Intersezionalità: una critica marxista

Con l’obiettivo di arricchire il dibattito in corso nel movimento delle donne, ove non sempre sono chiari i nessi tra questione di classe e questione di genere, pubblichiamo la traduzione di un articolo apparso recentemente sulla Monthly Review (storica rivista marxista americana) che legge in chiave critica il tema dell’ “intersezionalità”. Un tema che in realtà è di stringente attualità anche per affrontare la questione delle varie “identità” oppresse, non solo quella delle donne. Secondo l’autrice, se è vero che esistono forme di oppressione specifiche e “multiple” (nazionalità, genere, orientamento sessuale etc.), esse possono essere comprese – e dunque combattute  – solo in un’ottica di classe, categoria che non rappresenta un’identità tra le altre, ma una relazione sociale di sfruttamento.


L’intersezionalità, è un modo di pensare sulla natura e sulle cause della diseguaglianza sociale il quale sostiene che gli effetti delle molteplici forme di oppressione siano cumulativi e, come suggerisce il termine stesso, intrecciati. Non solo razzismo, sessismo, omofobia, disabilità, bigottismo religioso e il cosiddetto “classismo” provocano dolore e danni nella vita di molte persone, ma due o più tipi di oppressione possono essere vissuti simultaneamente nella vita di determinati individui o di settori di popolazione. In accordo con il modello intersezionale, questo è possibile solo tenendo conto della complessa esperienza di molte persone che sono schiacciate ai margini della società.
Al fine di valutare l’utilità dell’intersezionalità come modello analitico e pratico, tuttavia -e, in effetti, per decidere se sia effettivamente definita o meno una “teoria”, come insiste un certo numero di suoi sostenitori – noi abbiamo bisogno non solo di comprendere quali tipi di domande e rimedi incoraggia, ma anche quali tipi di domande scoraggia e quali tipi di rimedi si preclude.

È procedura standard nelle discussioni sull’intersezionalità citare importanti fondatrici, dalla Sojourner Truth a Anna Julia Cooper, da Alexandra Kollontai a Claudia Jones, al Collettivo Combahee River, per non parlare del lavoro di Kimberlé Crenshaw, che per prima ha coniato ed esplicitato il termine alla fine degli anni ’80. Preoccupata dal superamento della situazione discriminatoria affrontata dalle donne afroamericane alla General Motors, Crenshaw ha dimostrato l’inadeguatezza delle categorie esistenti che denotano genere e razza come motivo di azione legale, poiché queste non potrebbe fare appello simultaneamente ad entrambe nel caso di un singolo individuo: essere o una donna o non bianchi, ma non entrambi allo stesso tempo. Notoriamente Crenshaw sviluppò la metafora di un incrocio di due viali, uno che denota la razza, l’altro il genere, per sottolineare che gli incidenti avvenuti all’incrocio non potevano essere attribuiti a una sola causa (Crenshaw, 1989).

Mentre il modello di Crenshaw descrive abilmente il funzionamento di quello che la scrittrice femminista afroamericana Patricia Hill Collins ha definito una “matrice di oppressioni”, il modello spaziale bidimensionale evidenzia l’inadeguatezza sulla spiegazione del perché questa “matrice” esista in primo luogo (Collins, 1990). Chi ha creato queste strade? Perché alcune persone sarebbero in viaggio verso di loro? Dove sono state costruite e quando? Il modello spaziale non risponde a domande come queste. Il fatto che le donne di colore in questione siano lavoratrici che guadagnano salari modesti, ma rendono i capi di General Motors (GM) molto ricchi, è semplicemente considerato un dato di fatto. Cioè, per tornare alla metafora delle strade che si intersecano, il terreno su cui sono state costruite le strade è un dato, non è nemmeno messo in discussione. Crenshaw è riuscito a dimostrare che le lavoratrici della GM erano sottoposte a doppia discriminazione – senza dubbio un risultato legale di considerevole valore per le donne che rappresentava – ma il suo modello di analisi e di considerazione era limitato al quadro definito dall’ambito giuridico. Come ha ironicamente notato la teorica marxista-femminista Delia Aguilar, la classe non era nemmeno una strada “attuabile” per i lavoratori in questione (Aguilar, 2015, 209).

Sebbene l’intersezionalità possa descrivere utilmente gli effetti delle molteplici oppressioni, io credo, che non offra un quadro adeguatamente esplicativo per affrontare le cause più profonde della disuguaglianza sociale nel sistema socio-economico capitalista. In effetti, l’intersezionalità può costituire una barriera quando si inizia a porre altri tipi di domande sulle ragioni della disuguaglianza, cioè quando si va oltre il discorso dei “diritti” e della politica istituzionale, presupponendo l’esistenza di relazioni sociali basate sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e sullo sfruttamento.

Genere, razza e classe: “la santa trinità contemporanea”, come una volta la chiamava Terry Eagleton (Eagleton, 1986, 82), o la “trilogia”, nella frase di Martha Gimenez (Gimenez, 2001)… Come correlare queste categorie l’una con l’altra? Se genere, razza e classe sono categorie analitiche, sono commensurabili (cioè simili in natura) o distinte? Possono i loro ruoli causali essere situati in una sorta di gerarchia, o sono, in virtù delle loro operazioni “interlacciate” e simultanee, di necessità sostanzialmente equivalenti l’una all’altra come “fattori” causali?


Quando faccio queste domande, non sto affermando che una donna nera è nera lunedì e mercoledì, femmina martedì e giovedì, proletaria venerdì e, per -buona misura- una musulmana il sabato. (Lasceremo la domenica per un’altra identità di sua scelta; per una versione di questa formulazione piuttosto intelligente sono in debito con Kathryn Russell [Russell, 2007]).Ma sto proponendo che alcuni tipi di cause abbiano la priorità sulle altre e, inoltre, che mentre genere, razza e classe possono essere visti come identità comparabili, in realtà richiedono approcci analitici piuttosto diversi. Qui è dove la tesi marxista della superiorità esplicativa di un’analisi di classe entra nel mix e la distinzione tra oppressione e sfruttamento diventa cruciale. L’oppressione, come afferma Gregory Meyerson, è effettivamente multipla e intersecante, producendo esperienze di vario genere; le sue cause, però, non sono molteplici ma singolari (Meyerson, 2000). Cioè, “razza” non causa razzismo; il genere non causa il sessismo. Ma i modi in cui “razza” e genere – come modi di oppressione – sono stati storicamente modellati dalla divisione del lavoro possono e devono essere compresi all’interno del quadro esplicativo fornito dall’analisi di classe, che pone in primo piano la questione dello sfruttamento, cioè, di profitti ricavati dall’estrazione di ciò che Marx chiamava “plusvalore” dal lavoro di coloro che producono le cose di cui la società ha bisogno. (Nel considerare la divisione storica del lavoro lungo linee di genere, dobbiamo tornare alle origini del matrimonio monogamico, come sosteneva Friedrich Engels sulle origini della famiglia, la proprietà privata e lo stato. Le linee di “razza” sono in gran parte riconducibili all’epoca del colonialismo, dell’imperialismo e della tratta degli schiavi[Fields and Fields; Baptist]). Se l’analisi di classe viene ignorata, come sottolinea Eve Mitchell, le categorie per definire i tipi di identità che sono essi stessi il prodotto del lavoro sfruttato finiscono per essere date per scontate e, nel processo, legittimate (Mitchell, 2013).

Un’efficace critica sui limiti della teoria dell’intersezionalità si basa su una maggiore comprensione di cosa si intenda per “classi sociali”, che permette una formulazione più solida e materialista di quanto generalmente avviene: non classe come un’identità o una categoria esperienziale, ma l’analisi di classe come una modalità di spiegazione strutturale. Negli scritti di Karl Marx, la “classe” figura in diversi modi. A volte, come nel capitolo “la giornata lavorativa” nel Volume I del Capitale, si tratta di una categoria empirica, abitata da bambini che inalano polvere di fabbrica, uomini che perdono le dita nei telai in funzione, donne che trascinano borse pesantissime e schiavi che scelgono il cotone sotto il sole cocente (Marx, 1990, 340-416). Tutte queste persone sono oppresse e sfruttate. Ma in ultima analisi, per Marx, la classe è una relazione, una relazione sociale di produzione; per questo, nel capitolo iniziale del Capitale, egli può parlare della merce, con la sua strana identità come congiunzione di valore d’uso e valore di scambio, come incarnazione di antagonismi di classe inconciliabili. Affermare la priorità di un’analisi di classe non significa affermare che un lavoratore è più importante di una casalinga, o magari che l’operaia pensa innanzitutto a se stessa come a una lavoratrice; in effetti, sulla base della sua esperienza personale spesso caratterizzata dall’abuso coniugale o dalla brutalità della polizia, potrebbe benissimo pensare a se stessa più come una donna, o una persona di colore. È per dire, tuttavia, che i modi in cui è organizzata l’attività umana produttiva -e, nella società basata sulla divisione in classi, che costringe la massa della popolazione a essere divisa in varie categorie al fine di assicurare che i molti saranno divisi l’un l’altro e lavoreranno per il beneficio di pochi- questa organizzazione basata sulla divisioni in classi costituisce il problema principale e ne richiede un’indagine se desideriamo comprendere le radici della disuguaglianza sociale. Dire questo non è “ridurre” il genere o la “razza” alla classe come modi di oppressione. È, piuttosto, insistere sul fatto che la distinzione tra sfruttamento e oppressione rende possibile una comprensione delle radici materiali (cioè fondate socialmente) di oppressioni di vario tipo. È anche per dire che il “classismo”, un termine spesso sentito, è un concetto profondamente imperfetto. Parlare di classe non significa parlare di una serie di atteggiamenti pregiudizievoli, equivalenti alle ideologie del razzismo e del sessismo. Anche se come marxista, dico che abbiamo bisogno di più, non meno, antipatia di classe nei confronti dei padroni.

In conclusione, suggerisco che l’intersezionalità sia meno valida come quadro esplicativo che come riflesso ideologico dei tempi(vedi Wallis, 2015). Questi tempi, che si estendono indietro di diversi decenni, sono stati contrassegnati da diversi sviluppi interconnessi. Una è la sconfitta dei movimenti mondiali volti a consolidare società egualitarie gestite dai lavoratori, principalmente in Cina e nell’URSS [n.d.t. Pur riconoscendo la validità del discorso, quindi gli effetti negativi sui rapporti di forza tra classi a livello mondiale – con annessi riflessi teorici – del crollo del “Socialismo Reale”, ci dissociamo dalla definizione di URSS etc. come “società egualitarie gestite dai lavoratori”. Si veda sul nostro sito: “Stalinismo e bolscevismo”]. Un altro elemento, non indipendente dal primo, è l’assalto portato dal neoliberismo al livello di vita degli operai del mondo, nonché a quei sindacati che hanno storicamente fornito un terreno per una resistenza al capitale basata sulla coscienza di classe. L’affermazione di quel regime che è stato definito “accumulazione flessibile” (Harvey, 1990, 141-72), che frammenta la forza lavoro in ingenti economie precarie di vario genere, ha accompagnato e consolidato questo assalto capitalista alla classe operaia, non solo negli Stati Uniti ma in tutto il mondo. Per alcuni decenni, una manifestazione politica di queste mutate circostanze economiche è stata l’emergere di “Nuovi movimenti sociali” che postulavano la necessità di coalizioni pluraliste attorno a una serie di movimenti riformisti non basati sulla lotta di classe ma piuttosto di resistenza al capitalismo. Al centro di tutti questi sviluppi c’è stato il “ritiro dalla classe”, come disse Ellen Meiksins Wood (Wood, 1986); negli ambienti accademici, questo è stato mostrato negli attacchi al marxismo come una “narrativa principale” di classe riduzionista che necessita di integrazione con una serie di metodologie alternative (Laclau e Mouffe).

Questi e altri fenomeni connessi hanno da tempo costituito l’aria ideologica che respiriamo; l’intersezionalità è per molti versi un riflesso e una reazione a questi sviluppi economici e politici. Quelli di noi che guardano all’intersezionalità per una comprensione delle cause delle disuguaglianze sociali che diventano ogni giorno più intensi, qui negli Stati Uniti e in tutto il mondo, farebbero molto meglio a cercare analisi e rimedi in un antirazzista, antisessista e internazionalista Marxismo rivoluzionario: un marxismo che immagina la trasformazione comunista della società in un futuro non troppo lontano.

Barbara Fowley

Opere citate nell’articolo

Aguilar, Delia. 2015. “Intersectionality.” In Mojab, 203-220.

Baptist, Edward E. The Half Has Never Been Told: Slavery and the Making of American Capitalism. New York: Basic Books. 2014.

Collins, Patricia Hill. 1990. Black Feminist Thought: Knowledge, Consciousness, and the Politics of Empowerment. New York: Routledge.

Crenshaw, Kimberlé. 1989. “Demarginalizing the Intersection of Race and Sex: A Black Feminist Critique of Discrimination Doctrine, Feminist Theory, and Antiracist Practice.” University of Chicago Legal Forum89:139-67.

Eagleton, Terry. 1986. Against the Grain: Selected Essays 1975-1985. London: Verso.

Engels, Friedrich. On the Origin of the Family, Private Property, and the State. New York: International Publishers. 1972.

Fields, Karen E., and Barbara J. Fields. Racecraft: The Soul of Inequality in American Life. London: Verso. 2014.

Gimenez, Martha. 2001. “Marxism and Class, Gender and Race: Rethinking the Trilogy.” Race, Gender & Class8, 2: 22-33.

Harvey, David. 1990. The Condition of Postmodernity: An Enquiry into the origins of Cultural Change.  Cambridge, MA: Blackwell.

Laclau, Ernesto, and Chantal Mouffe. Hegemony and Socialist Strategy: Towards a Radical Democratic Politics.2nded. London: Verso. 2001.

Marx, Karl. 1990. Capital. Vol. 1. Trans. Ben Fowkes. London: Penguin.

Meyerson, Gregory. 2000. “Rethinking Black Marxism: Reflections on Cedric Robinson and Others”, Cultural Logic3(2). 

Mitchell, Eve. 2013. “I Am a Woman and a Human: A Marxist Feminist Critique of Intersectionality Theory

Mojab, Shahrzad. 2015. Marxism and Feminism.  London: ZED Books.

Russell, Kathryn. 2007. “Feminist Dialectics and Marxist Theory.” Radical Philosophy Review10, 1: 33-54.

Smith, Sharon, “Black Feminism and Intersectionality.” International Socialist Review, n° 91.

Wallis, Victor. 2015. “Intersectionality’s Binding Agent: The Political Primacy of Class.” New Political Science37, 4: 604-619.

Wood, Ellen Meiksins. 1986. The Retreat from Class: A New “True” Socialism. London: Verso.

 

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