Elezioni in Brasile: a che punto è la lotta delle donne contro Bolsonaro?

Abbiamo visto che qualcosa si muove sul fronte delle donne brasiliane. Per opporsi al candidato di estrema destra Jair Bolsonaro, lo scorso 30 settembre, in tutto il paese, le donne brasiliane si sono organizzate a milioni per preparare una grande manifestazione contro il candidato razzista, antioperaio, sessista e misogino.

Si tratta di un fenomeno molto interessante, soprattutto in un paese dove non esiste un vero movimento di massa delle donne. Paradossalmente, la campagna ultra reazionaria di Bolsonaro potrebbe aiutare a gettare le basi per la creazione di un autentico movimento di massa.


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Questo movimento progressista suscita l’interesse di tutti gli altri candidati che cercano di capitalizzare la contestazione e guadagnare terreno rispetto a Bolsonaro. Questo fenomeno si è accentuato dopo il lancio della campagna #EleNao (“Non lui”). In altre parole: “chiunque tranne Bolsonaro”. Ma quel “chiunque” potrebbe essere un altro candidato del centro golpista come Marina Silva o Geraldo Alckmin, che fino ad ora non hanno dimostrato alcun interesse verso la questione femminile.

Il candidato che sembra trarre più vantaggio da questo movimento delle donne contro la campagna di Bolsonaro è sicuramente Fernando Haddad, il nuovo candidato del Partito dei Lavoratori (PT) che ha sostituito l’ex-presidente Lula dopo che la magistratura ha bloccato la sua candidatura alle presidenziali. Ma Haddad e il PT brasiliano non sono esenti da responsabilità rispetto alle manovre della destra che hanno portato al colpo di Stato istituzionale, rispetto alla crescita dell’estrema destra e riguardo infine all’ampio consenso di cui gode oggi Bolsonaro.

A partire dalla vittoria elettorale del 2002, avvenuta dopo una dura crisi economica e raccogliendo il malcontento crescente delle classi popolari, il PT non ha di fatto mai rotto con la politica neoliberale dettata dal FMI e dalla borghesia brasiliana. Durante il secondo mandato di Lula abbiamo assistito a politiche di redistribuzione parziale, ma di fatto, per tutta la durata dei mandati presidenziali del PT, sono state votate ed approvate leggi antipopolari. Sotto la presidenza di Dilma Rousseff, succeduta a Lula nel 2010, queste misure antipopolari si sono accentuate. I principali attori del colpo di Stato istituzionale del 2016 erano già stati accolti in seno al governo socialista e l’attuale presidente Michel Temer (Partito del Movimento Democratico Brasiliano) era il vice di Dilma Rousseff.

Seguendo questa logica di conciliazione di classe, di «gestione responsabile» del capitalismo e di canalizzazione della lotta di classe, il PT ha adottato una strategia di smobilitazione di fronte alla destra golpista. I sindacati controllati dal PT e suoi alleati hanno sistematicamente rifiutato di portare avanti la resistenza contro il colpo di Stato istituzionale nelle strade e nei luoghi di studio e di lavoro. Allo stesso modo il partito di Lula e di Rousseff ha rifiutato di fare appello alla mobilitazione contro le misure antisociali della destra di Temer, contro la riforma del lavoro e contro quella delle pensioni, senza contare il congelamento della spesa sociale per i prossimi 20 anni.

Per quanto riguarda i diritti delle donne, dopo 13 anni di governo del PT, la situazione non ha fatto registrare passi in avanti, come dimostra il fatto che in Brasile l’aborto è ancora illegale. Questo stallo deve essere imputato alla politica di conciliazione del PT nei confronti della Chiesa e di un blocco parlamentare evangelico.

Oggi il PT guarda a destra, alla destra politica che ha realizzato il colpo di Stato del 2016 e al capitalismo finanziario. Porta avanti un progetto di riconciliazione che tenta una ricomposizione col regime politico della destra golpista. In questa dinamica, i militanti del partito cercano di trasformare la campagna delle donne contro Bolsonaro in una mobilitazione di tacito sostegno per Haddad, candidato del partito.

In questo contesto, i nostri compagni del Movimento Rivoluzionario dei Lavoratori e dell’organizzazione femminista Pão e Rosas (“Il Pane e le Rose”) che animano il giornale “Esquerda Diario” si sono mobilitate in numerose città del Brasile il 30 settembre per denunciare il machismo, la misoginia, il razzismo di Bolsonaro e per opporsi al “grande centro” che ha guidato e realizzato il colpo di Stato istituzionale del 2016 ma anche per ribadire che i reazionari non potranno essere sconfitti grazie alle politiche di conciliazione del PT. Per questo motivo occorre con urgenza costruire un movimento di donne indipendente dai partiti capitalisti e profondamente legato alla classe operaia. Un movimento anticapitalista e rivoluzionario.

Philippe Alcoy, Elsa Méry
Traduzione di Ylenia Gironella da Révolution Permanente

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