Bolsonaro e l’impasse latinoamericana – Seconda parte

Pubblichiamo la seconda di due parti della traduzione di un brano tratto dall’edizione del 4 novembre scorso della rivista di politica e cultura Ideas de Izquierda.

Qui la prima parte.


“Il mito è arrivato”, e adesso?

Un altro aspetto che caratterizza la definizione di Gramsci di “crisi organica”, insieme al fatto che “i gruppi sociali si separano dai propri partiti tradizionali”, è che “quando queste crisi si manifestano, la situazione immediata diventa delicata e pericolosa, perché il terreno è propizio per soluzioni di forza, per l’attività di potenze oscure, rappresentate da uomini della provvidenza o carismatici”.
Bolsonaro, senza dubbio, ha fatto grandi sforzi per presentarsi proprio come “uomo della provvidenza”, come “il mito”, e ha detto chiaramente di essere contento del suo soprannome: Messia. Non ha comunque avuto bisogno dell’aiuto di Dio (ma di certo di quello della Chiesa); ha raggiunto questo obiettivo con la messa in piedi del golpe istituzionale, l’incarcerazione e proscrizione di Lula, e con la strategia eccessivamente conciliatrice del PT. A questo punto, può Bolsonaro diventare la guida nel “cammino del capitalismo illuminato” che sogna Bannon e riuscire a modificare i rapporti di forza nella società, e avanzare lì dove la destra manageriale non è ancora riuscita ad uscire dall’impasse strategica nel quale si trova la regione?
Su questo, la lotta di classe ci dirà, ma di certo ci sono tutta una serie di forti contraddizioni, senza contare la crisi economica che sconvolge il paese.
1) Dal punto di vista delle masse, Bolsonaro assume la guida di un paese polarizzato, come mostra l’analisi dei più importanti collegi elettorali tra la prima e la seconda votazione, nei quali – eccetto Cearà – e in particolare nella capitale San Pablo, si è rafforzata l’opposizione all’avanzata reazionaria. A sua volta una parte importante dei suoi votanti – che non ha potuto partecipare a nessun dibattito– non è cosciente del fatto che il suo governo andrà ad intensificare gli attacchi iniziati da Temer. Per esempio, la riforma delle pensioni che Bolsonaro ha già annunciato di portare a compimento prima della fine del 2018 trova, secondo un’ inchiesta realizzata all’inizio dell’anno, l’opposizione dell’86% della popolazione.
2) Per quanto riguarda la politica estera, oltre al sottovalutato Mercosur, Bolsonaro ha pianificato di raffreddare le relazioni con la Cina, che secondo le sue dichiarazioni “non sta comprando in Brasile, sta piuttosto comprando il Brasile”. Settori dell’establishment brasiliano hanno manifestato le loro preoccupazioni. La contraddizione sta nel fatto che l’enorme peso degli investimenti e del commercio con la Cina (principale partner commerciale del paese) è un limite per l’applicazione politica della sua euforia pro-nordamericana e del suo amore per Trump, la cui solidità, a sua volta, verrà condizionata dall’andamento delle elezioni di medio termine [l’articolo è stato scritto prima di tali elezioni, che hanno visto la conquista della Camera da parte dei Democratici e la maggioranza in Senato].
3) Rispetto a quello che è il suo piano economico, l’inconsistenza che ha mostrato lungo tutta la campagna elettorale, prima dicendo che avrebbe privatizzato tutte le imprese pubbliche per pagare il debito pubblico per poi sostenere che i “nuclei strategici” sarebbero rimasti pubblici, è sintomo e anticipazione delle tensioni che dovrà risolvere, in qualche modo, tra il programma ultraneoliberale rappresentato da Paulo Guedes [ministro dell’economia] e gli interessi dei settori militari e della borghesia brasiliana.
4) In ultimo, in relazione al regime, possiamo già vedere l’inizio dell’operazione di “contenimento” di Bolsonaro da parte della casta giudiziaria e militare, che cerca di accerchiarlo per evitare, dal punto di vista borghese, futuri avvenimenti che finiscano per aggravare ingiustificatamente la situazione. La reprimenda giuridica “in sospeso” per il finanziamento milionario fraudolento di pacchetti pieni di fake news per Whatsapp e la minaccia del figlio di Bolsonaro di “chiudere” il Tribunale Federale Supremo (Corte Suprema) mostrano potenziali frizioni tra l’attuale esecutivo e il potere giudiziario. La nomina come ministro della giustizia del giudice Moro (principale animatore del “bonapartismo giudiziario” e, per tanto, benefattore numero uno di Bolsonaro) è il tentativo di concretizzare un’alleanza con i settori del potere giudiziario, ma è ancora tutto da vedere come si tradurrà nelle relazioni con la casta giudiziaria nel suo insieme, dato che non possono convivere due poteri che si propongono di giocare un ruolo bonapartista. Resta irrisolta la determinazione concreta di come si sistemeranno definitivamente le differenti istituzioni del regime nella nuova situazione.
Queste sono solo alcune delle variabili che ancora deve mettere insieme “il mito” per trasformarsi in realtà, e che rendono probabile uno scenario instabile, di attriti e finanche divisioni “dall’alto” che potrà potenzialmente usare il movimento di massa per farsi strada.

 

Due strategie della sinistra difronte l’avanzata della destra

La situazione d’impasse nell’area dell’America Latina, senza soluzioni chiare nel quadro della instabilità internazionale, rendono l’America Latina, in maggiore o minore grado, secondo le particolarità nazionali, un terreno sempre più “propizio per soluzioni di forza”, ma anche per l’irruzione del movimento operaio e di massa. Gli scontri fondamentali sono davanti. Il trionfo elettorale di Bolsonaro è una vittoria superstrutturale che deve ancora iniziare ad agire nella direzione del piano delle relazioni di forza reali.
Come accennato in precedenza, tutto questo è stato possibile non solo attraverso il golpe istituzionale e la proscrizione di Lula, ma anche PT e CUT sono state un fattore fondamentale. Governando per anni a beneficio del capitale e assimilando i suoi metodi, di fronte alla crisi hanno attaccato il popolo lavoratore e hanno contribuito alla demoralizzazione della base sociale di riferimento. Una volta allontanatasi dal governo ha rivolto le sue aspettative prima verso il potere giudiziario e poi verso elezioni del tutto manipolate. Nonostante questo, il principale partito alla sinistra del PT in Brasile, il PSOL, che ha quasi duplicato, con le recenti elezioni, i suoi rappresentanti nella Camera dei Deputati (da 6 a 10), invece che orientarli al servizio dell’esplosione della potenza del movimento di massa, collabora sempre più strettamente con il PT, adottando un programma di riforme molto simile e una strategia di convivenza pacifica con le burocrazie previste nel movimento operaio e studentesco, quando è evidente che queste svolgono apertamente un ruolo di “contenimento” della lotta di classe.
Si tratta di un esempio dell’importante divergenza strategica nell’azione della sinistra, in Brasile e in tutta l’area geografica. Bolsonaro come fenomeno risponde a tendenze profonde del capitalismo attuale in crisi, cerca di essere “l’ariete” di una politica di attacchi radicali al movimento di massa e di concessioni all’imperialismo in America Latina. D’altro canto l’atteggiamento conciliatore del PT non è un’eccezione, lo possiamo vedere, ad esempio, in Argentina con il kirchnerismo, che nei sindacati che dirige, nel movimento studentesco, ecc. sotto la parola d’ordine “c’è il 2019” [anno delle prossime elezioni politiche, ndt], vuole evitare lo sviluppo di qualsiasi lotta seria che possa sconfiggere i piani di Macri e del FMI. L’esperienza del Brasile ci mostra dove porta questo tipo di politica.
Sempre più si configura più chiaramente la contrapposizione tra due strategie adottate dalla sinistra. O una strategia prevalentemente parlamentare combinata con azioni “di protesta”, agendo come ala sinistra di un qualche tipo di “fronte antidestra” (elettorale e/o parlamentare) come forza di conciliazione delle classi – che si chiami PT, kirchnerismo, o in altro modo –, il che si traduce in una convivenza pacifica con le proprie rispettive burocrazie sindacali e “di movimento”, e nell’adozione di un programma di riforme del capitalismo. Oppure una strategia che pone l’intervento nel parlamento e nelle elezioni al servizio dello sviluppo della lotta extraparlamentare, che sfida le differenti burocrazie (sindacali, studentesche, ecc.), incluse quelle che sostengono un discorso “antidestra” –che finiscono per fare il peggiore “lavoro sporco” -, sviluppando volumi di forza per imporre il fronte unico della classe lavoratrice e l’alleanza con il popolo sfruttato e oppresso per sconfiggere i piani di saccheggio e gli attacchi reazionari con un programma, perché la crisi venga pagata dai capitalisti.
Questa seconda alternativa è quella che sosteniamo in Argentina con il PTS all’interno del FIT, come in Brasile dove il Movimento Rivoluzionario dei Lavoratori(MRT) ha già intrapreso questo cammino realmente radicale antimperialista, anticapitalista e socialista che potrà essere all’altezza della sfida e contribuire a scatenare la potenza del movimento di massa nella lotta di classe, che è il terreno dove lo scontro si risolverà realmente.

 

Matías Maiello

Traduzione di Lisa Di Pietro da Ideas de Izquierda

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