Continua la lotta dei lavoratori della Pernigotti occupata

  • Category: Lavoro
  • Date: dicembre 4, 2018

Venerdì 23 novembre, i lavoratori della Pernigotti di Novi Ligure bloccano un tir che doveva caricare 100 colli di gianduiotti e cremini destinati alla catena di supermercati Esselunga. Uno stabilimento molto importante quello di Novi, fondato nel 1860 dai fratelli Pernigotti, passato poi sotto l’amministrazione della famiglia Averna nel 1995 e ceduto infine alla società turca Toksöz nel 2003; stabilimento che da lavoro tutt’oggi a quasi 200 persone della zona (100 fissi tra operai e impiegati più un’ottantina di interinali). Un mese fa, però, dopo cinque anni di bilancio in rosso – così si giustificano i padroni – si è decisa la chiusura imminente dell’impianto per spostare la produzione all’estero, o per rimanere in Italia, ma ricorrendo a fornitori in subappalto.

La scelta, inaspettata e drammatica, non ha tardato a suscitare negli animi degli operai e delle maestranze una decisa e dura opposizione. Sostenuti dai sindacati confederali infatti, lo stesso giorno dell’annuncio (il 6 Novembre), gli operai sono scesi in sciopero davanti ai cancelli e hanno occupato la fabbrica con assemblea e presidio permanente. Al momento le trattative sono ancora in corso e al tavolo del Ministero dello Sviluppo Economico si sta cercando di ottenere la cassa integrazione per cessata attività e valutare progetti di reindustrializzazione per i quali, proprio la settimana scorsa, è arrivata dall’ultimo incontro romano la prima fumata nera.

Nel frattempo i Toksoz hanno scritto una lettera ai lavoratori del sito piemontese intimandogli di sgomberare la fabbrica, senza ottenere però riscontro positivo. In effetti – nel contesto di crisi aziendali simili a quella della Pernigotti – è successo che siano stati gli stessi vertici sindacali ad impugnare le vaghe promesse del governo e delle multinazionali come pretesto per smobilitare i gli operai in lotta, appoggiandosi sulla comprensibile stanchezza di parte di questi ultimi dopo settimane senza stipendio, invece di fare leva su quelli più combattivi e trarre le dovute conseguenze dall’amara realtà, ovvero spiegare senza ambiguità ai lavoratori che è necessario “durare un minuto di più del padrone”.

Come mostrano le statistiche più recenti fornite dallo stesso MISE, infatti, nel 70% dei casi la promessa di trovare nuovi acquirenti in grado di salvare l’occupazione e reindustrializzare non vengono mantenute: del resto non potrebbe essere altrimenti dato che la prima ed essenziale preoccupazione dei capitalisti è il profitto. Sia detto: la vicenda della Pernigotti è proprio uno di quei casi di aziende in crisi, rilevate in passato da un imprenditore tramite l’intermediazione delle istituzioni dietro promessa di rilancio… Con i risultati che ora sono sotto gli occhi di tutti.

I lavoratori non possono fare affidamento ne sui padroni ne sul ministero dello sviluppo economico – un’istituzione tutt’altro che neutrale, bensì popolata da burocrati legati a doppio filo con l’alta finanza e i capitalisti. Tale realtà – come abbiamo documentato in passato – è stata confermata dalle nomine di Di Maio. il “padre dei lavoratori” come ama definirsi il leader grillino, peraltro – con la collaborazione dei vertici sindacali – ha già fatto ingoiare agli operai accordi capestro (si pensi a quello dell’ILVA). La vicenda Pernigotti, inoltre, mostra chiaramente come fosse essenzialmente un’illusione l’idea che il “decreto dignità” – in base al quale se un’impresa cessa o sposta la produzione prima di 5 anni dall’ultimo incentivo perde tutti i benefici – sarebbe stato sufficiente per bloccare le delocalizzazioni.

Se poi è vero che grazie alla dura lotta dei lavoratori Bekaert di Figline Val D’Arno (FI) il governo è stato costretto a reintrodurre la cassa integrazione per cessata attività, è evidente che si tratta solo di un palliativo temporaneo. l’unica soluzione per ottenere la salvaguardia della produzione e i posti di lavoro è fare male al padrone, costruire campagne pubbliche per sostenere la cassa di resistenza (come hanno fatto le lavoratrici della Medtronic), rivendicare la piena accessibilità dei dati contabili all’assemblea degli operai (e non solo ai burocrati del ministero che spesso fanno eco ai padroni che piangono miseria), fino ad essere pronti a rimanere nello stabilimento ad oltranza: del resto gli operai sono perfettamente in grado di produrre senza coloro i quali hanno come unica funzione quella di sfruttarli.

  • Azimuth

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