DSA: cosa c’è dietro la nuova sinistra del PD americano?

L’ascesa dell’ala sinistra del Democratic Party negli Stati Uniti d’America, attorno alla corrente fino a ieri marginale dei DSA, sta scuotendo la politica americana. Di che cosa si tratta?


Il 26 giugno di quest’anno, a New York, una giovane candidata della sinistra del Democratic Party, Alexandria Ocasio-Cortez, ha battuto nelle primarie del Partito, per il quattordicesimo distretto congressuale dello stato, Joe Crowley, lo storico esponente Dem, sostenuto da numerosi esponenti ed organizzazioni appartenenti o affiliate all’élite democratica. Alexandria ha vinto dopo una campagna relativamente economica (194 mila dollari contro i 3,4 milioni del suo avversario), rivendicando una vittoria “dal basso”, con l’appoggio di movimenti come Black Lives Matter e MoveOn, di un intellettuale come Noam Chomsky, attraverso parole d’ordine come “assistenza sanitaria pubblica e gratuita”, “università pubblica e gratuita”, “abolizione dell’ICE” (l’agenzia del governo che si occupa di immigrazione e rimpatrio, famosa per la detenzione dei migranti in enormi gabbie metalliche al confine messicano) e “fine del modello prigionia/schiavitù delle carceri americane”. Bernie Sanders, il candidato per il quale la Ocasio-Cortez aveva lavorato durante le primarie presidenziali del 2016, è stato uno dei primi a congratularsi con la ora candidata per il posto di “congresswoman” dopo la vittoria; anche il candidato che l’aveva combattuta, che non l’aveva nemmeno chiamata dopo la sconfitta perché “non aveva il suo numero”, si è lanciato in un’interpretazione di “Born To Run” di Bruce Springsteen, alla festa lanciata dal comitato elettorale, in suo onore; per concludere questo climax, addirittura, dopo la vittoria della Ocasio-Cortez, militante dei Democratic Socialists of America, la parola chiave “socialismo” ha avuto un picco di ricerche sul dizionario online Merriam-Webster del 1500%.

In questo quadretto paradisiaco, sembrerebbe che la profezia, la visione di Bernie Sanders stia prendendo forma: una nuova generazione di politici “veramente” progressisti, radicati sul territorio, forti del sostegno del “popolo” e non del “big money” e delle aristocrazie partitiche, la rinascita della sinistra… del Partito Democratico.

Vetro rotto. Suono graffiato di un vinile che si interrompe. Ruote che inchiodano sull’asfalto. Un brusco ritorno alla realtà.

Perché per capire davvero cosa sta succedendo in America, e nello specifico cosa sta succedendo nella sinistra americana, bisogna partire proprio dal 2016, precisamente dai tre giorni della Democratic National Convention, il congresso in cui il Partito nomina formalmente il proprio candidato per le elezioni. Dopo una durissima campagna elettorale, che aveva dato anche risultati di dubbia veridicità in molti Stati, il cosiddetto candidato “anti-establishment” Bernie Sanders – un uomo che aveva, solo poche settimane prima, fatto quello che nessuno avrebbe immaginato fosse possibile aspettarsi da un candidato democratico, ovvero attaccare esplicitamente i meccanismi clientelari e corporativi dell’alta burocrazia del suo partito -, lo stesso uomo, stringe la mano a Hillary Clinton e, ammettendo la sconfitta davanti a una folla incredula, richiama i suoi sostenitori all’unità democratica per sconfiggere Trump e il GOP. Chiede, poi, di “continuare la rivoluzione politica che aveva cominciato”, e nei giorni successivi da’ vita a “Brand New Congress”, un “comitato di azione politica” interno al DP, al fine di eleggere quanti più rappresentanti vicini alle sue posizioni al Congresso Americano nelle varie elezioni distrettuali che quest’anno stanno catalizzando il discorso politico statunitense.

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In questa contingenza, assume una certa rilevanza, assieme anche a un rinato interesse nei valori progressisti della social-democrazia, dipinti come “socialismo”, l’organizzazione nota come DSA, i già menzionati “Democratic Socialists of America”. Il Partito, nato nel 1982 rivendicando un profilo social-democratico, dopo anni di relativa irrilevanza, ha ottenuto un certo grado di attenzione per aver dato un sostegno dall’esterno a Bernie Sanders durante la sua campagna elettorale, organizzando anche numerose iniziative elettorali a livello locale e rilanciando i vari slogan e le numerose rivendicazioni del candidato Dem sui social-media, in quanto “nonostante Sanders non sostenga una campagna esplicitamente socialista, afferma con chiarezza che la classe dominante globale sta facendo lotta di classe da quarant’anni.”. Dopo la campagna, il DSA si è stabilmente affermato come la più importante e numerosa organizzazione a sinistra del Partito Democratico negli USA, con molti suoi iscritti candidati in diversi parti del paese (con l’endorsement del Partito Democratico, o almeno delle sue frange più progressiste).

L’ultima organizzazione che è necessario menzionare per capire le problematiche inerenti alle ultime elezioni distrettuali, con riguardo specifico per l’elezione dei candidati “di sinistra”, sono i Justice Democrats. Nati come “caucus” nel 2016, sono stati fondati da Cenk Uygur (presentatore radiofonico del programma “The Young Turks”) e Kyle Kulinski (presentatore del programma “Secular Talk”), oltre che di numerosi rappresentanti di rilievo della campagna Sanders. L’obbiettivo principale dei Justice Democrats è quello di “eliminare il ruolo dei conflitti d’interessi e del denaro dalla politica”, oltre che sostenere una serie di rivendicazioni progressiste che vanno dall’eliminazione della pena di morte, al riconoscimento dei trattamenti sanitari e dell’educazione pubblica e gratuita come diritto inviolabile. Questo raggruppamento, di ispirazione “populista di sinistra”, ha anch’esso, come il Brand New Congress (con cui intrattiene regolari rapporti), “fatto quadrato” in questi mesi attorno a candidati come la Ocasio-Cortez.

L’elemento unificante di tutte queste sigle è l’appoggio (mutuale) a Bernie Sanders, il quale, possiamo dire, ha a tutti gli effetti dato rinato vigore alle pulsioni progressiste interne, ed esterne, ai Democratici. Una campagna contraddistinta dal porre l’accento su problemi come istruzione superiore e sanità pubblica, oltre che a diritti sul posto di lavoro e salario minimo, e da toni di certo più radicali rispetto a quanto siamo stati abituati dalla politica americana, ha portato ad un picco di interesse nella questione del “socialismo”, un termine che di solito veniva sbandierato come una minaccia da parte del Partito Repubblicano, quando arrivavano le elezioni, ma che in questo caso, assieme alle solite (e anche più vigorose) critiche, si è portato dietro anche una sorta di innocente riscoperta da parte di centinaia di migliaia di uomini e donne americani, specie tra i più giovani. Innocente, perché, più che una convinta affermazione dei valori della lotta di classe, con rimandi alle esperienze di lotta più importanti che la nazione ha visto nella sua storia e ai testi della teoria socialista, questa riscoperta è stata invece accompagnata da un timido e incerto apprezzamento per “semplici” valori che in Europa sono sempre stati cavallo di battaglia del vecchio centro-sinistra (DS/PDS in Italia, SPD in Germania, Labour in Gran Bretagna, eccetera), accostato a un entusiasmo per l’idea di una politica fatta (e finanziata) da quella indistinta “gente comune” (uno spettro che va dal disocuppato al piccolo imprenditore) che sta tanto a cuore alla sinistra riformista degli ultimi anni. Tale vaghezza di fondo, per quanto sintomatica a momenti e contesti storico-politici come quello degli ultimi anni, offre sempre opportunità interessanti di interpretazione, riproposizione ed egemonia del discorso e del metodo politico: li offre alle organizzazioni operaie e rivoluzionarie, ma li offre anche alle burocrazie regressive dei partiti borghesi.

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In un momento traumatico come è stato quello dell’elezione di Donald Trump, le tensioni di classe negli Stati Uniti sono riemerse con forza dirompente, e la necessità di reintrodurre nel discorso politico rivendicazioni più a sinistra di quelle avanzate dalla campagna Clinton è diventata un tema fondamentale per il dibattito interno al Partito Democratico, specie in vista delle “mid-term elections”, che si tengono due anni dopo ogni elezione presidenziale. Questo ha spinto Bernie Sanders ad espandere la propria sfera di influenza, sia dentro che fuori dal Partito. La sua prima mossa, costituire un PAC, serviva a selezionare i candidati a lui fedeli. La seconda, appoggiare la nascita dei Justice Democrats, serviva a riunire una base effettiva che potesse sostenere questi candidati, per non disperdere nel nulla le migliaia di militanti che avevano spinto la sua campagna elettorale. Se si fosse fermato qui, il discorso potrebbe rapidamente concludersi con una classica affermazione di diffidare dal Partito Democratico e dai suoi candidati, comunque essi si propongano. La svolta, in questo discorso, arriva proprio dal ruolo nella vicenda dei DSA; un gruppo proveniente dalla lunga diaspora del “socialismo” riformista americano, fondato da Michael Harrington come gruppo esterno di pressione al Partito Democratico, sempre disposto opportunisticamente ad appoggiare candidati dipinti come “di sinistra” interni al DP, come nel caso di Walter Mondale nel 1984, di Jesse Jackson nel 1988 e anche di Barack Obama nel 2008 e nel 2012. Si può quindi dire che a più livelli e in più tornate i DSA siano stati politicamente complici dei governi borghesi, anti-operai e promotori della politica di potenza degli USA (basti pensare alle campagne militari e alle stragi dei droni di Obama), usando la scusa di un supposto maggior progressismo di un Democratic Party “spinto” da sinistra. Appoggi che si sono poi ritirati – a cose fatte! – quando a fine mandato era evidente che la differenza di fondo coi repubblicani non emergeva dalle politiche dei democratici. E così via, elezione dopo elezione.

Il successo di Sanders e la vittoria di Trump, però, hanno permesso ai DSA di di rilanciare simbolicamente il secondo termine della propria sigla, quel “socialist” che tanto sta facendo discutere i media e l’elettorato. Così facendo, molti giovani vicini a posizioni populiste di sinistra, ma disorientati dalla nuova situazione politica e senza altri possibili riferimenti immediati, si sono avvicinati alla sigla, spingendola verso un marginale successo in elezioni locali. Nella sua crescita, ha attirato l’attenzione della campagna Sanders e dei caucus prima citati, che hanno visto un’opportunità unica per trasformare la piccola organizzazione in una parte della catena di montaggio nella creazione di “nuovi talenti politici” che possano mostrare una bella faccia ai media e agli elettori del DP; questo è possibile grazie alla rinascita di una qualche forma di dibattito simil-radicale negli USA, che si è espressa in modo abbastanza convincente agli occhi dell’opinione pubblica nei candidati appoggiati dai DSA: è il caso, oltre che di Julia Salazar (candidata al Senato nello stato di New York), di Lee Carter (candidato congressuale in Virginia) e della nostra Ocasio-Cortez.

In effetti, la giustificazione data dal DSA per il sostegno fornito alle candidature in questione risponde alla speranza di poter sfruttare gli spazi aperti dal Democratic Party per rafforzare il movimento di classe. Nei fatti, promuovere candidati che non abbiano alle loro spalle esperienze di lotta, una visione apertamente classista e soprattutto una base operaia militante – non solo qualche migliaia di voto – significa però destinarli a soccombere alle enormi pressioni provenienti dall’establishment del partito espressione dell’ala “liberal” della borghesia USA, il quale ha peraltro una lunga tradizione nell’utilizzo di esponenti carismatici e rivendicazioni orientate a obbiettivi specifici per far rientrare gli esponenti radicali persi nel tempo o addirittura interi movimenti sociali all’interno del “recinto” della politica tradizionale. Lo abbiamo visto negli anni ’70 con il movimento contro la guerra in Vietnam, e coi primi anni 2000 e i movimenti Occupy e contro il pagamento del debito pubblico, anch’essi caratterizzati da una visione che pur denunciando l’imperialismo o la polarizzazione tra “ricchi” e “poveri” non sono riusciti a porsi la questione della mobilitazione e dell’organizzazione indipendente dei lavoratori. Ecco che tanto più personaggi come la Cortez si avvicinano al Congresso, quanto più ammorbidiscono le proprie parole d’ordine: nelle scorse settimane ad esempio, la giovane candidata newyorkese si è accodata all’ondata di unità nazionale successiva alla morte del politico reazionario e filo-imperialista John McCain, salutato dalla ventottenne candidata come un “patriota”. Non molto tempo prima, invece, la giovane rispondeva alle domande della giornalista che le chiedeva chiarimenti rispetto alle sue posizioni su Israele dicendo che i suoi elettori nel Bronx l’hanno votata per altre cose e sostenendo di saperne poco di geopolitica! Tutto questo per non parlare del sostegno appena sbandierato per Andrew Cuomo, storico esponente del “centrismo” newyorchese del DP, nella sua corsa per la candidatura governatoriale. Cigliegina sulla torta: sulla pagina di wikipedia la Cortes non si presenta come membro dei DSA, ma del partito democratico, mentre in una recente intervista ha completamente bypassato la domanda rispetto alla sua affiliazione all’organizzazione socialista dicendo che “il socialismo è solo parte di quello che sono”.

 

Niente di “genuino”, quindi? Cosa resta effettivamente di questa diatriba che sta squassando le fondamenta della politica nazionale americana? Restano le idee che hanno causato questo cambiamento nei toni e negli argomenti della discussione. Restano gli entusiasmi dei giovani, degli immigrati e degli operai, che adesso si stanno avvicinando alla politica di sinistra in America per la prima volta dopo molti anni e che, seppur sbagliando nel dare le proprie speranze a bugiardi di professione come questi, sono determinati nel vedere un reale cambiamento nel loro sistema politico. La discussione con i membri, soprattutto quelli nuovi, dei DSA, non può certo terminare, come non può terminare la discussione coi nuovi simpatizzanti di questa “New-New Left” in fase embrionale. Ma si dovrà spostare, ancora, il centro della discussione: non più dentro al Partito Democratico per portare “cambiamento dall’interno”, ma costruire una nuova organizzazione autenticamente socialista, radicata tra i lavoratori e indipendente dai colossi burocratici descritti da Moises Ostrogorski; non più riforme fini a se stessi, obbiettivi transitori verso una rivoluzione totale del sistema politico ed economico; non più capitalismo lite, ma controllo democratico dei mezzi di produzione. Una fine reale alle oppressioni che, oggi, tengono l’America nel posto dove sta, insieme a tutti i suoi cittadini.

Luca Gieri

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