La disfatta di Caporetto come rivoluzione mancata

 

Oggi, 4 novembre, le “nostre” istituzioni festeggiano il centenario dalla “vittoria dell’Italia” nella prima guerra mondiale. Come contraltare alla retorica sciovinista intensificatasi nelle ultime ore, pubblichiamo un saggio piuttosto contro-corrente sulla “disfatta di Caporetto”, consumatasi un anno prima della cessazione del conflitto e presentata dalla narrazione dominante come l’evento grazie al quale il “popolo italiano” si rese conto della necessità di unirsi contro l’invasore austriaco per prepararsi alla riscossa (il testo disponibile alla fine di questa breve introduzione  è preso da G. Lehner, “Economia, Politica e Società  nella Prima Guerra Mondiale”, D’Anna, Messina-Firenze, 1973. L’estratto è reperibile anche nell’antologia “Storia e Storiografia – 3 – dalla nascita del movimento operaio alla decolonizzazione”, D’Anna, Messina-Firenze, 1980, pp. 487-492).

In realtà- ci dice Lehner – la debacle del 24 ottobre 1917, fu il momento in cui, sul fronte italo-austriaco, si condensarono le principali contraddizioni della guerra imperialista e il giorno in cui migliaia di proletari e soprattutto di contadini (tra le cui fila erano reclutati il grosso dei reggimenti) manifestarono il proprio rifiuto per un macello condotto in nome “della spartizione del globo” da parte dei predoni capitalisti (Lenin).

Che il conflitto non si stesse svolgendo nei loro interessi, centinaia di migliaia di soldati semplici l’avevano intuito fin da subito; tant’è che – come viene spiegato nel saggio che vi proponiamo – gli ufficiali si erano mostrati molto più zelanti a reprimere il malcontento serpeggiante tra la truppa che a elaborare strategie efficaci contro gli avversari. Nel frattempo, i malumori e la stessa inadeguatezza sul campo dell’esercito italiano erano aggravate dalla connivenza dei vertici militari con gli industriali, i quali speculando sulle forniture belliche riuscirono ad accumulare profitti straordinari, a scapito della qualità degli equipaggiamenti, degli armamenti e delle condizioni di vita dei fanti.

Queste le radici della “debacle” di “Caporetto”, decisa tuttavia anche dall’insubordinazione di centinaia di migliaia di soldati che dopo essere stati mandati per l’ennesima volta allo sbaraglio smisero di obbedire agli ordini e si ritirarono inneggiando alla “rivoluzione, al Papa, a Giolitti[1], all’Austria stessa che con la sua vittoria avrebbe assicurato finalmente la fine della guerra”.

Una scena piuttosto diversa da quella delle colonne di soldati disorientati e passivi che si trascinano fino al Piave dipintaci dalla retorica nazional-democratica, la quale riducendo la sconfitta “all’incapacità degli ufficiali” non fa un servizio migliore alla verità rispetto alla propaganda diffusa in epoca fascista, tesa invece ad accusare la truppa di tradimento.

D’altro canto l’obiettivo di entrambe le narrazioni è lo stesso: ovvero oscurare la logica di classe di quegli specifici eventi – e della stessa guerra imperialista – per cementare “l’unità nazionale”… Un vecchio arnese, quest’ultimo, buono pure oggi, vuoi per giustificare “i sacrifici chiesti dall’Europa”, vuoi per coprire la non volontà di fare i conti con il potere del Capitale, agitando come nemico “l’immigrato”, o i “burocrati di Bruxelles” (quando sarebbe invece necessario denunciare senza ambiguità la natura anti-operaia dell’UE capitalista per trarne le dovute conseguenze politiche). Non è dunque un caso che un discorso “edulcorato”, se non apertamente sciovinista, inerente il massacro del 1915-18 sia patrimonio dei partiti dell’attuale arco parlamentare, e che sia stato sfruttato al massimo nei 4 anni in cui si è commemorato il centenario di quegli avvenimenti, in un contesto in cui sono sempre più stridenti le contraddizioni di classe ed evidenti le velleità imperialiste della “nostra” borghesia.

Ma torniamo all’ammutinamento dei soldati italiani a Caporetto: è chiaro, in effetti, che si trattò di una protesta confusa e disorganizzata; tuttavia, l’episodio assume pieno significato se si pensa che ebbe luogo proprio nelle stesse settimane in cui la Rivoluzione Russa viveva le sue ultime battute, mentre – raccogliendo l’eco degli operai e dei contadini-soldati di San Pietroburgo – nell’agosto 1917 i lavoratori torinesi si erano resi protagonisti di un vero e proprio moto insurrezionale spinto dalle rivendicazioni “pane e fine della guerra dei padroni”.

Anche in Italia, insomma, si stava coagulando un processo che avrebbe permesso a un partito rivoluzionario di portare a termine una politica di egemonia del proletariato, approfittando dell’unità di intenti tra le masse contadine (del sud) – inquadrate nell’esercito – e la classe operaia (del nord).

Le ragioni per cui tale dinamica – in estrema sintesi quella della rivoluzione russa – non si verificò in Italia sono da leggere alla luce della politica ambigua e attendista del Partito Socialista, il quale, sebbene non avesse votato i crediti di guerra, era diviso tra il collaborazionismo di fatto dell’ala riformista – molto influente nei sindacati – e “la dottrina dell’inerzia del proletariato” (Gramsci) della fazione massimalista. Dopo Caporetto, inoltre, il rivoluzionarismo astratto di questi ultimi non poté certo impedire un rafforzamento del sostanziale allineamento del PSI alla politica di difesa della patria, giustificata dal riformista Prampolini con l’esigenza di dimostrare che i proletari non fossero “vili” [2]! ; questo, non lo spirito unitario del popolo italiano, uno degli elementi decisivi che permisero alla borghesia italiana di recuperare dai colpi dell’agosto torinese e del 24 ottobre, prima di festeggiare la SUA vittoria l’anno successivo.


Intorno alla rotta dell’esercito italiano nell’ottobre del 1917 è fiorita una vasta pubblicistica ed una indeterminabile diatriba storiografica. Già in occasione di altre gravi sconfitte militari – Lissa e Custoza nel 1866 – si erano accese polemiche e si era cercato un qualche capro espiatorio per spiegare quegli eventi inattesi e dolorosi; questa volta, però, le dimensioni del disastro furono tali da suscitare oltre lo sgomento anche tutta una serie di interrogativi politici sulla saldezza e la coesione della giovane nazione italiana. La classe militare, dal canto suo, addusse come causa primaria della sconfitta dapprima la viltà dei soldati e subito dopo il disfattismo che dall’interno del paese aveva via via contagiato le truppe combattenti; l’originario comunicato del Cadorna – poi ridimensionato dalla censura governativa – parlava di «mancata resistenza di reparti […] vilmente ritiratisi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico». In seguito, lo stesso comandante in capo andrà via via ripetendo la formula: «L’esercito cede, vinto, non dal nemico esterno, ma dal nemico interno», con la quale si evitava a priori la tesi d’una «Caporetto» militare riconducendo tutto il disastro ad una debolezza morale e politica dell’intera nazione. Che, invece, vi fosse stata innanzi tutto una «Caporetto» militare fu avvertito subito dagli alleati franco-inglesi, i quali comunicarono al governo Orlando la loro piena sfiducia nel Comando italiano. Lloyd George, primo ministro inglese, richiese ufficialmente il siluramento di Cadorna e del suo stato maggiore, responsabili supremi dello sbandamento delle truppe, avvenuto «non per difetto di valore […] ma soltanto perché dal loro Comando furono poste in condizioni insostenibili». Superato il trauma, anche in Italia si venne formando, specie tra gli interventisti democratici, la convinzione che all’origine del disastro vi fossero stati dei gravi errori militari e, infatti, alla fine della guerra fu creata una commissione d’inchiesta per chiarire le responsabilità dei vari Cadorna, Porro, Capello, Badoglio, ecc. Le conclusioni dell’inchiesta furono, però, ambigue perché da un lato si misero in luce alcuni errori strategici, dall’altro non si volle lanciare un preciso e definitivo atto di accusa, lasciando ampio spazio a nuove polemiche ed alla cristallizzazione delle due tesi della «Caporetto» militare e di quella politica. Queste due interpretazioni vennero via via riprese a seconda del clima politico e, piuttosto che rispondere ad esigenze di verità storiografica, finirono per essere usate per avvalorare le diverse scelte ideologiche degli storiografi. Sotto il fascismo, per esempio, parve più rispondente ai bisogni del regime addossare tutta la responsabilità agli avversari politici – socialisti, cattolici e giolittiani -, rivalutando, nel contempo, l’operato dei comandi militari. Badoglio e Cadorna, sopra tutti gli altri non verranno più messi in discussione e, anzi, saranno promossi ad eroi nazionali per meriti fascistici. Gli stessi storici fascisti, però, dalla Repubblica di Salò (1943-1945) sino ad oggi, trascurando le loro precedenti conclusioni, hanno riscoperto gli errori dei generali, in particolare di Badoglio, perché dopo la ventennale connivenza tra militari e fascisti, gli uni si ritrovarono dalla parte degli anglo-americani e gli altri a fianco dei nazisti nelle tragiche vicende della guerra di liberazione.

D’altro canto, la storiografia liberale e democratica, specie dalla ripresa della vita parlamentare, ha insistito sulle responsabilità militari, con una documentazione sempre più ampia e schiacciante, ma ha finito col negare quasi del tutto il carattere politico ed il potenziale rivoluzionario di Caporetto.

 

La «Caporetto» militare

Nei giorni immediatamente precedenti l’attacco austro-tedesco, Luigi Cadorna aveva voluto accertarsi dello stato «morale» delle truppe inviando nei vari reparti uomini di sua fiducia. I rapporti che gli pervennero furono tutti improntati al massimo ottimismo. Prendendo in considerazione soltanto le truppe che poi saranno le protagoniste della disfatta, si resta allibiti – specie se si pensa alle parole di Cadorna sulla vigliaccheria dei fanti di una settimana dopo – nell’apprendere che il generale Badoglio comunicò di essere «soddisfatto nello stato morale delle truppe» e che «nei soldati l’idea che avrebbero avuto di fronte i germanici [l’Italia entrò in guerra con la Germania solo il 28 agosto 1916], pareva avesse rianimato il loro spirito combattivo». Notizie dello stesso tono pervennero al comando supremo anche dal generale Cavaciocchi e dagli altri comandi. Questi grossolani errori di valutazione dipendevano da un lato del desiderio dei comandanti di presentare un quadro positivo dei loro reparti e dall’altro della superficialità con la quale era stata portata a termine l’inchiesta sullo stato psicologico dei combattenti, stante la diffusa opinione che l’autunno e l’inverno sarebbero trascorsi senza importanti azioni belliche […]. Eppure erano giunte sia al Cadorna che al presidente del Consiglio V. E. Orlando, da parte del servizio informazioni e da prigionieri austriaci, notizie sempre più precise ed insistenti d’un prossimo attacco nemico sul fronte dell’Isonzo […].

Mentre i nostri comandanti facevano a gara nella cattura immaginaria del nemico, gli austro-germanici si apprestavano a sferrare l’attacco decisivo con l’impiego di nuovi e sconvolgenti piani strategici. La tattica usata in questa occasione, infatti, rivoluzionava completamente le regole di quella guerra di posizione che aveva sino ad allora caratterizzato l’intero conflitto mondiale. La guerra di posizione, che puntava piuttosto al progressivo esaurimento dell’avversario che al suo rapido annientamento, aveva un rituale determinato a tal punto che da una parte e dall’altra si potevano prevedere con largo anticipo le mosse dell’avversario: ogni attacco era preceduto da una lunga serie di tiri d’artiglieria diretti verso la fanteria nemica; quando gli avversari erano ormai preavvisati e pronti a respingere l’assalto, veniva mandata avanti tutta la massa dei fanti: una tattica che produceva forti perdite umane specie nell’attaccante e che non dava quasi mai risultati rispondenti alle energie spese. Tedeschi ed austriaci, questa volta, usarono la tecnica dell’«infiltrazione»: i tiri di preparazione furono di breve durata e diretti verso le postazioni d’artiglieria e non verso le trincee od i reticolati; l’attacco fu sferrato con piccoli drappelli di soldati ed indirizzato contro una breve sezione del fronte. S’infiltrarono, così, via via attraverso piccoli varchi, creando il panico generale: le prime linee perché ebbero la sensazione d’essere state aggirate, le seconde linee perché, senza aver sentito la consueta infernale sparatoria che caratterizzava gli attacchi, si videro spuntare da ogni parte i nemici. La mancata resistenza, insomma, si dovette in massima parte proprio alla sorpresa ed alla relativa silenziosità dell’attacco che vide infatti un largo uso di gas venefici piuttosto che di armi da fuoco. Gli austro-germanici, incoraggiati dal successo, superiore alle loro stesse aspettative, dilagarono sino a costringere l’intero contingente italiano ad una ritirata che assunse presto l’aspetto di una fuga disordinata. Dall’Isonzo al Tagliamento e poi al Piave, per 140 km, l’esercito italiano continuò a retrocedere lasciando nelle mani degli attaccanti 300 mila prigionieri, 3136 cannoni, 300 mila fucili ed un’enorme quantità di munizioni, viveri, ecc. I morti ed i feriti furono 40 mila, gli sbandati circa 350 mila, i profughi 400 mila ed un’intera regione, il Friuli, era perduta.

Durante le varie fasi di questa tragica avanzata austro-tedesca, i comandi italiani persero completamente la testa: in una relazione dell’ufficio storico dello stato maggiore, mai rese di pubblico dominio per motivi di opportunità politica, si può leggere: «Gli stessi comandi si persero d’animo. Molti […] retrocedettero o per sfuggire alla prigionia o per recarsi a conferire col comando superiore […]. Troppi comandanti si ritirarono prima delle truppe». Già nel 1920 un esperto di cose militari affermò senza tema di smentite che: «Gli ufficiali superiori e i generali, i quali per primi conobbero la situazione, disponendo di automobili, si misero senz’altro in salvamento» […].

I rifornimenti ed i vari servizi, oberati da una mastodontica burocrazia, erano lenti e carenti (si ordinavano bombe a mano e dopo mesi arrivavano elmetti o reticolati, i fucili per passare da una linea all’altra del fronte percorrevano, sempre per ragioni burocratiche, quasi l’intera Italia stipati in carri merci): la collusione tra industriali e militari dava origine ad enormi frodi sulle forniture – dalle scarpe di cartone ai sacchi adibiti per la difesa delle trincee fatti, spesso, di carta, per non dire delle armi o delle maschere antigas che giungevano ai reparti già inutilizzabili o gravemente difettose -; l’assoluta mancanza d’autonomia degli ufficiali, i quali, preavvertiti dal gran numero di siluramenti (807, fra cui oltre la metà riguardava generali e colonnelli, sino a Caporetto), si spogliarono del tutto di quel po’ di spirito d’iniziativa che, in casi come quello di Caporetto, sarebbe stato auspicabile. E ancora, l’insufficienza delle comunicazioni e la conseguente impossibilità dei comandanti di seguire sino in fondo le azioni da loro dirette e, quindi, di provvedere prontamente a modificare i piani in caso di impreviste difficoltà; la codificata insensibilità psicologica nei confronti dei subalterni, ridotti a semplici esecutori di ordini; il ricorso alla repressione spietata e spesso ingiustificata nei confronti dei soldati come più valida alternativa all’azione di propaganda, che pur era svolta negli eserciti alleati. Tutte queste deficienze ed altre ancora erano i sintomi di un male endemico che sarebbe scoppiato fragorosamente a Caporetto ma che non si esaurirà in esso. Anche dopo l’avvicendamento Cadorna-Diaz, malgrado l’uso di qualche palliativo come l’introduzione della propaganda per le truppe, si ripresenteranno gli stessi problemi e le stesse tare. Che si trattasse d’un male endemico e strutturale dell’esercito italiano (un organismo modellato secondo gli interessi d’una casta di militari-burocrati e con finalità repressive e poliziesche in difesa dell’ordine costituito, piuttosto che un agile ed efficiente strumento di offesa e di difesa) venne, del resto, confermato dalle successive imprese belliche sino alla disastrosa conduzione della guerra nazifascista. Perciò, dal punto di vista militare, Caporetto non solo non è spiegabile con la semplicistica tesi degli errori tattici dei comandi, ma non è neppure da considerarsi (alla luce delle nostre attività belliche nel ventesimo secolo) un’anomalia ed un’eccezione.

 

La «Caporetto» politica

La sconfitta militare era stata, però, effettivamente accompagnata da una sorta di sciopero, dall’insubordinazione generalizzata, dalla diserzione in massa, da un diffuso spirito di rivolta e di protesta. Il malcontento delle truppe, a stento soffocato dalle dure repressioni, si era già ampiamente manifestato in precedenti casi di ammutinamento, di diserzione, nelle uccisioni e nei ferimenti di ufficiali e, soprattutto, di carabinieri (tale corpo, svolgendo le funzioni di polizia militare, era particolarmente odiato dai soldati), nella varia ed allucinante casistica delle lesioni volontarie. Caporetto diveniva per i fanti il momento della vendetta: le truppe, dapprima si erano rifiutate di farsi nuovamente massacrare ed avevano senz’altro rinunciato ad opporsi ad un nemico che sgusciava da ogni parte, poi, in una confusa ritirata avevano cominciato ad inneggiare alla rivoluzione, al Papa, a Giolitti, all’Austria stessa che con la sua vittoria avrebbe assicurato finalmente la fine della guerra. Non v’era, in tutto ciò, un preciso obiettivo politico, ma un enorme potenziale di protesta che avrebbe potuto spegnersi di lì a poco – come, infatti, avvenne – o trasformarsi in un’impresa rivoluzionaria di grande e sconvolgente portata. La seconda soluzione avrebbe avuto possibilità di successo nel caso che i dirigenti dei partiti proletari – specie del P.S.I. – non avessero rinunciato da tempo ad instaurare degli stretti rapporti con la massa dei combattenti e si fossero coraggiosamente messi a capo della rivolta. In realtà, i socialisti, massimalisti o riformisti che fossero, non solo non compresero che probabilmente era giunto il momento – auspicato da Lenin e dalla Sinistra rivoluzionaria europea – di trasformare la guerra imperialistica in lotta armata contro la borghesia per la instaurazione del socialismo, ma, sorpresi e sconvolti, si affrettarono a dissociarsi nettamente da ciò che accadeva. Presi nel vortice d’una vicenda superiore alle loro forze, i riformisti Turati e Treves, alla Camera e sui loro giornali, rivolsero appelli alla resistenza contro gli invasori («Quando la patria è oppressa […] le stesse ire contro gli uomini e gli eventi che la ridussero a tale sembrano passare in seconda linea, per lasciar campeggiare nell’anima soltanto […] la ferma volontà di combattere, di resistere fino all’estremo») e la Confederazione del lavoro, anch’essa diretta dai riformisti, si fece garante del patriottismo dei lavoratori («Il proletariato farà tutto invero il suo dovere»). Per la parte moderata del P.S.I., ormai, la formula del «né aderire, né sabotare» era pubblicamente corretta in una sorta di «aderire e non sabotare». I massimalisti, dal canto loro, pur aderendo formalmente al leninismo, erano prigionieri d’una concezione deterministica della rivoluzione, come di qualcosa che si sarebbe fatalmente verificata (quella che Gramsci definirà «la dottrina dell’inerzia del proletariato» e Nenni bollerà come «mentalità mussulmana»), e, quindi, privi di qualsiasi piano d’azione, rimasero passivi, tacendo o accodandosi ai riformisti. Da una parte l’umanitarismo e le idealità borghesi-risorgimentali dei Turati, dall’altra il marxismo inteso positivisticamente – rivoluzione come naturale evoluzione – dei Serrati, paralizzavano nuovamente l’azione politica del P.S.I. ridotto sempre più al ruolo di semplice spettatore.

A comprendere il potenziale rivoluzionario di quell’enorme massa di fuggiaschi e di sbandati furono, per assurdo, proprio i loro avversari di classe: la casta militare, gli interventisti, i conservatori, la borghesia capitalistica, gli intellettuali. Mentre Cadorna puntava il dito contro la vigliaccheria e l’insubordinazione dei fanti, alcuni ricchi borghesi, presi dal panico, si allontanarono prudentemente dalle zone più calde, trasferendosi di preferenza sulla riviera ligure, pronti ad ogni evenienza […].

Passata la «grande paura», la classe dirigente tornò a ridipingere il fante-contadino nella maniera tradizionale: buono, remissivo, soldato ideale, religioso, conservatore, con quella personalità infantile ed ottusa, che lo rendeva naturalmente sottomesso ed ubbidiente […].

Si passava così rapidamente alla seconda tesi: Caporetto era stata il frutto della campana disfattista all’interno del paese. Si citavano la nota papale auspicante la pace dell’agosto 1917 (in particolare la definizione della guerra come «inutile strage») e le parole pronunciate nel luglio in parlamento dal Treves («Il prossimo inverno non più in trincea»), come esempi lampanti di tale sottile ed insinuante disfattismo, tanto più efficace vista la fragilità della psiche contadina, unanimamente teorizzata dagli scienziati borghesi. […]

È evidente, infatti, che col trascorrere dei giorni quell’esplosione di rivolta e il confuso ma potente desiderio di riscatto, privi di una qualsiasi conduzione politica, si andassero via via esaurendo sino a far spegnere del tutto il loro potenziale rivoluzionario.

Ed infatti quella massa di sbandati, esaltati sulle prime per il loro primo grande atto d’insubordinazione di riscatto dopo due anni di sofferenze e di umiliazioni, senza una parola d’ordine od una guida politica, privi di contatti con l’interno del paese, da cui, del resto, non provenivano né aiuti, né incoraggiamenti, assaporando, sopra ogni altra cosa, il piacere della liberazione dall’incubo della guerra, sostituirono alla primitiva carica di odio e di rabbia contro i borghesi imboscati, i capi militari e politici, i responsabili della guerra, l’ansia del rapido ritorno a casa. Ma il potere militare era ormai in grado di riprendere il controllo della situazione: non ci sarebbe stata né la pace, né il ritorno a casa per i fanti di Caporetto, ma nuove repressioni – le operazioni di sgombero erano state diffidate al generale Andrea Graziani che nello spazio di pochi giorni ordinò 34 esecuzioni sommarie, tra cui quella di un soldato colpevole di fumare il sigaro in sua presenza! – e la prosecuzione della guerra dopo la ritirata fino al Piave.

Dopo più di mezzo secolo di sbrigative negazioni o di interessanti silenzi, il problema di Caporetto come occasione rivoluzionaria mancata è stato riproposto, dapprima dal Valiani («Il solo istante in cui, durante la guerra, un moto rivoluzionario sarebbe stato obiettivamente possibile in Italia») e poi, in un clima di sempre nuovo interesse per la storia della guerra 1915-’18, in tutta una serie di saggi e di articoli – vedi soprattutto gli stimolanti lavori dell’Isnenghi -, sulla scia dei quali il nodo storico-politico di Caporetto, al di là degli schemi tradizionali, si ripresenta oggi aperto a nuove interpretazioni e discussioni.

(Introduzione a cura di Django Renato)

NOTE

[1] Giolitti non era certo un politico anti-imperialista, anzi, fu il principale artefice della guerra coloniale in Libia che porto all’annessione del territorio nord-africano nel 1912. Tuttavia, per ragioni di opportunità politica si era opposto all’ingresso dell’Italia nel primo conflitto mondiale. I riferimenti al Papa, invece, sono dovuti alla “lettera ai popoli belligeranti” firmata Pio XI in cui il pontefice chiede ai governi imperialisti di farla finita con “l’inutile strage”.

[2] “pur essendo risolutamente avversi alla guerra […] noi abbiamo però avuto il senso esatto del modo e dell’ora in cui viviamo, e non abbiamo mai disconosciuto, né taciuto l’inesorabile necessità di sottostare durante la guerra alle sue esigenze militari e civili […] il socialismo non è dottrina di viltà”. Dal discorso parlamentare del 14 novembre 1917, di C. Prampolini, in “Storia e Storiografia – 3 -dalla nascita del movimento operaio alla fine del colonialismo”, D’Anna, Firenze-Messina, D’Anna

 

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