Il metodo Toyota in fabbrica: la Motori Minarelli di Bologna – Seconda parte

Pubblichiamo la seconda e ultima parte di un’intervista a un operaio della Motori Minarelli di Bologna, fabbrica del gruppo giapponese Yamaha, un gruppo che ha implementato da anni anche in Italia i principi del toyotismo e della sua “filosofia” aziendale di riferimento, il kaizen.

Qui la prima parte.


Tu hai detto che producete vari modelli. Quante linee avete, non una a modello, giusto? Abbiamo potuto leggere che in fabbriche “modello” giapponesi è stato possibile avere una linea dedicata a tre modelli.

Esatto, abbiamo non il cambio dei modelli ma il cambio dei formati sulle varie linee. Una linea può servire per vari modelli, è vero. Personalmente ho visto nel tempo il diminuire il numero e la varietà di macchinari e robottini grazie a queste semplificazioni, standardizzazioni. Per descrivere queste dinamiche viene usata tutta una serie di terminologie giapponesi che onestamente non conosco, dove si lusinga gli operai con una retorica che metter al centro l’uomo, essendo che effettivamente si può dire che alcune cose fatte prima dalle macchine, avendo semplificato il processo, possono essere fatte dagli operai. Questo però significa anche che alcune situazioni di maggiore comodità e lavoro meno faticoso sono scomparse: ad esempio, ci si sposta tanto, con movimenti veloci e portando pesi. Tutto questo ha portato a un maggiore logoramento fisico dei lavoratori, già esposti a tutta una serie di problemi muscolo-scheletrici rispetto ai quali l’azienda era sorda , pur avendo anche cambiato il sistema di turnazione– tutto questo negli ultimi dieci anni, quando noi eravamo “politicamente” più deboli, anche se queste questioni le abbiamo sollevate, eccome.

 

Come le avete sollevate?

Intanto ponendole alla direzione aziendale insistendo sul discorso della fatica, delle rotazioni e quant’altro. Le abbiamo sollevate anche fra i lavoratori, anche se il clima faceva sì che sembrassero questioni poco importanti: eravamo fiduciosi però che l’esperienza le avrebbe portate all’attenzione degli operai… Intanto il controllo sull’attività nostra è aumentato, è molto capillare: la condizione per cui potevi girare maggiormente e anche parlare non c’è più come prima; non siamo ai livelli della FIAT, ma richiami e lettere disciplinari ci sono stati; una volta una linea intera si rifiutava di eseguire le operazioni così come indicato dall’azienda ed è partita una raffica di multe che fortunatamente siamo riusciti a far rientrare. C’è comunque un clima psicologico che viene alimentato continuamente e che ti fa pressione prima che si apra il discorso dei provvedimenti disciplinari, ad esempio con un sistema di faccine verdi-felici o rosse-tristi in base all’andamento della produzione; ti chiedono anche si segnalare a inizio turno il tuo umore.

 

A proposito di faccine: nei reparti tu vedi la Toyota favorire assemblee con libertà di interrompere la linea. Ci sono macchinari, anche in America, anche con sistemi di semafori, per identificare i ritardi anche a livello di attività del singolo. Anche da voi?

Da noi le tecniche per verificare la precisione dei tempi sulle singole operazioni c’è, senz’altro. Sì, possono succedere piccole “riunioni d’area”, ovviamente organizzate non “dal basso” dagli operai; si sono usate varie tecniche per “accogliere suggerimenti dal basso”. Un metodo diverso rispetto al passato ma sempre basato sul fatto che il lavoratore lo accendo e lo spegni quando ti fa più comodo.

 

I lavoratori “ci sono cascati” in queste assemblee? Si sono sentiti più coinvolti?

Abbastanza, sì. Siamo arrivati anche a forme “teatrali”: le linee, raggiungendo obiettivi determinati di qualità posti dalla Yamaha, ricevevano “medaglie” e pergamene di riconoscimento tramite “festicciole”. Chiaramente i livelli di coinvolgimento raggiunti non sono stati omogenei, anche perché gli operai vedono la differenza tra riconoscimenti formali e premi materiali, in denaro.

 

Gli straordinari sono utilizzati?
Non molto, l’azienda in generale non ne ha bisogno in maniera strutturale. Altro discorso è il fatto di forme di flessibilità e di “tiro della fune” sull’orario su cui abbiamo scioperato. Nel 2014, quando ci fu un picco di attività, si ricorse a lavoratori esterni-interinali che l’azienda cercava di utilizzare per esacerbare il clima di competizione al ribasso in azienda.

In sintesi, la produzione è calata mentre la produttività è aumentata nel tempo. E aumenta il multitasking. Un operaio deve stare dietro solo a una macchina, solo a una postazione?

No, e alcuni reparti in questo senso sono stati più colpiti; a volte si lavora su due macchine oppure si svolge su una macchina diverse operazioni, anche alcune “collaterali” prima svolte da diverse persone. A chi sta in linea generalmente si chiedono molte operazioni di controllo in più.

 

C’è stato un cambiamento nell’attività sindacale legato a questa evoluzione del metodo di produzione? In generale i lavoratori come hanno risposto a questo aumento di responsabilità?

I lavoratori generalmente hanno subito il processo. Ci sono state però iniziative vertenziali che hanno affrontato la nuova organizzazione del lavoro, come ad esempio sulla questione delle pause: con una certa organizzazione della produzione, non puoi fare la pausa individuale nello stesso modo e le pause collettive hanno dinamiche diverse.

Dal punto di vista sindacale, specie le compagne che stanno al montaggio, ci siamo trovati a fare discussioni con responsabili e azienda molto tecniche, fin nel minimo dettaglio, sulla posizione e funzionamento del singolo avvitatore. Un meccanismo assolutamente previsto e “ben accolto” dal kaizen anche perché esso prevede la possibilità da parte dell’azienda di verificare nel dettaglio, lavoratore per lavoratore, i “difetti” e le “mancanze”.

Devo dire che lo sforzo prolungato e puntuale su questi argomenti ha reso molto meno fattibile un’azione sindacale condivisa dai lavoratori sul tema più approfondito dell’usura, dei tempi di lavoro…

 

Ci sono stati, per questi aumenti di ritmi, problemi di salute più accentuati, un aumento di farmaci e anche psicofarmaci?

Quando abbiamo iniziato a porre la questione della fatica, l’azienda ci ha risposto che, con questi metodi di produzione, il numero di malattie professionali denunciate è irrilevante. In realtà il medico aziendale ha accordato un numero di limitazioni piuttosto alto al quale si è associato un basso numero di riconoscimenti di malattie professionali. È tutto un clima e un meccanismo per negare questa situazione sperando che gli operai la sottovalutino e non si arrischino a lamentarsi.

Non saprei dire se ci sono stati effettivi aumenti dell’uso di psicofarmaci. Però percepisci quotidianamente un livello di stress alto, diverso da quello di pochi anni fa. Incide anche solo il fatto che, per le distanze, la sorveglianza e per i ritmi, non si può chiacchierare come prima durante il lavoro per stemperare la tensione. Ti ritrovi con queste pause collettive forzose dove non ti rilassi e non parli perché o pensi solo a riposarti o, succede a molti, ti attacchi allo smartphone: un silenzio di tomba.

 

Da questo punto di vista, dunque, c’è stato un cambiamento non da poco. Dev’essere sicuramente più difficile fare attività sindacale in queste condizioni…

Sì, è abbastanza più dura. Le nostre salette sindacale non erano frequentatissime neanche prima, ma nella pausa pranzo i lavoratori venivano a parlare, a porre questioni. Successivamente, a parte momenti in cui “devi aprirle”, queste salette non sono frequentate. In generale, a proposito, anche sul piano psicologico, è peggiorato il modo in cui si vivono i momenti di pausa, la pausa pranzo, i possibili momenti di socialità: è chiaro che tutto questo facilmente ha una ricaduta sulla volontà di partecipare anche alla vita sindacale.

 

C’è stata una ripercussione anche sul tesseramento sindacale?

Le tessere sindacali sono calate molto soprattutto per via delle uscite agevolate, specie nel 2010: molte pensionande che sono uscite erano sindacalizzate. Poi c’è stato un cambiamento di equilibrio, piccolo in termini assoluti, a favore della FIM rispetto alla FIOM, ovviamente di elementi che non partecipano agli scioperi eccetera.

Nel caso di scatti di carriera è palese come vadano avanti i senza tessera, coloro che stracciano la tessera o anche qualche caso di chi continua a essere iscritto alla FIM.

 

Matteo Pirazzoli

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