GPU.

Nel pomeriggio, tra le 5:20 e le 5:30, Jacson, che conoscevamo come simpatizzante della Quarta Internazionale e come marito di Sylvia Ageloff (2), ex membro del SWP, arrivò nella sua piccola Buick. Invece di parcheggiare di fronte a casa come al solito, fece una svolta completa nella strada e parcheggiò parallelo al muro, in direzione di Coyoacán. Quando scese dalla macchina, guardò il soffitto e gridò “È venuta Sylvia?”.

Ci soprese un po’. Non sapevamo che Trotsky avesse fissato un incontro con Sylvia e Jacson, pero pensammo che Trotsky si fosse dimenticato di avvertirci, cosa che succedeva a volte in questi casi.

Rispondemmo a Jacson: “Aspetta un momento”. Cornell fece funzionare i controlli elettrici delle porte e Harold Robins lo ricevette nel cortile. Jacson aveva un impermeabile sul braccio. Era la stagione delle piogge e, nonostante il sole splendesse, molte nuvole fitte sopra le montagne, verso sud-ovest, minacciavano pioggia.

Trotsky stava dando da mangiare a conigli e polli nel cortile, un’occasione per fare un po’ d’esercizio fisico, confinato com’era a quella vita sedentaria e ristretta. Pensavamo che, come era suo costume, sarebbe rientrato in casa solo dopo aver terminato di aver dato da mangiare agli animali o prima che Sylvia arrivasse. Robins stava in cortile. Trotsky di solito non riceveva Jacson da solo.

Trotsky che dà da mangiare agli animali del cortile.

Melquiades, Cornell e io continuammo con il nostro lavoro. Nei successivi dieci o quindici minuti che seguirono rimasi seduto nella torre principale per scrivere il nome delle guardie con etichette bianche fissate agli interruttori che collegavano le loro stanze al sistema di allarme.

Un urlo terrificante lacerò la calma del pomeriggio, un lungo grido di dolore: metà grido, metà singhiozzo. Mi trafisse dalla testa ai piedi. Corsi fuori dalla casa di guardia. Un incidente di uno dei dieci lavoratori che stavano ristrutturando la casa? I suoni del combattimento violento provenivano dallo studio del Vecchio, e Melquiades puntò il fucile contro la finestra sottostante. Trotsky, nella sua giacca da lavoro blu, divenne visibile per un momento, combattendo corpo a corpo con qualcuno.

“Non sparare!”, gridai a Melquíades, “potresti colpire il Vecchio!”. Melquíades e Cornell abbandonarono il tetto, coprendo le uscite dello studio. Accendendo l’allarme generale, scivolai giù per le scale verso la biblioteca. Quando entrai dalla porta che collegava la biblioteca con la sala da pranzo, il Vecchio barcollò fuori dal suo ufficio, il suo corpo coperto di sangue.

“Guarda cosa mi hanno fatto!” disse.

Allo stesso tempo, Harold Robins entrò dalla porta nord della sala da pranzo, seguito da Natalia. Prendendo freneticamente Trotsky fra le sue braccia, Natalia lo portò sul balcone. Harold e io ci occupammo di Jacson, che era nello studio ansimante, con la faccia tirata, le braccia penzoloni e un revolver in mano. Harold era più vicino a lui. “Occupati di lui,” dissi, “vedrò cosa è successo al Vecchio.” Quando me ne andai, Robins gettò l’assassino sul pavimento.

Trotsky entrò traballando in sala da pranzo, con Natalia che singhiozzava e tentava d’aiutarlo. “Guarda cosa gli hanno fatto”, disse lei. Quando lo presi tra le mie braccia, il Vecchio si divincolò in direzione del tavolo.

La ferita alla testa sembrava a prima vista superficiale. No avevo udito nessuno sparo. Jacson doveva averlo colpito con qualche attrezzo. “Che è successo?”, domandai al Vecchio.

“Jacson mi ha sparato con un revolver. Sono gravemente ferito… Sento che stavolta è la fine”. Tentai di tranquillizzarlo: “è una ferita superficiale. Ti riprenderai”.

“Parlavamo di statistiche francesi”, rispose il Vecchio.

“Ti ha colpito alle spalle?”, gli domandai.

Trotsky non rispose.

“No, non ti ha sparato”, gli dissi; “non abbiamo sentito nessuno sparo. Ti ha colpito con qualcosa”.

Trotsky pareva indeciso e mi premeva la mano. Mentre si rivolgeva a me, parlava anche in russo con Natalia. Continuamente toccava la sua mano con le labbra.

Tornai sul tetto, gridai alla polizia dall’altra parte del muro: “Chiamate un’ambulanza!”. Dissi a Cornell e Melquíades: “È un attentato, Jacson…”. Il mio orologio segnava le 6 meno 10.

Tornai nuovamente dal Vecchio insieme a Cornell. Senza aspettare che venisse l’ambulanza dalla città, decidemmo che Cornell sarebbe andato a prendere il dottor. Dutren, che viveva molto vicino e aveva assistito la famiglia in varie occasioni. Essendo la nostra auto nel garage, Cornell decise di prendere l’auto di Jacson che stava nella strada.

Quando Cornell uscì, i rumori di una nuova lotta ci raggiunsero dall’officina dove Robins teneva d’occhio Jacson.

“Dì ai compagni che non lo uccidano”, disse il Vecchio, “deve parlare”.

Lasciai Trotsky con Natalia e sono andai in studio. Jacson stava disperatamente cercando di scappare da Robins. Il suo revolver era molto vicino al tavolo. Sul pavimento c’era uno strumento insanguinato che sembrava un piccone industriale ma con il dorso di un’ascia. Mi unii al combattimento contro Jacson, colpendo la sua mascella e la sua guancia, rompendomi la mano.

Lo studio di Trotsky.

Quando Jacson tornò cosciente, gemette “tengono prigioniera mia madre… Sylvia Ageloff non ha nulla a che vedere con tutto questo… No, no, non è la GPU, non ha nulla a che vedere con la GPU…”. 

…”. Faceva perno sulle parole che dovevano dissociarlo dalla GPU, come se improvvisamente si ricordasse che il suo ruolo gli imponeva di insistere su questo punto. Ma si era già tradito. Quando Robins gettò l’assassino sul pavimento, Jacson pensò che fosse il suo ultimo momento. Pazzo di terrore, non riusciva a controllare le parole che dicevano: “Me lo hanno fatto fare”. Disse la verità: era la GPU che glielo aveva fatto fare.

Cornell irruppe nello studio. “Le chiavi non stanno nella sua auto”. Cercò di trovare le chiavi nelle tasche di Jacson, ma senza successo. Mentre stava guardando, corsi fuori ad aprire le porte del garage. In pochi secondi Cornell partì con la nostra macchina…

Aspettavamo che Cornell tornasse, Natalia e io eravamo inginocchiati accanto al Vecchio e gli tenevamo le mani. Natalia gli era asciugata il sangue dal viso e gli aveva messo un blocco di ghiaccio sulla testa che si stava già gonfiando.

“Ti ha colpito con un piccone”, dissi al Viejo. “Non ha sparato, sono sicuro che sia solo una ferita superficiale”.

“No”, rispose, “mi fa male qui (indicando il suo cuore), questa volta ce l’hanno fatta”.

Provai a tranquillizzarlo: “No, è solo una ferita superficiale; migliorerai”.

Ma il Vecchio sorrise un poco con gli occhio. Capiva…

“Prenditi cura di Natalia, è stata con me per molti, molti anni. “Mi teneva la mano e intanto contemplava lei. Sembrava ubriacarsi del suo viso, come se la stesse abbandonando per sempre, rivivendo tutto il passato in alcuni secondi, nell’ultimo sguardo che le rivolgeva”.

“Lo faremo”, promisi. La mia voce  sembrava sollevare tra i tre la consapevolezza che era davvero la fine. Il Vecchio ci strizzò le mani in modo convulso, improvvisamente con le lacrime agli occhi. Natalia sprofondò in lacrime, si chinò su di lui e gli baciò la mano.

Quando giunse il dottor Dutren, i riflessi del lato sinistro del Vecchio erano già quasi nulli. Alcuni momenti dopo la polizia venne a prelevare l’assassino che stava nello studio.

Natalia non voleva che portassero il Vecchio all’ospedale; fu in un ospedale di Parigi che suo figlio, Lev Sedov, era stato assassinato due anni prima. Lo stesso Trotsky, sdraiato sul pavimento, era indeciso.

“Verremo con te”, gli dissi.

“Decidete voi”, mi disse, come se ora fosse interamente nelle mani di chi lo circondava, come se il momento di decidere per se stesso fosse definitivamente passato.

Prima che lo avessimo disteso su una barella, il Vecchio mormorò di nuovo: “Voglio tutto ciò che mi appartiene rimanga a Natalia”. Poi, con una voce che toccava i sentimenti più profondi di quelli che erano inginocchiati al suo fianco: “Abbi cura di lei…”.

Natalia e io facemmo il triste viaggio con lui in ospedale. La sua mano destra sbucò oltre le lenzuola che lo coprivano, toccò il recipiente d’acqua vicino alla sua testa, trovò Natalia. Le strade si erano già riempite di gente, tutti i lavoratori e i poveri si disponevano in fila al passaggio dell‘ambulanza, la cui sirena risuonava dietro una squadra di polizia su motociclette che si faceva strada nel traffico verso il centro della città. Trotsky sussurrò, facendomi avvicinare alle sue labbra per poterlo sentire:

“È un assassino politico. Jacson era un membro della GPU o un fascista, più probabilmente dalla GPU.” Il Vecchio stava riflettendo su Jacson, e nel poco tempo a sua disposizione mi descrisse il suo pensiero su come si dovesse analizzare l’attentato, sulla base dei fatti che abbiamo avevamo a disposizione: “La GPU di Stalin è colpevole, ma dobbiamo lasciare aperta la possibilità che sia stata aiutata dalla Gestapo di Hitler”. Non sapevo che il marchio di fabbrica di Stalin, sotto forma di “confessione”, era nella tasca del killer.

Ramon Mercader ricostruisce l’assassinio.

Le ultime ore

In ospedale, i dottori più importanti del Messico si riunirono in consiglio. Il Vecchio, esausto, ferito a morte, con gli occhi quasi chiusi, guardò nella mia direzione dallo stretto letto d’ospedale e agitò debolmente la mano destra. “Joe, hai un quaderno?” Quante volte mi aveva chiesto la stessa cosa! Ma in tono vigoroso, con il sottile accenno a danno nostro riguardo la “efficienza americana”. Adesso la sua voce era debole, le parole erano appena distinguibili. Parlava con grande sforzo, combattendo contro l’oscurità crescente. Mi appoggiai al letto. I suoi occhi sembravano aver perso quel lampo di intelligenza vivente così caratteristica del Vecchio. I suoi occhi si erano fissati, come se non vedessero più il mondo esterno, eppure sentivo la sua enorme volontà respingere le forze oscure, rifiutando di arrendersi al nemico, dovendo svolgere un ultimo compito, lentamente, in modo accennato, dettò, scegliendo le parole del suo ultimo messaggio alla classe operaia, purtroppo in inglese, una lingua che gli era estranea. Sul letto di morte continuava a dimenticare che il suo segretario non conosceva il russo!

“Sono in punto di morte per il colpo di mano di un assassino politico… mi ha aggredito nella mia abitazione. Ho lottato con lui… siamo entrati … eravamo andati a parlare di statistiche francesi… mi colpì… Ti chiedo di dire ai nostri amici… sono sicuro… della vittoria… della Quarta Internazionale.. Avanti!”.

Provò a parlare di più; ma le parole erano incomprensibili. La sua voce languiva, gli occhi affaticati si chiudevano. Non tornò più cosciente. Ciò succedeva circa due ore e mezza dopo l’attentato.

(…) Scopersero che la piccozza era penetrata 7 centimetri, distruggendo in modo considerevole il tessuto cerebrale (…)

Durante più di ventidue ore dopo l’operazione, la speranza che potesse sopravvivere si alternava con lo scoraggiamento (…) Pensavamo ai giorni in cui, insieme a Lenin, avevano guidato la prima rivoluzione vittoriosa della classe operaia. (…) Pensavamo che in un modo o nell’altro quest’uomo che era sopravvissuto alle prigioni dello zar, agli esili, a tre rivoluzioni, ai processi di Mosca, sarebbe sopravvissuto al colpo oltre misura codardo di Stalin.

Ma il Vecchio aveva più di sessant’anni. Era stato malato per diversi mesi. Alle 7:25 della sera, il 21 di agosto, affrontò la crisi finale. I medici lavorarono per venti minuti, utilizzando i mezzi scientifici a loro disposizione, ma nemmeno l’adrenalina poteva rianimare il grande cuore e il grande cervello che Stalin aveva distrutto con una piccozza.

(…)

Ricordo ciò che disse dopo essere sfuggito all’attentato del 24 maggio: “In guerra, gli accidenti sono inevitabili, accidenti favorevoli e sfavorevoli: ciò è parte della guerra”. Ricordo le parole di Natalia: “La mattina del 20 agosto, quando ci alzammo, L. D. disse: “un’altra bella giornata. Siamo ancora vivi”. Lo aveva ripetuto tutte le mattine dal 24 maggio”.

Trotsky sapeva che Stalin aveva decretato la sua morte. Sapeva che Stalin contava sul fatto che il suo assassinio si sarebbe perso negli eventi titanici della Seconda Guerra Mondiale, dove interi Stati sarebbero stati eliminati dalle carte, e il massacro di centinaia di migliaia di uomini non significava nulla più che un breve titolo nei comunicati quotidiani dei campi di battaglia. Trotsky sapeva che contro i mezzi del poderoso Stato controllato da Stalin, si levavano solo il coraggio e i mezzi sfortunatamente insufficienti di un piccolo gruppo di rivoluzionari. Trotsky sapeva che tutti i vantaggi tattici erano in mano al nemico: il momento più propizio, la sorpresa, la capacità di attaccare una postazione fissa con una serie di metodi diversi. Era quasi sicuro che, con sforzi sufficienti, una volta, presto o tardi, i casi di guerra sarebbero sfavorevoli per noi. Trotsky predisse anche che il prossimo attacco sarebbe avvenuto quando Hitler avesse iniziato la sua battaglia contro l’Inghilterra.

La politica di Trotsky non fu mai la politica della disperazione. Combatteva con tutta la sua energia; tuttavia, durante i mesi in cui costruimmo la nostra “fortezza”, percepii varie volte che si sentiva condannato.

“Non vedrò la prossima rivoluzione”, mi disse, “sarà per la tua generazione”. Sentivo nelle sue parole un profondo rammarico: che piacere vedere la lotta di classe nella sua prossima fase di sviluppo, che gioia grande partecipare ad un’altra rivoluzione: cosa riserverà il prossimo periodo al genere umano!

“Non è come prima”, disse di nuovo. “Siamo vecchi, non abbiamo l’energia della generazione giovane. Uno si stanca… e invecchia… Sarà per la tua generazione, non vedremo la prossima rivoluzione”.

Tuttavia, Trotsky perseverava nonostante sapesse che tutte le probabilità stavano contro la sua sopravvivenza. Lottava contro il tempo, forgiando la Quarta Internazionale, armandola delle idee del bolscevismo.

Ogni giorno in questo periodo di guerra mondiale, di lotte di frazione, aveva un valore incalcolabile per la nuova generazione di quadri rivoluzionari. Trotsky lo sapeva meglio di chiunque altro. Intendeva lasciarci intatta tutta l’eredità del bolscevismo che aveva protetto, fino al minimo dettaglio. Sapeva cosa era costata quell’eredità, cosa rappresentava nel periodo che si apriva di fronte a noi. Il tempo era poco!

 

Note:

* Traduzione da Les Cahiers du CERMTRI N.º 99, “L’assassinat de Trotsky. Documents”, CERMTRI, París, diciembre de 2000.

** Joseph Hansen (1910-1979): Entrò a far parte del movimento trotskista nel 1934, fu militante del sindacato dei marinai e membro della segreteria e della guardia di Trotsky dal 1937 al 1940. Per molti anni diresse The Militant e la International Socialist Review [l’organo settimanale e la rivista teorica del SWP] e fu rappresentante del Socialist Workers Party. Fondò Intercontinental Press e lo diresse fino alla sua morte.

1. Vedi León Trotsky, La Comintern y la GPU.
2. Sylvia Ageloff era l’amante di Mercader (che conosceva col nome di Frank Jacson). “Era stata ben scelta, e poi aveva una sorella, Ruth Ageloff, per la quale Trotsky aveva una grande simpatia. Ruth era in Messico al tempo delle sessioni della Commissione Dewey. Ci aiutò molto traducendo, battendo a macchina, cercando documenti. Non viveva nella casa, ma per diverse settimane era venuta quasi ogni giorno per condividere la nostra vita e il nostro lavoro. Trotsky conservava un eccellente ricordo di lei: la sorella di Ruth poteva essere accolta solo da lui e da Natalia” (Jean van Heijenoort, Con Trotsky en el exilio: De Prinkipo a Coyoacán).

 

Joseph Hansen

Ottobre 1940

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