La ‘finanziaria del popolo’ (parte 1): lo spread è un problema delle banche, non dei lavoratori

  • Category: Economia
  • Date: ottobre 24, 2018

Dopo l’abbassamento del rating da parte di Moody’s del debito italiano e la bocciatura del Def da parte dell’UE, il rendimento dei titoli del debito italiani è tornato a crescere rispetto ai corrispettivi tedeschi. Non è però per questo che si deve criticare la manovra economica che il governo si appresta a varare, bensì per il fatto che un Salvini ed un Di Maio qualunque si mostrino come chi ha gettato il guanto di sfida agli speculatori internazionali, quelli del 2,4% di deficit, quando quel poco che si sa della prossima finanziaria ha un contenuto esclusivamente antioperaio [lo si vedrà nella seconda parte dell’articolo].

Per comprendere la natura dei provvedimenti economici del governo giallo-verde, però, bisogna analizzare brevemente la situazione economica italiana e, quindi, capire i veri motivi per cui Confindustria, che all’inizio appariva “attendista” rispetto all’esecutivo, tramite il Sole24Ore, ora condanna il governo Conte senza girarci troppo attorno. Tale analisi permetterà anche di comprendere il vero portato di classe dello spread e che se bisognerà lottare contro la prossima finanziaria, questo non potrà farlo certo chi invoca rigore nei conti, come il PD e Mattarella. Salvini, Di Maio ed il PD rappresentano in realtà due facce della stessa medaglia: quella della crisi economica storica del capitale, che si tinteggia sempre più di crisi di civiltà e di barbarie, con gli orrori razzisti quotidiani di Salvini.

Crisi bancaria e saggio di profitto in Italia

Gran parte del debito pubblico italiano (il 32%) è in mano a speculatori esteri, ma anche e soprattutto italiani (le banche italiane possiedono il 27% del debito, le assicurazioni il 19%). I piccoli investitori ne detengono una quota minima, il 6%.1 Non a caso chi si lamenta di più dell’aumento del deficit e dello spread è la grande finanza, che si vede così svalutare le proprie attività: Intesa San Paolo lamenta grandi perdite dovute all’instabilità finanziaria dell’Italia e della diminuzione di valore dei BTP, e le Generali, che detengono 63 miliardi di titoli italiani, si strappno i capelli davanti alla perdita di 1,33 miliardi per il medesimo motivo.2 I fondi esteri ad agosto, non fidandosi della solvibilità italiana, hanno venduto 17,4 miliardi di titoli pubblici3 ed il giornale dei padroni, al servizio del capitale finanziario, prega il governo di continuare sulla strada dell’austerità, lasciando perdere le velleità di crescita attraverso un 2,4% di deficit, perché «una minore valutazione dei titoli di stato in portafoglio incide sui ratios patrimoniali delle banche e, per questa strada, finendo con il limitare l’offerta di credito a imprese e famiglie, può retroagire sulla crescita economica».4

Tuttavia che si lamenti proprio Intesa San Paolo, quella che a prezzo di un euro si è accaparrata le banche venete ripulite grazie al bail-in di 17 miliardi di euro voluto dal PD, avrebbe del vergognoso (ed effettivamente ce l’ha), se non fosse che tutte queste moine vanno viste all’interno di una più generale crisi bancaria ancora inesplosa in Italia, che vede 300 miliardi di euro investiti in titoli ad alto rischio da parte delle banche italiane (il 20% del Pil)5. Inoltre è risibile il monito del Sole24Ore, tutto impegnato a spiegarci che se lo stato patrimoniale delle banche italiane peggiora i rubinetti del credito alle imprese si restringono: quei rubinetti, specie per le piccole e medie imprese, si sono già restrinti da un pezzo a causa delle nuove regole sulle riserve bancarie, che permettono solo alle imprese con un ottimo stato patrimoniale di accedere al credito, aiutando la concentrazione di capitale ed il capitale monopolistico6. Con la consapevolezza che solo la rivoluzione, ossia l’evento a cui noi lavoriamo e tendiamo in maniera militante, può permettere la nazionalizzazione delle banche e degli istituti di credito, l’espropriazione degli speculatori e l’azzeramento del debito in modo da restituire il maltolto ai lavoratori, è necessario indagare le cause di questa crisi bancaria ed i motivi per cui la finanziaria Salvini-Di Maio non l’allevia, ma l’acuisce senza portare un solo vantaggio ai lavoratori, sulle cui spalle alla fine ricadranno queste politiche.

A tale scopo si deve partire da una domanda: perché le banche preferiscono speculare in titoli ad alto rischio o in titoli di stato, piuttosto che nella cosiddetta “economia reale”, in modo da aiutare la “crescita”? E’ forse perché i banchieri sono così avari da rovinarsi con le loro mani? In altri termini, siamo in crisi a causa della stupidità dei banchieri e della loro avarizia? Questa domanda sarebbe troppo anti-scientifica ed idiota per esser presa sul serio, se non fosse che la sua risposta affermativa è la tesi più comune tra la borghesia “buona”, che spesso vota a “sinistra”. Per costoro non è il sistema capitalistico che è in sé contraddittorio e porta le crisi, sono le “mele marce” che lo rovinano: è un po’ la risposta di chi ama la sbirraglia e che trova in questo genere di escamotage il sistema ottimo per assolverla davanti ai suoi sistematici delitti (G8, Aldrovandi, Mastrogiovanni, Cucchi, ecc…). Non a caso chi vede nelle banche avare la causa della crisi coincide spesso con chi assolve sistematicamente la polizia.

Ora, gli investimenti nella cosiddetta economia reale da anni sono molto bassi, specie in Italia, per la semplice ragione che non rendono. Questo è ciò che Marx, nel Capitale, chiama «l’arcano» dello sviluppo capitalistico, che si presenta anche in Italia.

Serie storica del valore degli investimenti (gross fixed capital formation) in Italia

andamento del saggio di profitto in Italia

E’ evidente dai grafici che abbiamo mostrato che l’accumulazione del capitale italiano storicamente decresce e che i fattori di controtendenza sono più che altro dovuti all’aumento dell’estrazione del plusvalore da parte dei padroni, aiutati dalle controriforme del lavoro appoggiate dal PD e dalle cosiddette nuove relazioni industriali, tutte imperniate sull’aumento dello sfruttamento. Ora, non si starà qui a spiegare perché la caduta del saggio di profitto sia una legge necessaria dello sviluppo del capitalismo, che segue dall’estrazione di plusvalore nel rapporto tra chi detiene i mezzi di produzioni (i padroni) e chi vende la propria forza lavoro in cambio del salario (i proletari, ossia la maggioranza della popolazione)7.

E’ invece interessante notare che i periodi di controriforma del lavoro (anni ’80-’90, ma anche quest’ultimo periodo) sono accompagnati da un notorio aumento della finanziarizzazione dell’economia, con liberalizzazione dei capitali, privatizzazioni, trucchi vari nei conti delle aziende per aumentare i dividendi e le quotazioni, delocalizzazioni, ecc.8 Ciò avviene a) perché le delocalizzazioni aumentano lo sfruttamento del lavoro, aumentando l’estrazione di plusvalore e dunque i profitti; b) perché se non conviene più produrre nuovo valore a causa dei bassi profitti, ciò non significa che io non possa appropriarmi del valore già prodotto da altri attraverso l’acquisizione di azioni, aumentando la concentrazione di capitale nelle mie mani a discapito dei pesci più piccoli di me, senza tuttavia produrre nulla; c) perché attraversi regole blande sul credito non solo io posso appropriarmi di valore prodotto da altri, ma posso anche continuare a produrre basandomi sui crediti che acquisisco dai miei compratori che però, poi, magari scoprirò essere insolventi, facendo crollare tutto il mio castello di carta, sarebbe poi a dire il mio capitale fittizio: questo è il principoio delle bolle speculative. Tale finanziarizzazione dovuta al calo del saggio di profitto non è evidente solo dall’analisi dei portafogli bancari, ma anche da quella degli investimenti delle stesse industrie cosiddette produttive: in Italia « il rapporto fra investimenti finanziari e investimenti tecnici, pari a circa il 30% nel 1992, raggiunge il 60 % a fine anni Novanta per schizzare al 180% nel 2000, declinando poi ancora a circa il 60% fino al 2006, impennarsi nel 2007 al 138% (in coincidenza con una stagione di massicce acquisizioni) e declinare durante la crisi, ma risalendo nel 2011 a circa il 70%»9

Da queste contraddizioni, in definitiva, deriva la detenzioni di titoli pericolosi da parte degli istituti di credito italiani e non, la relativa crisi bancaria italiana e la conseguente spasmodica attenzione ai titoli di stato, sempre sotto minaccia di attacchi speculativi. È chiaro inoltre che ai banchieri italiani e stranieri interessa che l’Italia dimostri non tanto di poter ripagare il debito interamente, quanto piuttosto di continuare indefinitivamente a pagare gli interessi sul debito, che ormai rappresentano la quota maggiore delle spese sul debito10 e che sono una rendita sicura degli squali della finanza parassita che però, come si è visto, anche (e soprattutto) in Italia non è che il frutto avvelenato ma necessario dello sviluppo capitalistico. Ora la questione è: la finanziaria che vuole varare il governo può essere una soluzione a questa situazione? Questo “2,4%” di deficit farà la differenza? La domanda è naturalmente retorica, ma è utile analizzare alcune delle pià importanti riforme (per ora solo) annunciate, salvo calo delle braghe davanti alle minacce europee [CONTINUA…].

Matteo Pirazzoli

Note

1 https://www.repubblica.it/economia/2018/05/29/news/chi_detiene_il_debito_pubblico_italiano_30_anni_di_cambiamenti-197562983/?refresh_ce

2 https://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2018-08-17/gli-investitori-esteri-scaricano-btp-58-miliardi-maggio-e-giugno-212904.shtml?uuid=AEhAgAcF

3 https://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2018-10-19/fuga-capitali-esteri-venduti-btp-174-miliardi-ad-agosto-104444_PRV.shtml?uuid=AEDKWtRG

4 https://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-10-09/ridurre-decisione-rapporto-debitopil-144046.shtml?uuid=AEibSxJG&fromSearch

5 https://thenextrecession.wordpress.com/2017/06/27/the-italian-job/

6 http://www.marx21.it/index.php/italia/economia/26957-perche-confindustria-scarica-le-piccole-imprese

7 Per una spiegazione succinta della legge, provata a livello mondiale da evidenze empiriche, si rimanda ad un articolo del prof. (ma soprattutto compagno) Guglielmo Carchedi; inoltre su come le nuove relazioni industriali stile “Toyota” ed implementate da industria 4.0 incidano sull’aumento dell’estrazione di plusvalore, rappresentando una controtendenza della caduta del saggio di profitto, si vedano gli articoli della Voce delle Lotte “Sull’industria 4.0” e “Contro l’accordo quadro tra Confundustria e confederali“.

8 A questo proposito si legga l’istruttivo libro di Andrew Glyn, Capitalismo scatenato: globalizzazione, competitività e welfare, Brioschi, 2007.

9 https://www.economiaepolitica.it/banche-e-finanza/moneta-banca-finanza/la-finanziarizzazione-delle-imprese-italiane/

10 https://www.economiaepolitica.it/politiche-economiche/debito-pubblico-una-questione-di-interessi/

Lascia un commento

Please enter your name.
Please enter comment.

1 2 3 4 5