Le differenze salariali di genere e il decreto Pillon

Non è un mistero che le donne siano pagate meno degli uomini, specialmente in Italia dove da decenni assistiamo ad attacchi e retrocessioni dei diritti di parità di genere. Esistono però anche cifre precise che evidenziano sempre più l’enorme gap economico, e quindi anche sociale, tra i generi (gender Gap).

Secondo lo studio Salary Outlook dell’osservatorio JobPricing, risulta infatti che la differenza salariale uomo-donna sulla paga oraria lorda in Italia è fra i più bassi dell’Unione Europea: il 5,3% contro una media dell’Europa del 16,2%. Peccato che passando ad un indice sui redditi annui medi, ecco che il gap di genere vola al 43,7% contro una media Ue del 39,6%. Una forbice che si amplia per una duplice ragione: ai piani alti, dove gli stipendi sono più consistenti, le donne sono di meno. Ciò è sintomo diretto di minori possibilità di carriera per il genere femminile, dettato da una svalutazione socio-economica del sesso femminile.

La seconda ragione sembra essere legata all’interruzione delle prestazioni lavorative dovute alle scarsissime condizioni di welfare familiare, che impongono la cura del nucleo familiare esclusivamente alle donne che, prese tra il fronte lavorativo e quello familiare, sono costrette ad effettuare una scelta obbligata verso la cura dei propri cari; allo stesso tempo non sarebbe sbagliato affermare che il “part-time è donna”, in quanto la maggior parte dei lavoratori a contratto part-time è appunto di sesso femminile. Al netto dei dati esposti, si evince come le condizioni sociali sfavorevoli della donna, influiscano direttamente anche sulla retribuzione e quindi, inevitabilmente, anche sulla qualità della vita (è evidente, ad esempio, che donne senza indipendenza economica sono più vulnerabili sul fronte delle violenze domestiche).

Vanno sicuramente nella direzione di peggiorare la situazione le recenti proposte di del Senatore Simone Pillon (già animatore del reazionario Family Day), in materia di diritto di affido, mantenimento e divorzio. Il “decreto Pillon” infatti va ad attaccare ulteriormente le possibilità ed i diritti della donna, come abbiamo appena avuto modo di vedere, già tartassati da una condizione socioeconomica a dir poco sfavorevole, tentando di dare il colpo di grazia sul terreno di battaglia del diritto familiare.

Il signor Pillon, infatti, nella sua proposta di riforma pone dei veti economici pesantissimi sul diritto d’affido di minori in caso di divorzio, così pesanti che di fatto se tale proposta venisse accettata, risulterebbe quasi impossibile il divorzio visto, tra le altre cose, la coercizione legale a mantenere contatti e legami con il coniuge (anche se la donna ha subito violenze che per motivi legali non siano state validate), il doppio domicilio, ossia il coniuge che non è possessore dell’immobile di residenza deve trasferirsi, e nessun mantenimento economico il che, rapportato alla situazione lavorativo-economica media, risulta un enorme disparità tra i sessi. Con questa riforma viene anche introdotto un contestato procedimento obbligatorio di mediazione, attraverso la figura di un mediatore familiare. Professionista le cui spese sono a carico della (ex) coppia.


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Al netto di tali considerazioni, risulta chiaro che attualmente c’è un attacco a 360 gradi sui diritti delle donne, andando a tagliare qualsiasi possibilità di emancipazione. E’ imperativo organizzarsi sulla base di un chiaro programma politico al fine di arginare tali attacchi, e di avanzare politicamente su posizioni di classe, andando a scardinare i capisaldi che discriminano il sesso femminile e che ne impediscono l’emancipazione. Non è più tempo di aspettare che le cose si risolvano da sole, organizzarsi, lottare, emanciparsi.

Begbie

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