[Spagna] Quando la Corte Suprema giudica i “ribelli” golpisti e gli indipendentisti catalani

Pubblichiamo questa traduzione che va ad approfondire le dinamiche legate a due momenti che hanno minato la stabilità del regime spagnolo del ’78, nato dalla caduta del franchismo e che ne ha riciclato l’intero establishment.
Uno stato reazionario che, fin quando si tratta di giudicare il golpe reazionario del 23 Febbraio 1981 (23F), applica sentenze ponderate sulla stessa prospettiva dei “ribelli” scesi in campo: Se si lotta per il Re e la monarchia spagnola, le pene quasi non esistono, mentre il movimento indipendentista catalano -spinto da una forte propulsione progressista, che parte dalla messa in discussione del Re e del regime riciclato di Francisco Franco fino ad arrivare a rivendicazioni molto più specifiche, con interi settori del movimento che hanno intavolato la messa in discussione anche del sistema sociale ed economico spagnolo- viene duramente represso e giudicato colpevole con il massimo delle pene. 


Per quanto prevedibile, tutto ciò, non smette di indignare. Le pene richieste per i prigionieri politici catalani, incarcerati senza giudizio da ormai un anno, dimostrano che l’ordine dato dal Re il 3 di ottobre  – il “fateli fuori”- è ancora valido. Condanne tra i  16 e i 25 anni di carcere per la maggioranza dei membri del governo catalano attualmente in carcere, anche per ex-presidentessa del Parlamento e i presidenti di ANC  (Assemblea Nazionale Catalana, prima organizzazione dello Stato indipendentista -ndT) e Omnium (la più grande associazione culturale della Catalogna, pro-indipendenza -ndT).

La giustificazione che viene proposta dall’accusa, dal blocco monarchico – PSOE, PP e Cs – e dai grandi mezzi di comunicazione è che quello sotto giudizio è un colpo di Stato. Così cancellano, come se non fossero mai esistite, tutte le mobilitazioni sociali e democratiche che ci sono state in Catalogna lo scorso ottobre. È chiaro che viviamo in una democrazia inopinabile: la costituzione non può essere messa in discussione, la monarchia nemmeno e ancor di più l’unità territoriale e le relazioni tra i suoi popoli .

Ma se qualcosa “mette a nudo il re” in tutta la sua farsa giuridica è il mettere a confronto questo giudizio, le pene richieste e le prevedibili condanne esemplari, con l’unico antecedente  di un giudizio ai “ribelli”  della democrazia del 78: il giudizio dei responsabili del 23F.

Nessuno può negare che quello sia stato un colpo di Stato in piena regola, al termine del quale il re non diede la sua benedizione, sebbene, alcune settimane prima, fu coinvolto nella sua preparazione  come ha svelato Pilar Urbano nel suo ultimo lavoro del tutto degno di fede. Il golpe in quanto tale fallì. Ma non gli obiettivi politici: mettere un freno alla decentralizzazione, vale a dire difendere l’ “unità della Spagna”, e fortificare la monarchia.

Come giudicarono e condannarono allora i responsabili del golpe i giudici Supremi? Prima di tutto bisogna dire che la ricerca dei “responsabili” si fermò alla superficie. Solo quei comandanti militari direttamente implicati negli avvenimenti  giunsero al banco degli imputati. Sulla connivenza di politici di differenti partiti, giornalisti e altri nomi illustri nessuno indagò. In più, fu vietato investigare e pubblicare qualsiasi cosa a riguardo.

Arrivarono a giudizio 33 persone, di cui 32 militari. Le pene contrastano enormemente con  quanto  sta accadendo con il caso catalano: per tre di loro ci fu assoluzione, otto furono condannati a 1 anno di prigione, 5 di loro a 2, altrettanti a 3, due  a 5 anni , altri due a 6 anni, uno a 8, due a 10 e ancora due a 12. Per tanto la maggioranza dei golpisti giudicati per il 23F furono condannati a pene molto inferiori di quelle che oggi vengono chieste per i dirigenti indipendentisti prigionieri.

Di quei 27 condannati solo quelli che ebbero pene inferiori ai 2 anni – più della metà di loro- hanno scontato la condanna per intero. Il colonnello Miguel Manchado, condannato a 8 anni, uscì di prigione dopo 3, lo stesso fu per il colonnello José Ignacio San Martín, condannato a 10 anni, o il generale Luis Torres, condannato a 12 libero dopo soli 7 anni, e così altri sei, inclusi tutti quelli condannati a 5 anni o più. Alcuni come il capitano Vicente Gómez Iglesias, condannato a 6 anni, ricevettero la grazia da Felipe González nel 1984.

Se questo dovesse risultare poco allora si pensi che la maggioranza dei condannati  ebbero promozioni e salirono di grado nella gerarchia  castrense. I golpisti del 23F diedero all’Esercito almeno due capitani, tre comandanti, tre tenenti colonnelli, tre colonnelli.

Ma, senza dubbio, è nel trattamento  riservato ai tre golpisti  condannati alla pena più alta dove si vede il contrasto maggiore con il giudizio che avviato  in questi giorni alla corte Suprema. Il tenente colonnello Antonio Tejero fu condannato a 30 anni e ritornò in libertà dopo 15 (sebbene fu solo nel 1991 che ebbe accesso al terzo grado di giudizio). Il generale Milans de Bosch fu condannato alla stessa pena ma fu rimesso in libertà molto  prima, nel 1991, scontò solo 10 anni. Ma chi cadde davvero in piedi fu il generale Alfonso Armada, intimo del monarca e segretario  generale della Casa del Re, condannato a 26 anni ma graziato nel 1988 dal governo del PSOE.

In quel giudizio, del 23F, venivano sentenziati sul banco degli imputati una trentina di golpisti da manuale. Anche se il loro piano non era quello della monarchia e del resto degli agenti del regime, loro erano “ribelli” in difesa dell’unità della Spagna e del re e per questo  furono trattati con i guanti di seta.

 Nel processo, che comincia in questi giorni contro il 1-O, l’accusato è tutto un movimento democratico con l’appoggio della maggioranza del popolo catalano che potrebbe continuare ad aprire nuove brecce nel Regime del 78, come rende evidente l’aumentare del consenso circa la messa in discussione della monarchia in tutto lo Stato. La parola d’ordine è un altra: abbattere senza condizioni il nemico e rafforzare attraverso la via autoritaria e repressiva un regime che fa acqua da tutte le parti.

Che in Catalogna e nel resto dello Stato si organizzi e si metta in piedi un forte movimento democratico contro questo giudizio farsa, per la libertà dei prigionieri politici catalani e il proscioglimento di tutti gli accusati del 1-O (più di 1.000 persone), è un compito fondamentale per mettere freno alla deriva autoritaria e repressiva con al quale il regime del 78 cerca di mantenersi in vita a discapito dei nostri diritti sociali e democratici.

Traduzione a cura di Ur
Fonte: www.izquierdadiario.es

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