Una posizione femminista e anticapitalista nel dibattito sulla prostituzione

Il tema della prostituzione per quanto possa sembrare secondario non solo trova il suo spazio in ogni campagna elettorale ma continua ad essere anche molto discusso tra le femministe. E così che la risoluzione del problema della prostituzione era vagheggiata, prima di essere estromessa dalla stipula del contratto di governo, sia da Salvini che aveva rilanciato le case chiuse, sia dal M5s il cui popolo si era espresso con la proposta di legge scaturita dalla piattaforma “Rousseau”, come ha ricordato il consigliere pentastellato di Alessandria Michelangelo Serra.

In tutto 9 articoli finalizzati a tutelare le vittime della prostituzione irregolare e a contrastare il fenomeno illegale che punterebbero anche al riconoscimento dell’attività professionale per recuperare somme utili alla spesa pubblica. Non in disaccordo troviamo la posizione di un’ampia fetta del femminismo italiano e in particolare del CDCP –comitato per i diritti civili delle prostitute- che, pur nel suo ruolo fondamentale di difesa e miglioramento delle condizioni di vita di chi si prostituisce, rivendica proprio la libera scelta della professione della prostituzione come una forma di emancipazione per cui molti problemi della prostituzione deriverebbero dall’idea stessa che prostituirsi è un problema. Ebbene in realtà riportare il commercio della prostituzione sotto il controllo dello Stato o, comunque, nella legalità del libero mercato del lavoro, può sembrare una via razionalissima alla risoluzione del problema solo se non si ha come obiettivo la cessazione dello sfruttamento stesso, di ogni forma di relazioni dipendente – prima fra tutte quella del lavoro salariato ma anche quella matrimoniale – né tantomeno una reale liberazione della sessualità. Adottare una posizione che invece miri a questi obbiettivi vuol dire essere femministe ed essere al contempo anticapitaliste, l’articolo qui di seguito con riferimento a ciò che sta accadendo in Spagna, chiarisce ampiamente questa prospettiva.

Una posizione femminista e anticapitalista nel dibattito sulla prostituzione

L’annuncio del governo del PSOE (Partito Socialista Operaio Spagnolo) di voler fare un ricorso  per rendere nulla l’iscrizione legale in qualità di sindacato dell’ “Otras” (Organizzazione delle lavoratrici sessuali) ha riaperto un gran dibattito sulla prostituzione.

Difendiamo l’autoorganizzazione di coloro che si trovano in uno stato di prostituzione

Prima di tutto è necessario dire che il governo del PSOE puntando alla proibizione subitanea del sindacato ha mostrato in maniera emblematica l’ipocrisia del femminismo liberale.

Rifiutiamo con forza questa proposta, consideriamo un atto totalmente antidemocratico proibire l’organizzazione di coloro che si trovano in una situazione di prostituzione e che hanno deciso di costruire un’organizzazione sindacale per esigere condizioni di vita migliori: diritti come la previdenza sociale, congedi per maternità o malattia, accesso alla sanità pubblica, pensioni e la fine delle persecuzioni della polizia.

Appoggiamo per questo il loro diritto ad auto-organizzarsi, a ricevere assistenza sociale e sanitaria, combattere la stigmatizzazione e persecuzione, denunciare la repressione politica e la connivenza della polizia, del settore imprenditoriale, della giustizia e dei funzionari politici che fanno affari con la prostituzione. Ma, allo stesso tempo, esigiamo che lo Stato garantisca  a tutte quelle persone che vogliono abbandonare la prostituzione una reale via d’uscita, vale a dire: accesso a un lavoro, alla formazione, abilitazioni all’impiego e accesso a una casa per loro e le loro famiglie. Inoltre sono necessari provvedimenti che combattano la rete di tratta così come i prosseneti che fanno commercio con il corpo delle donne.

Abolizionismo repressivo?

Il governo del PSOE si definisce dalla parte dell’abolizione  (adesso anche il PP  – Partito Popolare spagnolo  –  si dichiara “abolizionista”!), senza però prevedere nessun tipo di misura che aiuti le donne coinvolte nella prostituzione.

Come femministe anticapitaliste siamo per la fine dell’istituzione della prostituzione, che sfrutta e opprime milioni di donne e persone che si trovano  in questa situazione in tutto il mondo, così come siamo per la fine del regime di sfruttamento salariato e l’onere del lavoro domestico non retribuito. È chiaro però che la prostituzione non può essere abolita “per decreto”, fatto dimostrato ampiamente in tutta la storia del capitalismo, dove non sono mancate legislazioni punitive che finiscono per aumentare i patimenti delle donne, arrivando ad includere la carcerazione e le vessazioni da parte delle forze dell’ordine.

 Come esempio di ciò possiamo far riferimento all’imposizione della “Legge Bavaglio” nello Stato Spagnolo, la polizia tramite una denuncia al giorno contro persone  che si prostituiscono, sotto la denominazione di “atti osceni”  e con sanzioni che vanno dai 600 ai 10.000 euro, criminalizza e affoga sotto un mare di multe le donne e non coloro che fanno commercio con i loro corpi. Questo obbliga queste donne ad accettare condizioni peggiori ed implica anche il dover cercare posti più lontani e pericolosi.

Al di là dello statuto legale o meno della prostituzione nei diversi paesi (piena legalizzazione in Germania  e Olanda, situazioni intermedie come in Spagna dove non è illegale ma nemmeno regolarizzata, il “modello svedese” che penalizza il richiedente la prostituzione, fino ai paesi dove è illegale e c’è una maggiore persecuzione), la prostituzione si è sviluppata come un gran commercio capitalistico, tanto nella legalità quanto nell’illegalità. Questo dimostra  che la prostituzione non avrà fine né tramite la via della regolazione legale né per quella delle condanne punitiviste da parte dello Stato.

Lottare coerentemente con lo scopo dell’abolizione della prostituzione e dello sfruttamento sessuale implica necessariamente lottare contro le condizioni di povertà , precarietà e miseria in cui vivono milioni di donne. La maggioranza di quelle che esercitano la prostituzione sono povere, molte immigrate, che hanno subito abusi o violenza fisica. Donne che nella gran parte dei casi non possono “scegliere” che tra lavorare in condizioni di supersfruttamento e precarietà, restare nella disoccupazione o la prostituzione.

Cercare una soluzione favorevole a questa situazione significa mettere in atto provvedimenti che mirino a garantire il lavoro, l’educazione, i documenti per tutte, abolizione della Legge sui diritti e le libertà degli stranieri e sulle case rifugio per coloro che hanno subito violenza di genere da parte dei prosseneti o di coloro che compongono la rete di tratta.

Regolazionismo neoliberale?

Albert Rivera di “Ciudadanos” (Cs, Cittadini-Partito della cittadinanza) non ha tardato a dichiararsi in difesa della regolazione della prostituzione, sventolando una volta ancora il mito della “libera scelta”, secondo il quale la maggioranza delle donne che si trovano a prostituirsi avrebbero scelto liberamente questo cammino, ignorando così le mostruose cifre che fattura il commercio mondiale con questa tratta e rendendo invisibile la dura realtà delle donne obbligate o spinte dalla miseria ad esercitare la prostituzione.

Una posizione che “Ciudadanos” tenta di mascherare sostenendola in quanto contraria al “puritanismo”  ma che in realtà difende la prostituzione da una prospettiva neoliberale senza scrupoli avendo in mente gli enormi guadagni che porterebbe la regolazione nelle mani dello Stato capitalista; Alberto Rivera lo ha mostrato chiaramente con le sue dichiarazioni in piena campagna elettorale nel 2015: “In piena crisi ci sono calcoli che dicono che la terza attività economica dell’Europa potrebbe essere questa”, affermando che dalla prostituzione si potrebbero raccogliere 6000 milioni di euro.

Precisamente il neoliberalismo ha trasformato lo sfruttamento sessuale in un industria di enormi proporzioni che genera ingenti guadagni per i prosseneti, con la connivenza della polizia e della legislazione. Un buon esempio dei disastrosi risultati di una regolazione della prostituzione in chiave neoliberale è visibile in Germania: dal momento della legalizzazione nel 2002 si è avuto un incremento della prostituzione e una diminuzione della persecuzione della tratta ed è persino possibile trovare autobus  di turisti che vanno dall’aeroporto ad un enorme bordello con 1000 posti per scegliere da una lista quella che preferiscono tra le “tariffe fisse delle ragazze”

Autoorganizzazione delle donne e lotta contro il capitalismo patriarcale !

Il cammino per fronteggiare la tratta e la prostituzione  –la massima espressione dell’incontro tra l’oppressione di genere e lo sfruttamento della classe delle donne- , non può passare per l’assunzione da parte dello Stato capitalista di questo compito, né per essere regolata ne tantomeno per essere abolita, perché stiamo parlando dello stesso Stato che perpetra e si alimenta dell’oppressione delle donne, di quella giustizia patriarcale che si pone dal lato de “la Manada”( nome con il quale si ci riferisce ai noti fatti dello stupro del 7 luglio del 2016, durante la festa di San Fermin),dei governi che compiono i tagli sociali che finiscono per raddoppiare la già doppia giornata delle donne, delle istituzioni dove si preparano le controriforme sul lavoro che precarizzano sempre più le donne.

Noi abbiamo come orizzonte l’abolizione della prostituzione perché la consideriamo un’istituzione sociale che si basa sulla dipendenza e sull’oppressione della donna, resa oggetto per il soddisfacimento dei desideri sessuali degli uomini in cambio di denaro. La prostituzione riproduce e perpetra la disuguaglianza di genere che esiste nella società intera, rendendo naturale la disponibilità del corpo delle donne secondo la domanda, sotto la logica della mercificazione.

Ma nella società capitalista, la prostituzione è l’altra faccia del matrimonio monogamo, che implica, anch’esso, per milioni di donne relazioni di dipendenza e scambio di attività sessuali per poter avere un sostentamento economico. Casi estremi di queste relazioni sono la compra-vendita di bambine per il matrimonio schiavista, ma ciò si riproduce nella vita quotidiana di milioni di donne che si vedono obbligate a sopportare  situazioni di violenza, abuso e violazioni all’interno del matrimonio a causa della mancanza di mezzi minimi di sussistenza.

Per questo ci opponiamo ad ogni tipo di moralismo e stigmatizzazione delle donne e delle persone che si trovano a prostituirsi , siccome siamo contrarie a biasimare o condannare tutte quelle donne  costrette a sopportare relazioni personali di dipendenza per necessità economica. Ciò nonostante siamo, senza dubbio, lontani dall’assurda idea sostenuta da alcuni collettivi che considerano l’attività della prostituzione via per l’emancipazione femminile e delle donne o per la loro presa di potere. Questo tipo di posizione sembra quasi omettere la realtà della prostituzione nella società capitalista, dove la grande maggioranza delle donne e delle persone si prostituiscono perché costrette dalle necessità materiali mentre sono un’infima minoranza quelle che “scelgono” di dedicarsi a questa attività prediligendola tra altre opzioni.

Come femministe marxiste crediamo che la mercificazione delle relazioni sessuali degrada tutte le relazioni tra le persone. Lottiamo per una società in cui le relazioni sessuali e personali siano basate sulla reciprocità e la libertà, non sull’abuso, il potere, la violenza e il denaro. Una società in cui la tratta di esseri umani e la prostituzione siano una cosa superata, appartenente al passato, ed insieme ad essa lo Stato, lo sfruttamento e tutte le forme di oppressione.

Articolo di Lucía Nistal e Josefina Martínez, militanti di Pan y Rosas e della CRT.
Introduzione e traduzione a cura di Ur.
Fonte: www.izquierdadiario.es

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