No, non sarà una “manovra del popolo”

“Stiamo per varare la manovra del popolo” così hanno esultato Di Maio, Salvini & co. dopo aver approvato gli aggiornamenti al Documento di Economia e Finanza che fissano per la prossima legge di bilancio un deficit del 2,4%. In questo modo si potrà ritoccare la riforma Fornero e introdurre il reddito di cittadinanza (con buona pace di Tria, che si ostinava a tenere l’1,9% come linea rossa). E’ vero, i vecchi governi – in concerto con Bruxelles – avevano previsto un percorso di progressiva riduzione dei deficit attorno all’1%, ma per quanto riguarda lo sforamento targato gialloverdi non si tratta, a ben guardare, di cifre che mostrano una decisiva discontinuità rispetto al passato (la media di Renzi è stata del 2,5%, giusto per capirci), mentre il testo della finanziaria deve ancora essere redatto nei dettagli e discusso con la commissione europea.

Dagli scranni dell’opposizione PD-Forza Italia e di confindustria arrivano però già le lamentele sull’impennata dello spread e sull’assenza di un piano atto a liberare ulteriori risorse per gli investimenti. L’attuale instabilità borsistica tuttavia non è determinata in maniera decisiva dal panico per le misure del nuovo governo – anche se da parte del pugno di grandi banche, fondi d’investimento e imprese che controllano il debito pubblico la volontà di sancire che non esiste nessuna alternativa alla più ferra disciplina di bilancio rappresenta sicuramente l’elemento decisivo della speculazione sui BOT di questi giorni. In generale, comunque, le tensioni sui titoli di stato sono legati essenzialmente all’imminente prospettiva della fine del QE della BCE e al progressivo aumento dei tassi d’interesse negli Stati Uniti, oltre a previsioni di crescita non del tutto rosee.

Per quanto riguarda invece il secondo rimprovero, si tratta del solito “date tutto a noi!” dei padroni: più investimenti, nel linguaggio del Sole24Ore, significa infatti maggiori fondi per le grandi opere inutili come la TAV, o aumento degli incentivi di industria 4.0, ovvero esenzioni fiscali legate a investimenti strutturalmente incapaci di incrementare in maniera importante l’occupazione, essendo finalizzati a sostituire forza lavoro con robot, oltre – come abbiamo già spiegato – a favorire il processo di centralizzazione del capitale nelle mani di poche grandi imprese. Detto questo, è evidente che nemmeno accorciare l’età pensionabile rappresenta una panacea per l’occupazione, dato che la liberazione di un ultrasessantenne può benissimo essere compensata con l’introduzione di una macchina, o comunque di giovani che dati gli attuali rapporti di forza tra classi e gli effetti delle contro-riforme sul lavoro possono venire pagati la metà e fatti lavorare il doppio rispetto ai pensionati che vanno a sostituire.

Chiarire questo, ovviamente, non significa affatto dare sponda agli isterismi del presidente dell’INPS Boeri secondo il quale stornare risorse per le pensioni finirebbe per tarpare la crescita [1]: non si capisce infatti in che senso potrebbero essere intese come impiegate produttivamente le risorse che invece di tornare come salario indiretto ai lavoratori finiscono a pagare gli interessi sul debito pubblico alle banche. Ah già lo spread, l’aumento dei tassi d’interesse… Ebbene, sono dieci anni che i tassi d’interesse sono a zero, eppure una grande ripresa dell’accumulazione non l’ha vista proprio nessuno. Torneremo a breve su quest’ultimo tema, mentre daremo un giudizio più accurato sulla riforma delle pensioni quando avremo il testo della finanziaria, ma se proprio c’è da rimproverare qualcosa al governo sulle pensioni è che – non volendo ne potendo scontrarsi con la classe dominante – il superamento della Fornero, non rappresenterà certo quell’abolizione, a vantaggio del ritorno a un sistema retributivo, del quale milioni di lavoratori hanno bisogno.

E il reddito di cittadinanza? Anche qui è quanto meno ingenuo credere all’idea secondo la quale, dettando un aumento dei consumi e della domanda aggregata, esso favorirà la crescita e quindi l’occupazione. In primo luogo, così come pensato – ovvero come un reddito minimo condizionato – il RDC potrebbe addirittura, nel medio periodo, spingere al ribasso i salari, nella misura in cui le imprese di vari settori a bassa qualificazione potrebbero preferire l’assunzione a costi irrisori dei beneficiari del sussidio (legato all’impossibilità di rifiutare più di 3 offerte di lavoro), piuttosto di pagare salariati a stipendio pieno. In secondo luogo, la causa fondamentale della bassa crescita non è tanto dal lato dei consumi quanto da quello degli investimenti: nonostante siano passati già dieci anni dall’ultimo crack di Wall Street, come mostrano i grafici qui sotto, non si può certo dire che il saggio di profitto sia tornato a livelli tali da indurre i capitalisti a impiegare risorse ingenti nell’espansione della produzione; così, come abbiamo già accennato, quei pochi investimenti in automazione favoriti dagli incentivi dei governi precendenti per industria 4.0 stanno avendo effetti irrilevanti sulla domanda di forza lavoro; lo dimostra il fatto che – al netto dei trucchi contabili – i dati sull’occupazione sono ancora molto peggiori rispetto al periodo pre-crisi.

Lungi dall’essere il prodromo di una “manovra del popolo”, la nota di aggiornamento di ieri, non rappresenta altro che un contentino agli elettori, frutto di un governo reazionario e incapace di venire in contro alle reali esigenze dei lavoratori. Anzi, l’ultima misura è probabilmente funzionale a preparare il terreno a una legge di bilancio, la quale senza uscire, in ultima analisi, dalla traiettoria di quelle passate, e quindi di fare veramente fronte a povertà, disoccupazione, problemi infrastrutturali etc. cercherà di dividere i lavoratori al fine di salvaguardare i successi strategici raggiunti dalla classe dominante grazie ai governi passati, come ad esempio l’abolizione dell’articolo 18. Questo il significato di fare una riforma delle pensioni che non metta in discussione il contributivo e che beneficerà solo alcuni settori di lavoratori. Questo il significato di un reddito di cittadinanza che in realtà è concepito in modo tale da aggravare la guerra tra poveri e regalare braccia a basso costo ai padroni.

Consci di una situazione del genere è’ allora necessario non interpretare le piccole rimaneggiature al deficit e alle contoriforme come il segnale della percorribilità di un’opzione “dialogo” con l’attuale esecutivo. Il monito è riferito tanto ad alcuni settori del sindacalismo “confederale”, quanto di quello di base: si pensi ad esempio all’USB che ha appena legittimato la soluzione capestro proposta dal governo sull’ILVA, oltre ad organizzare iniziative “per avere un contronto” con gli esponenti più reazionari del governo come il ministro dell’agricoltura Centinaio, referente di uno dei settori più sfruttatori e razzisti della classe dominante.

Le forze sindacali e politiche che fanno riferimento ai lavoratori devono, in altre parole, opporsi senza se e senza ma all’attuale esecutivo, costruendo la mobilitazione attorno a una piattaforma in grado di legare la “questione democratica” – che in questo momento fa rima con lotta alla repressione e per i diritti degli immigrati – a un’articolata piattaforma anticapitalista, che rivendichi l’abolizione delle riforme che hanno precarizzato il mercato del lavoro, una pensione dignitosa per tutti con una forte riduzione dell’età pensionabile e la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario.

L’unico modo per risolvere i problemi legati alla povertà, alla disoccupazione etc., inoltre, è rompere – non trattare per ottenere margini – con l’UE capitalista, la sua Banca Centrale e suoi vincoli di bilancio, quindi rifiutare il pagamento del debito pubblico, così da potersi liberare dallo scacco dei “mercati” e sbloccare le risorse necessarie per le emergenze, come la sanità, le pensioni, la scuola e le infrastrutture. Nemmeno in questo modo, tuttavia, si potrebbero costringere i capitalisti a investire per generare occupazione e far fronte una volta per tutte alle immani questioni aperte dalla crisi del capitalismo. Questo potrebbe infatti avvenire solo nazionalizzando le grandi imprese e le banche sotto il controllo dei lavoratori di modo tale da poter disporre delle risorse per imbastire una pianificazione razionale e democratica dell’economia, volta a utilizzare l’automazione, non come mezzo di ulteriore asservimiento della forza lavoro, ma per diminuire drasticamente e redistribuire il tempo passato in fabbrica e\o in ufficio. Solo così sarebbe possibile permettere a tutti di vivere una vita degna; quella che la struttura anarchica del capitalismo, dove i bisogni sociali sono costantemente sacrificati alla produzione per il profitto di una minoranza sfruttatrice, non è più in grado di garantire alla maggior parte della popolazione, non solo in Italia, ma nel mondo.

  • Django Renato

[1] si veda sulla questione delle pensioni, quindi sul contributivo, il retirbutivo e la natura di classe dell’ideologia di Boeri: F. Macheda, Affinità e Divergenze tra il Professor Boeri e Noi.

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