La catena di montaggio degli Oscar

L’Oscar è il riconoscimento cinematografico più antico del mondo: la prima edizione degli Academy Awards si tenne il 16 maggio 1929 nella soleggiata Los Angeles, tre anni prima del primo Leone d’Oro di Venezia, altro premio tra i più importanti e prestigiosi nel campo.

La potenza mediatica delle premiazioni degli Oscar da sempre suscita mistero e interesse tra le masse degli spettatori: è facile vincere un Oscar? Chi è Oscar? Chi fa parte della commissione dell’Academy of motion pictures arts and sciences (AMPAS)?

L’uragano dello zio Oscar

Quella statuetta dorata, che vediamo stretta tra le mani di registi e attori ogni febbraio, ha assunto il nome di “Oscar” in maniera casuale e curiosa, grazie ad un’impiegata dell’AMPAS, tale Margaret Herrick, la quale, dopo averla vista su un tavolino, esclamò : “Somiglia proprio a mio zio Oscar!”.

Di cosa parliamo esattamente quando citiamo la sigla AMPAS? L’AMPAS nasce per mano del celebre produttore hollywoodiano Louis B. Mayer, il cui fine principale era fondare un’associazione talmente potente da poter gestire le controversie lavorative nel settore della cinematografia. Da questa piccola operazione di “tappabuchi” vediamo sbucare l’idea di una cerimonia onoraria durante la quale premiare i film migliori prodotti durante l’anno. L’AMPAS si divide ben presto in cinque branche: le branche degli attori, dei registi, degli sceneggiatori, dei tecnici e dei produttori. Queste categorie, con il passare del tempo, sono destinate ad aumentare. Oggi esistono ben 17 branche! La strategia di Mayer si rivelò vincente fin da subito. La vittoria non sorgeva solo nel momento in cui un film vinceva l’Oscar, ma ancor prima: dal momento della produzione del film stesso. Ai produttori, inutile dirlo, interessa far soldi e quindi ricavare una somma di denaro infinitamente superiore al capitale da loro investito inizialmente nelle produzione della pellicola. Hollywood è famosa per le sue mille case di produzione, fondate da uomini d’affari, come lo stesso Mayer, che hanno trasformato il cinema in un’industria “squisitamente” capitalista. Un film nella città degli angeli, o negli USA in generale, può essere prodotto e distribuito su larga scala e sognare premi prestigiosi, solo se alle sue spalle c’è una casa di produzione, ovviamente privata. Perché tutto questo? Molto semplice. Nel momento stesso in cui il produttore investe fino all’ultimo centesimo di capitale, oltre alle riprese del film, ha inizio anche una fortissima campagna pubblicitaria composta da: spot televisivi, manifesti, news in diretta dal set, servizi fotografici per gli attori protagonisti, feste esclusive frequentate dai rappresentati dell’AMPAS. In conclusione, il produttore deve vendere il prodotto prima ancora della sua presenza sul mercato.

Come si vince un Oscar?

Vincere il prestigioso Zio Oscar può essere estremamente complicato, ma anche terribilmente semplice. Considerando la genesi di questa celebrazione, è facile intuirne i meccanismi. L’Academy lavora sostanzialmente per gestire la battaglia tra case di produzione. Le case di produzione, solo a Los Angeles, sono tante quanto le ville degli stessi produttori sul Sunset Boulevard. La cerimonia degli Oscar serve fondamentalmente per far pulizia di titoli e, soprattutto, per dare prestigio e gloria al film e al produttore vincitore. Addentriamoci ancora di più in questo mondo che, possiamo dirlo senza problema alcuno, pare essere una lussuosa catena di montaggio. Con l’aumento di popolarità del cinema americano, tramite lo sfarzo e lo star system, la vittoria dell’Oscar è diventata l’aspirazione massima per ogni cineasta. Quindi l’Oscar va sempre al film “migliore”? Assolutamente no. L’Oscar va al film “meglio venduto”? Assolutamente sì. La catena di montaggio hollywoodiano, ha il seguente ritmo: casa di produzione, casting con attori famosi e registi osannati, party pre e post proiezione per la stampa, pubblicità su ogni piattaforma mediatica. Mescolando tutti questi elementi, almeno la candidatura è assicurata. Per ottenere la vittoria, bisogna sperare di aver colpito positivamente uno dei membri dell’AMPAS. Ma i membri dell’AMPAS sono tutti esperti di cinema? Sfortunatamente, no. Nelle 17 branche, il gruppo più numeroso è quello degli attori, che arriva a contare almeno 1311 membri. Per entrare a far parte dei votanti, devi o aver vinto un Oscar nelle passate edizioni o essere sponsorizzato da almeno due membri di una specifica brancha. Molti giudici, in definitiva, sono semplicemente businessmen. Questo tipo di gestione interna, ha sempre sollevato polveroni mediatici non indifferenti, a causa dei continui cambi di rotta nelle decisioni della giuria, soprattutto per quanto concerne l’organizzazione stessa dell’evento. Molte regole, ancora in vigore, sminuiscono la capacità decisionale della giuria. Le due regole più terrificanti sono il non obbligo di visione da parte dei giurati di tutti i film candidati e la possibilità di tutti i giurati di poter avere voce in capitolo in ogni categoria. Sfortunatamente, proprio dal 2013 l’obbligo di visione delle pellicole è stato rimosso, senza troppe dichiarazioni sul perché di tale scempio. Su cosa sarà basata la scelta della pellicole? Non c’è dato saperlo. Il secondo punto riportato è altrettanto discutibile. Perché un membro della branca del suono e colonne sonore, dovrebbe avere parola sulla branca della regia, e viceversa? Se Mayer ritenne necessaria una divisione tra i ruoli, un motivo ci sarà. Tutto ciò crea solo confusione ed uccide la capacità critica di ogni figura professionale che nel cinema ancora crede.

La catena di montaggio

Durante la 86esima edizione degli Academy Awards, la conduttrice della serata (Ellen Degeneres) aprì la serata con un monologo comico. Oltre a sbeffeggiare le diete assurde delle attrici per entrare nei loro lussuosi abiti e scimmiottare il look super curato degli uomini, Ellen si sofferma su un elemento fondamentale: “E’ un onore per me ripresentare questo spettacolo ad appena sette anni di distanza (Ellen presentò anche l’edizione del 2007). È bello anche vedere come le cose siano cambiate! Nel 2007 Cate Blanchett era nominata, Martin Scorsese era nominato, Meryl Streep era nominata, Leonardo Di Caprio … tutto così diverso”. Il sarcasmo della comica servì ad evidenziare un ennesimo aspetto del giro degli Oscar: gli attori e i registi nominati sono sempre gli stessi. Basti pensare a Meryl Streep, nominata 18 volte! Gli Oscar sono una catena studiata a tavolino. Niente di più, niente di meno. Per allargare la probabilità di accumulare denaro e ricavare maggior capitale dal cinema, l’AMPAS ha recentemente proposto l’aggiunta di una nuova categoria, dal titolo “Miglior film popolare”, il cui scopo dovrebbe essere premiare i film con maggiore incasso al botteghino. La risonanza mediatica, dopo l’annuncio, ha raggiunto vette estreme. Un esercito di cinefili si è aizzato contro questa decisione, che avrebbe portato all’Oscar film a marchio Marvel o commediole tipicamente americane. Uno dei capitani di noi cinefili è Steven Spielberg in persona, il quale, essendo membro dell’AMPAS, ha lottato da subito contro i membri favorevoli. Fortunatamente l’opzione “Miglior film popolare” sarà rimandata all’edizione degli Oscar 2020, sperando che in quest’anno di tempo altri nomi rivelanti si uniscano alla battaglia di Spielberg.

Personalmente comprendo la voglia, e quasi necessità, dell’Academy di apportare dei cambiamenti per quanto concerne la stesura del plot per la notte degli Oscar, ma non comprendo e non accetto questo cambiamento. I film popolari vincono con il denaro, quella dovrebbe essere la loro unica vittoria, ed una grande sconfitta per l’umanità. Invece sarebbe interessante introdurre una categoria che ripercorra le tracce del cinema; mi riferisco alla categoria “Miglior restauro”, già presente alla Mostra del Cinema di Venezia. Questa categoria potrebbe dare maggior prestigio al cinema in quanto arte, il cui passato continua incessantemente ad influenzare i film presenti e, forse, riuscirebbe anche solo a scalfire questa incessante catena di montaggio hollywoodiana.

Sabrina Monno

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