Berlino 1918: quando i rivoluzionari tedeschi calpestarono le aiuole (prima parte)

Secondo una vecchia battuta, i tedeschi non faranno mai la rivoluzione perché dovrebbero pestare l’erba del prato. Eppure cent’anni è successo proprio questo. Questa è la storia dell’insurrezione preparata dal movimento operaio contro il kaiser e i capitalisti. Domani la seconda parte.


“Chiunque sia contro la guerra si presenterà a Postdamer Platz (Berlino) alle otto di sera del primo maggio. Pane! Libertà! Pace!”

Questo slogan venne scritto a macchina su bigliettini distribuiti ovunque nella capitale tedesca. Era l’aprile del 1916, il paese era in guerra da quasi due anni. Berlino, quella grandiosa metropoli imperialista, era stranamente silenziosa. In Germania, metà della popolazione maschile adulta era stata arruolata.

Sin dal 1890, il movimento operaio tedesco aveva tenuto enormi manifestazioni per il primo maggio. Non ce ne furono nel 1915 e non ne erano state organizzate per il 1916. Il diritto d’assemblea era stato sacrificato in nome della “pace civile”, stipulata tra autorità militari e burocrazia sindacali.

Tenere una manifestazione a Postdamer Platz, che di norma era il vivace centro commerciale di Berlino, era illegale. Si presentò qualche migliaio di persone. Un uomo di 45 anni, capelli radi e occhiali, uniforme militare grigia, è salito sopra le teste della folla. “Abbasso la guerra!”, gridava. “E abbasso il governo!”

Venne immediatamente affrontato dalla polizia e trascinato via. Era Karl Liebknecht, avvocato e parlamentare socialdemocratico. Durante le sessioni del Reichstag, sfruttava l’immunità parlamentare per tenere discorsi infuocati contro il massacro imperialista che era la prima guerra mondiale. Ma era stato anche arruolato. Alla chiusura di ogni sessione, veniva mandato a scavare trincee sul fronte orientale per venire riportato al parlamento la settimana successiva.

Il corteo del primo maggio di Liebknecht è stato solo una vittoria morale. La sua immunità parlamentare fu sottratta, venne condannato per alto tradimento e sbattuto in prigione. Ma durante il processo, tenuto il mese seguente, più di 50 mila operai delle fabbriche metalmeccaniche di Berlino iniziarono a scioperare. La loro parola d’ordine era “Libertà per Liebknecht!”. Né le autorità militari, né Liebknecht stesso, sapevano chi avesse organizzato la manifestazione.

La loro azione, ispirata dal coraggio di Liebknecht, segnò l’inizio della rivoluzione tedesca di novembre.

Una guerra civile tedesca?

Il 9 novembre 1918, un’insurrezione di massa del proletariato berlinese rovesciò il kaiser Guglielmo II e pose fine alla guerra. La dinastia Hohenzollern aveva dominato Berlino, la Prussia e poi l’Impero tedesco per quasi 500 anni. Un giornalista borghese descrisse la rivoluzione come un tracollo improvviso: il giorno successivo, Theodor Wolff scrisse che prima dell’insurrezione, “una gigantesca organizzazione militare sembrava controllare tutto, negli uffici pubblici e nei ministeri si era insediata una burocrazia apparentemente invincibile. Ieri mattina tutto questo era ancora al proprio posto. […] Ieri pomeriggio non ne rimaneva più nulla”. Ma la rivoluzione non improvvisa come sembrava: aveva soltanto reso evidenti le contraddizioni del capitalismo tedesco, maturate per decenni.

La rivoluzione di novembre è oggi largamente dimenticata. La maggior parte dei tedeschi non ha familiarità con i termini “rivoluzione tedesca” e “guerra civile tedesca”. Eppure gli eventi del 1918 e del 1919 rappresentano un punto di svolta, non solo per la storia dell’Europa centrale ma dell’intera civiltà umana. La sanguinosa sconfitta subita dalla rivoluzione di novembre ha rappresentato un momento decisivo per la transizione dal capitalismo al socialismo – un momento che i socialisti di oggi hanno bisogno di studiare.

Formalmente rivoluzionari

Il Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD) venne fondato nel 1875 da Wilhelm Liebknecht. Già tre anni dopo, venne proibito dalle “leggi socialiste” del kaiser Guglielmo I. Il gruppo dirigente e le pubblicazioni del partito finirono in esilio, mentre la base si organizzò in una miriade di fronti legali: gruppi di escursionismo, associazioni di cantanti, biblioteche operaie e bar d’angolo. L’unico posto in cui i socialisti potessero organizzarsi legalmente era il Reichstag: una volta eletti come individui, la loro immunità parlamentare gli permetteva di parlare da rappresentanti dell’SPD.

La crescita dell’SPD clandestino fu senza sosta, conquistando 1,4 milioni di voti nel 1890. Il secondo kaiser Guglielmo fu costretto a legalizzare il partito, e la sua crescita accelerò. Nelle elezioni del 1912 l’SPD conquistò più di 4 milioni di voti (quasi il 35% del totale) e 110 seggi, diventando il partito più grande del Reichstag.

Durante tutti questi decenni, l’SPD rimase fedele alle sue radici marxiste rivoluzionarie – almeno in teoria. Quarant’anni di crescita del capitalismo tedesco avevano portato continui miglioramenti alle condizioni di vita della classe operaia – e molti proletari cominciarono a pensare che ciò sarebbe continuato all’infinito, fino al socialismo. L’SPD era cresciuto parallelamente all’Impero, arrivando a pubblicare dozzine di giornali, controllando sindacati enormi (ed enormi burocrazie) e divenendo il più grande partito del parlamento.

Il partito si è lentamente diviso in tre correnti: la destra si riunì attorno a Friedrich Ebert, un anonimo burocrate senza nessun tipo di visione politica, che intendeva prendere lentamente il potere dentro l’Impero; la sinistra guidata da Rosa Luxemburg, teorica e agitatrice originaria della Polonia zarista, che sosteneva la necessità di una rivoluzione per rovesciare il capitalismo; infine, il “centro marxista” di Karl Kautsky e Hugo Haase, che tentavano di mantenere a qualsiasi l’unità del partito nonostante l’inconciliabilità di destra e sinistra. Il centro difendeva le “comprovate tattiche” dei decenni precedenti, ovvero abbinare una pratica riformista a discorsi rivoluzionari.

In quanto partito antimilitarista, l’SPD aveva tenuto la linea del “non un soldo, non un soldato” per la macchina da guerra del kaiser. Nel 1907, il congresso di Stuttgart dell’Internazionale Socialista proclamò che, nel caso fosse scoppiata una guerra imperialista, tutti i partiti socialisti avrebbero dovuto “intervenire a favore di una rapida conclusione e fare tutto il possibile per sfruttare la crisi economica e politica creata dalla guerra per destare le masse e quindi affrettare la caduta della classe dominante capitalista”.

4 agosto

Nell’estate del 1914, mentre le tensioni tra le grandi potenze stavano lentamente portando il mondo verso la “Grande Guerra”, molti si aspettavano che l’SPD mantenesse i propri principi antimilitaristi. Il 25 luglio, la prima pagina di Vorwärts (Avanti), giornale operaio di Berlino, uscì con una proclamo della dirigenza del partito: “Non vogliamo la guerra! Abbasso la guerra! Viva la fraternizzazione internazionale tra i popoli!”. Il partito aveva organizzato manifestazioni pacifiste e si era preparato per una nuova clandestinità, trasferendo la propria tesoreria in Svizzera. Le autorità militari erano, da parte loro, già pronte ad arrestare tutti i 110 parlamentari dell’SPD non appena fosse stata dichiarata la guerra.

Il primo agosto il mondo fu attraversato dalle dichiarazioni di guerra. Tre giorni dopo, il Reichstag doveva votare i crediti di guerra. E ogni singolo membro dell’SPD votò… a favore. “Nell’ora del pericolo, noi non abbandoneremo la nostra madrepatria”, dichiarò Hugo Haase, capogruppo parlamentare. Quando il rivoluzionario russo V.I. Lenin, nel suo esilio in Svizzera, ricevette una copia del Vorwärts che riportava l’esito del voto, si convinse che si trattava di un falso creato ad hoc dall’esercito tedesco. Luxemburg, che fu non solo la critica più acuta del “revisionismo” dell’ala destra, ma che era capace di leggere tra le righe delle vuote frasi del centro, disse che il giorno prima era preoccupata che il gruppo parlamentare si sarebbe astenuto. Nemmeno Luxemburg poteva immaginare un tale tradimento. Dopo il voto, disse ai suoi compagni di star contemplando un suicidio di protesta. Il movimento operaio tedesco era completamente disorientato – non una sola voce si era levata in opposizione alla guerra!

La dirigenza dell’SPD e l’esercito si erano accordate dietro le quinte. Le burocrazie socialdemocratiche avrebbero fatto di tutto pur di attenersi alla legalità e alla proprietà. I generali avevano capito come vendere la guerra alla sinistra riformista: non erano forse proprio Marx ed Engels, già nel 1848, a parlare di guerra rivoluzionaria della Germania contro la Russia zarista? Le limitate libertà democratiche degli operai tedeschi non andavano forse difesi dalla minaccia dell’assolutismo russo? La questione era tutta posta sul diritto della Germania all’autodeterminazione contro l’aggressione dello zar. Il 3 agosto, il gruppo parlamentare dell’SPD tenne una votazione interna sui crediti di guerra – i voti a favore furono 78 e solo 14 parlamentari si opposero. La lunga tradizione della “disciplina di gruppo” dell’SPD implicava che gli oppositori si dovevano piegare alla maggioranza e votare per la guerra. Haase stesso era contrario ai crediti di guerra ma lesse personalmente la dichiarazione – acclamato da partiti borghesi e monarchici.

All’inizio del ventesimo secolo, la Germania era il bastione centrale del movimento operaio internazionale. Era un paese industrialmente avanzato con un movimento sindacale ben organizzato, guidato da un partito molto potente con un enorme apparato. Questo partito si considerava seguace delle teorie di Marx ed Engels. Socialisti da tutto il mondo videro l’SPD come il modello da seguire e celebravano i suoi successi elettorali come propri.

Ecco perché il 4 agosto – il giorno in cui l’SPD si accodò alla propria borghesia imperialista seguendola nella prima guerra mondiale – fu una così grande sconfitta materiale e morale. Seguirono simili diserzioni da parte dei “fratelli minori” dell’SPD, ovvero la maggioranza dei partiti socialisti dei paesi in guerra.

Eppure il filo della continuità storica non era stato interrotto completamente. L’estrema sinistra del socialismo tedesco, guidata da Rosa Luxemburg e Karl Liebnkecht, prese parte a tentativi di ricostruire l’internazionale, al fianco di internazionalisti ribelli dei vari paesi belligeranti.

Wladek Flakin

Traduzione di Gabriele Bertoncelli da Left Voice

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