L’Argentina sull’orlo del baratro

L’Argentina vive giorni difficili. Lo scontento sociale ribolle, aggravato da difficoltà economiche sempre peggiori, minacce di mobilitazioni selvagge che infliggano un colpo mortale al governo del Presidente Mauricio Macri. Nell’ultimo fine settimana di agosto, una svalutazione drastica del peso argentino, da circa 30 a 40 peso per dollaro americano, ha diffuso il panico nella popolazione e disagio tra gli investitori stranieri. Sentendogli mancare il terreno da sotto i piedi, Macri ha chiesto al Fondo Monetario Internazionale di anticipare tutto in una volta un prestito di 50 milioni di dollari già approvato, invece che erogarlo in diverse rate come da accordi.

Lo scivolone valutario si è trasformato presto in una crisi politica. Il 3 settembre, Macri ha annunciato lo smantellamento di 11 ministeri (fondendone alcuni, degradando altri a “uffici”) e ha rimosso i Vice di Gabinetto Mario Quintana e Gustavo Lopeteguy, in una mossa che è stata considerata da più parti come un depotenziamento del Primo Ministro Marcos Peña. Lo scontro interno alla Casa Rosada, il palazzo dell’esecutivo argentino, si è approfondito parallelamente alla crisi.

Il peso sprofonda e la popolarità dei volti noti della coalizione Cambiemos lo segue a ruota. In un sondaggio recente, il 57% degli intervistati disapprovava Macri (il 35% ha affermato che la sua condotta è stata “pessima”; il 22,5% “cattiva”), mentre il tatto di contrarietà di Maria Eugenia Videl – la governatrice della Provincia di Buenos Aires, e uno dei volti più noti della coalizione Cambiemos – è schizzato fino a quasi il 48%. Il quesito riguardo se il governo federale attuale “può risolvere i problemi economici del paese” ha ottenuto il 63% di no.

Mentre l’economia mostra tensioni crescenti, il 29 agosto una mobilitazione di massa di insegnanti e studente in difesa dell’istruzione pubblica si è riversata nelle strade di tutte le maggiori città. Ma prima di esaminare le molte sfaccettature della crisi corrente, c’è bisogno di capire come ci siamo arrivati.

 

La cura, peggiore della malattia

Macri è arrivato alla presidenza nel 2015 promettendo efficienza e management professionale. Per i pochi che non se ne rendevano conto, è diventato chiaro che il suo piano di ripristino della competitività argentina e di crescita economica implicava un attacco diretto alla classe lavoratrice e ai poveri: deterioramento dei salari reali, abbattimento dei fondi per l’istruzione e la sanità pubbliche, una riforma delle pensioni reazionaria e una forte redistribuzione verso l’alto tramite un taglio delle tasse alle imprese – dei conglomerati agroindustriali in particolare.

 

Protesta contro il caro prezzi di elettricità, gas e acqua. Maggio 2018. Foto: Enfoque Rojo

Il suo programma si allinea sostanzialmente alle politiche di bilancio richieste dall’FMI, come dimostrato a giugno dall’erogazione di $ 15 miliardi di crediti. Le prescrizioni del FMI, tuttavia, non solo non sono riuscite a dare sollievo all’amministrazione Macri, ma si sono rivelate anche notevolmente insufficienti per ripristinare la fiducia delle imprese nell’economia argentina. Il “diluvio di investimenti” previsto più volte da Macri non è mai arrivato, e la nave sta ora affondando. Tutti i segnali sembrano indicare una recessione sempre più profonda.

Stimolato da questa apparente contraddizione tra il rigoroso rispetto delle raccomandazioni del FMI e gli scarsi risultati economici, un giornalista di Bloomberg ha chiesto al principale economista di Goldman Sachs per l’America Latina, Alberto Ramos, “Dobbiamo riscrivere la ricetta?” La sua risposta è stata ottusa come al solito. È stato solo dopo tre anni di recessione, ha affermato Ramos, che il Brasile ha potuto abbassare l’inflazione e “aggiustare” una moneta sopravvalutata: “L’Argentina stava cercando di fare tutto questo e di continuare a crescere! Sappiamo che è impossibile da fare”. Quello di cui gli argentini hanno bisogno è una bella recessione profonda. Grazie, Alberto.

 

Il rapporto di forze

Nella mentalità dei capitalisti e dei politici borghesi, non c’è altra opzione per il governo argentino che adottare misure dolorose per ristabilire l’equilibrio fiscale, frenare l’inflazione e ripristinare una moneta “artificialmente forte”, anche se ciò comporta un drammatico aumento della povertà, disoccupazione dilagante e tagli letali alla salute e all’istruzione. Dopo la tempesta, quando l’economia “guarisce”, l’inflazione è sotto controllo e il costo del lavoro diminuisce significativamente rispetto ai livelli globali, gli investitori stranieri accetteranno l’invito a godere di un’altra festa per i profitti. Il ripristino della fiducia delle imprese (e della redditività) è il nuovo mantra. L’operaio argentino è l’offerta agli dei del mercato.

Se il governo di Macri non aveva approvato tutte queste politiche prima d’ora, non era per empatia per i poveri, né era un’espressione di sofisticata moderazione attribuita alla “nuova destra” argentina (il tanto detto “gradualismo”). Le politiche di Macri sono pro-aziende poiché lo consentono i rapporti di forza. In altre parole, come rappresentante della borghesia nazionale e straniera alla testa del governo, Macri spinge le politiche pro-aziende al punto che la resistenza della classe lavoratrice minaccia di sfuggire di mano.

Ad esempio, il dibattito congressuale sulla riforma delle pensioni nel dicembre 2017 si è svolto parallelamente a uno scontro di piazza campale tra polizia e sindacati combattivi, attivisti sociali e organizzazioni politiche. Il progetto di legge fu approvato dal Congresso, grazie al sostegno di una manciata di rappresentanti peronisti, ma il governo ha irrimediabilmente incassato il colpo. Indebolito da questa vittoria di Pirro, il governo ha abbandonato i suoi piani per approvare una riforma del lavoro, annunciata solo pochi mesi prima.

 

I quaderni di Centeno

Il pantano politico di Macri arriva in un momento in cui il principale partito di opposizione non può trarne pienamente profitto. Uno scandalo di corruzione noto come “Quaderni di Centeno” ha implicato importanti politici della galassia kirchnerista e oltre – persino riversandosi su Macri e sui suoi capitalisti clientelari. L’ex presidente Cristina Fernández de Kirchner (CFK) ha pagato il prezzo più alto finora, non solo perché è stata accusata di appropriazione indebita, ma anche perché è considerata politicamente responsabile in uno schema di corruzione per il quale un numero crescente di funzionari della sua amministrazione è stata imprigionato, incluso il suo ex vicepresidente, Amado Boudou.

Questo è un elemento importante del quadro perché, prima che il peso si schiantasse, i quaderni Centeno erano in prima pagina in tutte le news argentine. Oscar Centeno era un autista di un funzionario di alto rango nel governo di CFK che ogni giorno maneggiava borse piene di denaro nero. In diversi taccuini, Centeno ha registrato in dettaglio ogni transazione fatta durante i suoi 10 anni di servizio. I taccuini sono stati prima consegnati alla stampa e successivamente a un tribunale penale, dove è iniziata un’indagine.

Il caso è ancora aperto, con molte parti in sospeso e parecchi sviluppi confusi, come la scomparsa dei quaderni stessi: Centeno afferma di averli bruciati su una griglia. Pertanto possiamo solo prendere in considerazione alcune riflessioni preliminari. Il caso mostra stupefacenti somiglianze con il caso “Lava Jato” in Brasile, in cui un giudice federale (Claudio Bonadío nel caso argentino, Sérgio Moro in Brasile) indaga importanti capi politici. La corruzione è pervasiva nei paesi periferici come l’Argentina e il Brasile, e i contratti statali per le opere pubbliche sono una fonte importante di profitti illeciti. Ma questa pratica coinvolge sia i funzionari di Cambiemos che i peronisti (compresi, ovviamente, i Kirchner, che hanno governato per 12 anni). È difficile trascurare il pregiudizio politico del giudice Bonadío, dato che ha interrogato dozzine di persone e ordinato la detenzione preventiva per molti di loro, ma ha accuratamente evitato di indagare su Macri e la sua famiglia, le cui partecipazioni includono diverse società che hanno acquisito contratti pubblici. Sotto l’apparenza di un campione imparziale di giustizia, questi giudici brandiscono la spada in modo selettivo, aprendo la strada ai politici preferiti del capitale.

Consapevole del fatto che lo scandalo della corruzione colpisce principalmente CFK e l’opposizione kirchnerista, Macri ha messo in secondo piano l’instabilità dell’economia grazie allo scandalo dei quaderni Centeno, nonché grazie alla crisi in Turchia e alla guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina.

 

Dinamiche di un paese dipendente

Gli economisti parlano sempre più di Argentina e Turchia come le prime vittime in una crisi imminente delle economie emergenti. L’aumento dei tassi di interesse della Fed [banca nazionale USA, ndt] ha portato al restringimento della liquidità a livello globale e al ritorno di capitali stranieri dalle economie emergenti verso gli Stati Uniti. Dall’inizio dell’anno, l’Argentina ha visto 20 miliardi di dollari in fuga di capitali.

La politica estera “America first” di Trump assume un carattere specifico quando si tratta delle relazioni degli Stati Uniti con paesi come l’Argentina e il Brasile. Non essendo più interessato a mantenere la stabilità dell’ordine mondiale, o persino dei paesi alleati, Trump ora si concentra esclusivamente sul promuovere gli interessi delle società statunitensi all’estero. Queste società stanno già sbavando davanti alle prospettive di business che si apriranno in Argentina dopo la svalutazione o in Brasile, dopo che il grande capitale locale che ha beneficiato della corruzione governativa sarà stato sottratto alla concorrenza. Sia Sérgio Moro che Claudio Bonadío hanno rapporti forti, anche se velati, con il governo degli Stati Uniti.

La questione delle interferenze degli Stati Uniti nell’economia e nella politica di un paese straniero acquista una rinnovata rilevanza ogni volta che una di queste economie è costretta a dichiararsi insolvente sul proprio debito o ad attuare rigorose politiche di austerità. Per i paesi poveri, il FMI e la formazione del debito estero sono tanto uno strumento dell’imperialismo quanto lo sono le Nazioni Unite. Ciò significa che la posizione minima per coloro che negli Stati Uniti sentono il dolore della gente in Argentina – e altrove nel mondo – è di opporsi fermamente a qualsiasi invasione del governo degli Stati Uniti nella sovranità degli altri paesi, nonché a esigere che il FMI e il governo degli Stati Uniti annullino il debito estero.

 

Dal gradualismo alla terapia d’urto

“La realtà ha dimostrato che dobbiamo andare più veloce”, ha detto Macri durante il suo discorso televisivo il 3 giugno, mostrando determinazione per aumentare il ritmo del programma di austerità. Pochi minuti dopo, il ministro dell’Economia Nicolás Dujovne ha annunciato un nuovo pacchetto di misure, tra cui un lieve aumento delle imposte sulle esportazioni agricole, un settore che ha ottenuto enormi profitti da quando Macri è entrato in carica e che trarrà il massimo vantaggio dalla svalutazione del peso. La maggior parte del disegno di legge, tuttavia, peserà sulle spalle della classe lavoratrice e dai poveri. Dujovne ha annunciato un riaggiustamento nel bilancio 2019 per ridurre il disavanzo fiscale dall’1,3% a zero. Questo taglio di bilancio richiederà al governo di spendere 6 miliardi di dollari in meno rispetto a quanto pianificato in precedenza, influenzando i salari per impiegati statali e servizi pubblici. Non ha menzionato, tuttavia, che il bilancio del deficit zero è l’obiettivo del “conto fiscale primario”, cioè, prima di pagare gli interessi del debito, che, sollevato dalla svalutazione del peso, ammonterà al 3,3% del il PIL nel 2019.

Nel bel mezzo dello slittamento della valuta la scorsa settimana, il governo ha deciso di aumentare il tasso di interesse al 60% nel tentativo di scoraggiare l’acquisto di dollari. Macri è ben consapevole, tuttavia, che questi tassi di interesse potrebbero raffreddare l’economia e diminuire l’inflazione se sarà fortunato, ma anche scoraggiare gli investimenti e aumentare il rischio di un’ulteriore recessione.

 

Lavoratori dei cantieri navali di Río Santiago in corteo contro la privatizzazione.Maggio 2018. Foto: Joaquín Díaz Reck

Di fronte a una crisi di tale portata, l’opposizione peronista ha poco da dire. Lo stesso presidente ha fatto in modo di ringraziare i “leader dell’opposizione” con i quali ha “fatto progressi” sul nuovo bilancio. “Perché, ricordate, non abbiamo mai avuto una maggioranza al Congresso”, ha detto. Sarebbe difficile trovare una prova più succinta ed eloquente della collaborazione dei peronisti di diverse fazioni con il partito al governo per mantenere la governabilità. E ha senso per loro. Preferirebbero che Macri arrivasse debole ma vivente (al governo) alle elezioni del 2019, e ancora meglio se prima faceva tutto il lavoro sporco.

I leader delle due federazioni sindacali, che hanno entrambi stretti legami con i politici peronisti (dalla filokirchnerista Central de Trabajadores Argentinos, CTA, alla più conservatrice peronista Confederación General del Trabajo, CGT), hanno annunciato scioperi generali per il 24 settembre e 25 settembre, rispettivamente. La chiamata può sembrare una misura radicale secondo gli standard americani ma, data la frequenza degli scioperi in Argentina e la gravità della crisi in corso, un appello per uno sciopero tra quasi un mese sembra più uno scherzo. Nelle parole del giornalista del lavoro Lucho Aguilar, “Non sappiamo come superare l’inverno, e la CGT sta pianificando uno sciopero per la primavera” [l’Argentina è nell’emisfero sud, dunque le stagioni sono invertite rispetto all’Italia, ndt]. Intervistato sulla trasmissione di notizie C5N, la leader socialista Myriam Bregman ha evidenziato l’immenso potere di mobilitazione della CGT e la reticenza della sua leadership per metterla in movimento. “Invece di una giornata di azione, stanno proponendo una vacanza”, ha detto Bregman, riferendosi al rifiuto dei leader sindacali di organizzare manifestazioni, picchetti o mobilitazioni.

 

L’opposizione di sinistra

Per fortuna, peronisti, kirchneristi e burocrati sindacali non sono l’unica opposizione al regime di Macri. C’è una crescente opposizione anticapitalista, sia in parlamento sia nelle strade, nei luoghi di lavoro e nelle università. Con una base elettorale di oltre un milione di votanti nelle ultime tre elezioni, il Fronte di Sinistra e dei Lavoratori (Frente de Izquierda y de los trabajadores, FIT) è diventato un baluardo della politica rivoluzionaria in prima linea nella resistenza. I militanti del Partido de los Trabajadores Socialistas (PTS, Partito dei Lavoratori Socialisti), la forza principale del Fronte di Sinistra, hanno svolto un ruolo cruciale nella mobilitazione di migliaia di donne per il diritto all’aborto all’inizio di quest’anno, mentre esprimevano le loro richieste all’interno del Congresso. Con le sue migliaia di militanti e simpatizzanti nei sindacati degli insegnanti e nel movimento studentesco, il PTS era in prima linea nelle assemblee, nei posti di blocco e nelle mobilitazioni che hanno spazzato il paese chiedendo più finanziamenti per l’istruzione.

Il FIT è l’unica forza politica del Congresso che respinge il pagamento del debito estero. Di fronte alla crescente rabbia nei confronti di Cambiemos e al programma economico adattato dal Fondo monetario internazionale, i leader del PTS hanno avanzato la proposta immediata di un’Assemblea costituente per deliberare sulle pressanti questioni del popolo argentino. La nazionalizzazione del sistema bancario, il controllo governativo sul commercio estero per fermare la fuga di capitali e la riduzione delle ore lavorative per eliminare la disoccupazione e il lavoro eccessivo in un colpo solo: queste sono alcune delle richieste transitorie proposte dalla sinistra. Queste misure non possono essere imposte a nessun governo borghese, non importa quanto forte possa crescere la sinistra. Questo è il motivo per cui il Fronte della Sinistra e dei Lavoratori combatte per un governo operaio per attuare questa e altre misure in una transizione al socialismo.

La situazione attuale è stata paragonata alla precipitazione verso la crisi economica del 2001. E sembra simile in molti aspetti, ma c’è una differenza importante. Durante la crisi del 2001, il movimento operaio era piatto e, dopo una devastante serie di sconfitte, disorganizzato e privo di una forte sinistra socialista. Da allora, i lavoratori hanno guadagnato alcuni miglioramenti significativi e probabilmente combatteranno duramente per mantenerli. Alcune lotte operaie importanti hanno creato una minoranza militante in alcuni settori in cui la sinistra è riuscita a crescere: istruzione, trasformazione alimentare, automobilistica, stampa e altri. L’emergere della sinistra rivoluzionaria come alternativa distinta nella politica nazionale, le apparizioni quotidiane dei suoi rappresentanti nei telegiornali e nei talk show, possono avere un’influenza immensa su tutti coloro che, contrariati dalla solita politica, possono virare verso prospettive più radicali.

Tuttavia, anche se l’attuale governo è ampiamente screditato, la maggior parte della classe operaia ha ancora delle illusioni su alcuni discorsi del peronismo e del kirchnerismo. Tutti i sindacati nazionali sono nelle mani di burocrazie più o meno conservatrici sposate a partiti politici borghesi. Ci vorrà un periodo di intense lotte e un cambiamento importante nella coscienza della classe operaia per trascendere la direzione atroce odierna del movimento operaio. Ma la crisi è ancora aperta e, senza una soluzione facile in vista, le cose potrebbero iniziare a muoversi velocemente.

 

Juan Cruz Ferre

Traduzione da Left Voice

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