Capire la Cina contemporanea: dialogo con un militante marxista rivoluzionario cinese (parte 1)

Iniziamo la pubblicazione di una serie di conversazioni-interviste sulla situazione economica e politica in Cina e sullo stato della sinistra – in particolare di quella operaia – nel paese. I testi in questione sono tratti da Chuǎng (闯), progetto editoriale che intende “analizzare il continuo sviluppo del capitalismo in Cina, le sue radici storiche e le rivolte di quanti ne sono schiacciati”. Il giornale non fa riferimento a una tendenza politica ben precisa, anche se l’impostazione dei compagni è di tipo anarco-comunista, con i cui risvolti non siamo necessariamente d’accordo: ad esempio, in una parte dell’introduzione all’intervista essi sembrano esprimere dubbi rispetto all’enfasi da porre sulla centralità della classe operaia. Il loro interlocutore, invece, si dichiara marxista ed è membro di uno dei piccoli gruppi formatisi durante un’ondata di scioperi avvenuta nel 2010, “quando attivisti da tutta la Cina hanno scoperto la nuova classe operaia, si sono trasferiti nei distretti industriali del sud e hanno iniziato a lavorare nelle fabbriche”. Dopo questo periodo, molti di questi attivisti si sono dedicati a carriere accademiche e a una “Lunga marcia” attraverso le istituzioni. Solo alcuni di loro continuano a prendere parte attiva alla lotta di classe. Lao Xie è uno di questi (il nome è uno pseudonimo che il compagno ha assunto per motivi di sicurezza).

Riteniamo molto importante cominciare questo lavoro di traduzione nella misura in cui è raro imbattersi in analisi “di prima mano” da parte di militanti marxisti cinesi (in opposizione al partito “comunista” al potere); questo in particolare nel panorama delle pubblicazioni dell’asfittica sinistra italiana, ove, fatte alcune eccezioni, ci si limita ad esaltare acriticamente la politica economica intrapresa dal PCC negli ultimi decenni come una specie di NEP, o ci si occupa di Cina poco e male, nonostante l’immensa rilevanza assunta da quest’ultima nella politica internazionale e nella lotta di classe.


Il titolo che abbiamo scelto (nell’articolo originale: A State Adequate to the Task, “Uno stato adatto allo scopo”, ndt) si riferisce precisamente alla teoria di Lao Xie per cui il regime di Xi Jinping è fondamentalmente caratterizzato da un progetto di costruzione di uno Stato borghese adatto allo scopo di governare una società capitalista per gli anni a venire – in controtendenza rispetto ai regimi precedenti (da quello di Deng Xiaoping a quello di Hu Jintao), che si sono serviti “provvisoriamente” dei resti delle istituzioni dell’epoca socialista per obiettivi più immediati. Il dialogo tratta anche altri argomenti fondamentali. Altro tema ricorrente, e collegato al primo, è una questione di particolare interesse per noi e per i nostri lettori, in quanto comunisti all’estero che cercano di comprendere la Cina contemporanea, la sua storia recente e le lezioni che può impartire per le lotte altrove: perché concentrare i nostri sforzi su questo particolare paese? La risposta che viene comunemente data tira in ballo i trascorsi socialisti della Cina, l’economia in espansione e l’importanza che riveste sullo scenario politico mondiale, le dimensioni e la militanza del suo proletariato industriale. Quando abbiamo detto a Lao Xie dei nostri dubbi, specialmente riguardo a quest’ultimo punto e le sue solite interpretazioni politiche, le sue risposte sono state tanto interessanti da meritare una traduzione integrale – una buona introduzione alle interviste stesse:

Credo che l’elemento più importante non sia la grandezza della classe operaia cinese o il numero di scioperi. All’inizio del novecento, c’erano molti più operai e scioperi negli USA che in Russia, ma è in Russia che è avvenuta una rivoluzione sociale. Credo che il valore della Cina stia nel fatto che molteplici fattori sono in gioco allo stesso tempo. Le sue varie forze e classi sociali sono ancora in formazione e i confini tra di loro, le regole con cui vengono mediati gli interessi delle varie fazioni e la maniera in cui concepiscono l’una l’altra sono ancora fluidi. Lo Stato borghese e la sua ideologia, inclusa la “società civile”, sono ancora in costruzione. […]

In Cina, il gruppo al centro della classe dominante ha chiaramente espresso l’intenzione di continuare a tenere per sé il potere statale. Dimostra così che le sue contraddizioni con le altre fazioni della sua classe non potranno essere risolte facilmente tramite i principi del “pluralismo politico”. Allo stesso tempo, questo gruppo sta attivamente tentando di imparare dal vecchio mondo capitalista. E come il resto del mondo, la Cina sta entrando in un periodo di ritirata dalla “globalizzazione”. Gli interessi nazionali stanno venendo rielaborati.

Tutti questi fattori stanno generando più livelli di tensioni nella società cinese. La società non si è ancora sistemata in una condizione dove tutto segue le regole che la gente ritiene come naturali e immodificabili. Penso che questa sia la ragione per cui la Cina ha un valore speciale, forse unico, per la lotta di classe. Se fosse solo una questione di numero di operai e di scioperi, allora l’India, l’Indonesia o il Vietnam potrebbero essere più importanti, ma non c’è altro paese con una combinazione simile di fattori in gioco come la ha oggi la Cina.

 

Febbraio 2017

La conversazione iniziale, incentrata sulle varie tendenze politiche attive in Cina, serve da introduzione a interviste più approfondite riguardo la struttura della società cinese e dei cambiamenti politici avvenuti dal 2012 ad oggi. A dare inizio alla conversazione sono state le nostre domande riguardo Wang Jiangsong, un accademico che si definisce come “socialdemocratico”, amato da alcune ONG per i diritti dei lavoratori (labor NGOs nel testo, ndt) e dai loro finanziatori. Nelle sue lezioni, Wang mette in guarda rispetto ai rischi che vengono da influenze “ultrasinistre” sui lavoratori cinesi, con il timore che tali elementi radicali nei circoli operai (labor circle nel testo, ndt) potrebbero portare il “movimento operaio” cinese lungo un sentiero di caos e distruzione. Secondo Wang, è dovere delle ONG condurre i lavoratori sulla via più pacifica della socialdemocrazia, attraverso la contrattazione collettiva e la formazione di sindacati moderati.

Chuǎng: Quant’è influente Wang Jiangsong? [Un amico] teme che stia esercitando un’influenza dannosa dentro i circoli operai.

Lao Xie: (Risata) Wang e qualcuno dei suoi seguaci credono di essere veramente importanti, ma ovunque hanno pochissima influenza, persino nei già minuscoli circoli operai in Cina.

Se vuoi capire l’ideologia borghese in Cina, devi invece concentrarti su quei gruppi che hanno l’abilità di mettere in pratica le proprie idee. Si tratta principalmente dei capitalisti di successo e degli intellettuali a loro vicini.

C: Hai detto che un’importante punto di contesa tra quanti fanno parte dell’establishment [partitico-statale] (体制内) e quanti ne sono fuori. Da quanto ho capito, chi è dentro supporta il PCC (Partito Comunista Cinese, ndt) mentre chi ne è fuori tendono a essere liberali e a rivendicare una qualche forma di democrazia multipartitica che gli permetterebbe una più vasta rappresentanza nello Stato?

LX: È un modo di porre la questione che forse semplifica troppo. In realtà tutti i capitalisti di successo in Cina sono in qualche modo “dentro l’establishment” – o per parentela o per i contatti stabiliti con i funzionari. È solo una questione di quanto siano “dentro”, il che normalmente corrisponde a quanto si è ricchi. Più si hanno contatti dentro l’establishment, più è facile avere successo con gli affari.

Due sono i principali tipi di ideologia presenti tra gli imprenditori insoddisfatti dallo status quo:

1. Riformismo: l’ideologia di quelli che difendono il sistema attuale ma vogliono alcuni aggiustamenti. Supportano il governo del PCC ma vorrebbero avere più libertà, ad esempio per quanto riguarda gli avvocati. Questa prospettiva corrisponde principalmente ai più ricchi tra gli imprenditori privati, al timone di aziende che valgono almeno mille miliardi di yuan [127 miliardi di euro].
2. Quelli che vogliono distruggere il sistema. Rivendicano cambiamenti più profondi perché il sistema sembra impedirgli di arricchirsi ancor di più. I loro programmi politici variano, ma il punto focale è che il PCC deve farsi da parte. Questi sono principalmente i piccoli e medi imprenditori.

Tra questi ultimi, si sta attivamente discutendo su cosa debba rimpiazzare il sistema politico attuale. Ne emergono principalmente due modelli:

1. Liberalismo, che qui significa dividere il PCC in tante frazioni o partiti e poi tenere elezioni secondo uno dei vari modelli. Questa è la posizione più comune.

C: Cosa ne è di quelli che rivendicano la formazione di nuovi partiti estranei al PCC, o che supportano uno dei partiti democratici clandestini?

LX: Nessuno che abbia una qualche voce in capitolo rivendica la formazione di nuovi partiti estranei al PCC. I partiti democratici clandestini sono più piccoli delle formiche, senza forza indipendente.

Il secondo modello di cambiamento rivendicato da tanti di questi imprenditori di medie dimensioni è:

2. Conservatorismo, nel senso di rinascita della cultura tradizionale: aumentare i diritti degli uomini a scapito delle donne, messa fuori legge del divorzio, legalizzazione della violenza domestica e del figlicidio, l’imposizione di una gerarchia più rigida nella società – che prevedrebbe, per esempio, che studenti di gradi scolastici bassi si inchinino a quelli di gradi superiori, come succedeva in Giappone e in Corea qualche decennio fa. Far rinascere qualcosa di simile al sistema di caste tradizionali: se sei un contadino i tuoi figli potranno solo essere contadini. Su questo spettro, le posizioni più estreme rivendicano il ritorno alla monarchia.

In senso lato, tale conservatorismo include l’uso che fa Bo Xilai, un “politico celebrità” come Modi o Trump, del carisma personale. Anche se Bo ha mobilitato un vasto consenso popolare dicendo di voler ripristinare socialismo, è in realtà interpretabile meglio come un conservatore di destra.

Naturalmente ci sono alcuni casi di sovrapposizioni tra i due orientamenti.

C: Come fa l’opposizione borghese ad articolare queste idee? Come le conosci?

LX: I borghesi si stanno sempre più organizzando. Hanno club sociali e associazioni imprenditoriali che di tanto in tanto fanno mostra di questi tratti politici. Per esempio il Taishan Club (泰山会), un piccolo club che raggruppa le figure più di spicco dei circoli industriali-commerciali. Un’altra è Zhenghe Island (正和岛). Uno studio condotto presso l’Accademia Cinese di Scienze Sociali ha pubblicato un articolo riguardo a queste organizzazioni.

Queste organizzazioni non sono esattamente fuori l’establishment. Sono come i “guanti bianchi” (白色手套): rappresentano gli interessi dell’establishment fuori dall’establishment, ma hanno anche interessi di natura indipendente.

C: Non avevi però detto che questi non sono esattamente partiti, e che nessuno dei partiti clandestini ha una qualche importanza – né quelli democratici né quelli tendenti a sinistra (come il “Partito Costituzionalista” che appoggia Bo Xilai)?

LX: Tali partiti sono solo progetti indipendenti creati da piccoli gruppi di persone senza una base sociale, non rappresentano gli interessi di nessuna classe in particolare. Sono marginali.

C: Che ne è del proletariato?

LX: Il proletariato non ha organizzazioni proprie.

C: E le associazioni di immigrati (hometown associations nel testo, ndt) (同乡会)?

LX: Al giorno d’oggi le associazioni di immigrati servono gli interessi dei piccoli imprenditori e degli strati intermedi. Non hanno nessun legame con le tradizionali associazioni di immigrati, che di tanto in tanto servivano gli interessi degli immigrati poveri.

C: Tralasciando la questione delle organizzazioni di classe, quali sono al giorno d’oggi le principali prospettive politiche di sinistra in Cina?

LX: A sinistra ci sono essenzialmente due gruppi:

1. Persone con contatti dentro l’establishment. Questi sono conosciuti come “la vecchia sinistra”. Molti di loro sono ex funzionari o accademici, oppure sono ancora attivi come tali ma di basso livello.
2. Persone al di fuori dell’establishment, principalmente laureati con mansioni da impiegato per aziende private.

Il secondo gruppo può essere diviso in riformisti e rivoluzionari. I riformisti supportano persone nel partito che pensano riporteranno la Cina sulla direzione del socialismo, come Bo Xilai. I rivoluzionari possono essere a loro volta divisi in:

a. Coloro che rivendicano la costruzione di organizzazioni rivoluzionarie a partire da un piccolo gruppo di persone che cercano chiarimenti nella propria linea teorica, piuttosto che con la propaganda tra le masse.
b. Coloro che si concentrano sul “lavoro tra le masse” e sul “lavoro culturale”, inclusa la militanza tra gli operai, ma anche tra studenti e contadini.

C: Tra questi, quanti sono maoisti e quanti invece hanno altre prospettive coerenti? La maggior parte dei cinesi di sinistra che conosco non sembrano avere prospettive coerenti, ma piuttosto una vaga ammirazione per Mao o nostalgia per l’epoca di Mao.

LX: È probabile che almeno il 99% dei cinesi di sinistra siano maoisti, e questo include le varie categorie menzionate. Ci sono molti tipi di maoisti, ma la divisione principale è tra sinistra e destra.

C: Quindi certi maoisti si identificano come “destra”?

LX: Probabilmente si identificano come “sinistra”, ma sono oggettivamente a destra – proprio come Bo Xiali. E infatti molti di loro sono stati seguaci di Bo Xilai, per poi diventare sostenitori del presidente Xi [Jinping].

Il maoismo di destra sembra essere un fenomeno tutto cinese, ma è estremamente diffuso qui: combinare maoismo e capitalismo, usare il maoismo per sviluppare il capitalismo. In pratica, questo implica una qualche forma di nazionalismo.

C: Che ne è di trotskisti, anarchici, socialdemocratici di sinistra…?

LX: (Risata) Probabilmente solo una su 10 mila persone di sinistra in Cina è trotskista, se non di meno. Però almeno il trotskismo ha preso radici, l’anarchismo no. Gli anarchici in Cina sono principalmente soltanto persone di cultura liberale. Solo a pochissimi di loro interessa la società. Sono troppo marginali per essere inclusi nello scenario politico della Cina odierna. Si potrebbe dire lo stesso per i cosiddetti “socialdemocratici” – sia quelli di destra, come Wang Jiangsong, sia quelli di sinistra, come alcuni accademici della “Nuova Sinistra”.

C: Sembra però che alcuni intellettuali influenti si identifichino pubblicamente come socialdemocratici. Questo fatto dev’essere significativo.

LX: La socialdemocrazia rifiuta la rivoluzione, quello che vuole è la riforma. È incapace di influenzare la società cinese, perché le condizioni del pensiero sociale in Cina (中国社会思想状态) non ammettono riforme dal basso. Le riforme sono state uno degli strumenti usati da Bo Xilai, un esempio di riformismo dall’alto verso il basso, ma non c’è sostegno per riforme dal basso verso l’alto. I paesi post-socialisti hanno tutti il comune problema dell’individualismo e della mancanza di pensiero orientato all’interesse pubblico (公共意识). Nella Cina odierna, essere un “socialista moderato” sostanzialmente significa difendere il capitalismo chiedendo riforme minori, come più Stato sociale a difesa dei poveri.

Dire “socialdemocrazia” equivale a dire Scandinavia, che piace sia a destra che a sinistra come scenario per gli xiaoshimin [strati urbano medio-bassi]. Tali socialdemocratici non sono nemmeno riformisti, perché per essere un riformista devi essere un attivista e devi avere un movimento sociale che sostenga la tua posizione. Per esempio, molti di questi socialdemocratici vogliono calmierare affitti e costi degli immobili, ma non hanno il potere necessario per implementare tali proposte.

C: Che ne è dei circoli operai militanti?

LX: Nei circoli operai, la maggior parte delle persone con una prospettiva politica sono socialdemocratici di sinistra che guardano alla Scandinavia come modello. Spesso nemmeno il personale delle ONG ha una prospettiva politica coerente – per loro è solo un lavoro, o al massimo un modo per sentirsi meglio aiutando gli oppressi. Danno per scontato il sistema e non rivendicano nessun cambiamento politico o sociale nel sistema.

D’altra parte, quasi tutte le ONG che hanno sede a Hong Kong sono politicamente schierate, e quasi tutte tendono a sinistra. Ma spesso le posizioni da loro assunte sono solo di facciata, per scopi legati alla professione che svolgono. La maggior parte del loro personale non crede in ciò che viene pubblicamente presentato. Le loro performance politiche sono solo parte del mestiere. Molti dei direttori di queste ONG si sono politicizzati nei movimenti di radicalizzazione della gioventù di Hong Kong, negli anni ’70. Al tempo credevano nelle loro posizioni politiche, ma adesso si tratta solo di uno show diventato modello d’impresa. Tale show è necessario per ottenere i fondi dai finanziatori e ottenere sostegno dai media internazionali e dalla sinistra europea – non solo denaro, ma anche sostegno morale…

C: E voi?

LX: (Risata) Noi siamo i migliori, ovviamente! Ci definiamo pro-rivoluzionari (主张革命的). Non diciamo “rivoluzionari” perché sarebbe un’esagerazione – non stiamo prendendo parte a nessuna rivoluzione. Non siamo la solita gente di sinistra. Non ci piace discutere i programmi. Non abbiamo un chiaro senso di appartenenza programmatico (归宿感). Ci siamo concentrati sulle attività legate al lavoro (工人工作) per molti anni. Se fossimo stati come il resto delle persone di sinistra, saremmo collassati molto tempo fa a causa di dibattiti interni – è per questo che riusciamo a lavorare insieme.

C: Oltre al fatto che tendono a impantanarsi nel dibattito, qual è la critica che muovete alle altre prospettive pro-rivoluzionarie di sinistra che hai menzionato prima?

LX: Il problema più grave dei maoisti è che hanno rinunciato alla lotta di classe. Lo hanno fatto persino i maoisti pro-rivoluzionari di sinistra. Lenin disse: “Chi riconosce la necessità della lotta di classe ma non la necessità della rivoluzione non può essere definito socialista”. Ma nella Cina odierna, i maoisti fanno di peggio: non sono abbastanza maturi per chiarire cosa sono e cosa vogliono. Quello che chiamano “rivoluzione” è solo radicalismo astratto. Temo che in questo tipo di radicalismo vi siano i germi del fascismo. Ho sentito che in Russia, alcuni tra quelli che negli anni ’90 erano stalinisti e trotskisti negli ultimi anni sono diventati fascisti. E vedo questa possibilità anche tra alcuni di questi maoisti, ma quell’ora non è ancora giunta.

Traduzione di Gabriele Bertoncelli da Chuang

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