I Gilet gialli e gli elementi prerivoluzionari della situazione francese – Prima parte

Dal 17 novembre la situazione politica francese ha cambiato direzione in maniera brusca a causa dell’irruzione spontanea di una considerevole frangia delle masse subalterne, come raramente si è visto in precedenza. La lotta protratta e radicale del movimento dei gilet jaunes è partita dalle cittadine e dalle larghe aree attorno alle grandi città, per puntare poi al cuore del paese riversandosi su Parigi. L’allargamento delle rivendicazioni, oltre quelle iniziali di ritiro della legge “ecologica” sui mezzi di trasporto e il carburante, ha facilitato la mobilitazione di settori sempre più larghi tra i lavoratori e gli studenti: dalla base arriva una forte spinta perché i sindacati organizzino e diano forza a una nuova fase di lotta, mentre la burocrazia sindacale ieri ha deciso di presentarsi unita nel contenere e spegnere questo conflitto sociale. Gli studenti hanno dato via a mobilitazioni e occupazioni in molte parti del paese, lanciando ieri la mobilitazione generale: lo Stato da subito ha risposto con un ampio uso delle forze di polizia e, ad esempio nel caso della prestigiosa università della Sorbona a Parigi, con la serrata. Macron invece oggi ha ceduto ufficialmente sull’aggiunta di accise sui carburanti, che quindi dovrebbero essere ritirate.

La forte sfiducia nei confronti dello Stato e dei partiti ufficiali, da parte di diversi ampi settori sociali che stanno saldando le proprie lotte, fa emergere elementi tipici di una situazione pre-rivoluzionaria in Francia.

Proponiamo in questo senso un’analisi di Juan Chingo, compagno parigino dirigente della Courante Communiste Revolutionnaire (CCR), parte del Nouveau Parti Anticapitaliste (NPA): qui la prima parte, che sarà seguita dalla seconda e ultima.


L’irruzione della masse sulla scena non scuote solo il potere ma anche tutte le strutture e le forme di mediazione, politiche e sindacali. Come sottolinea il liberale Nicolas Beytout sulle colonne de L’Opinion, “la Francia balla sopra ad un vulcano. Lo vedremo tra qualche giorno, dopo le mobilitazioni di sabato e le prime consultazioni con i gilet gialli, se si riuscirà a evitare l’esplosione. Per ora, c’è molto di cui preoccuparsi. Il piano energetico presentato da Emmanuel Macron non ha riscosso il consenso che ci si attendeva, il sostegno dei francesi al movimento dei gilet gialli non si è indebolito, e la collera montata nel corso delle settimana non si è sopita”. Questa svolta brusca della situazione sociale e politica francese non si può certo definire un fulmine a ciel sereno. È il prodotto delle profonde contraddizioni che si sono accumulate negli ultimi anni e che rendono assai difficile prospettare delle soluzioni.

 

 

Una profonda crisi d’autorità dello Stato

Contrariamente alle analisi più seguite a sinistra, già dall’inizio di questo quinquennato presidenziale noi abbiamo iniziato a parlare del macronismo come di un bonapartismo debole. La potenza olimpica di cui si ammantava il modello politico di Macron non era il frutto della sua solidità intrinseca bensì, paradossalmente, della crisi organica del capitalismo francese. Per adattarsi completamente alla globalizzazione neoliberale, il capitalismo francese non aveva esitato a smantellare completamente il vecchio sistema politico, lasciando un enorme vuoto riempito dal macronismo. Prima della pausa estiva sottolineavamo già il processo di prematura usura del macronismo ed una progressiva perdita di credito presso quei settori che, pur non avendo costituito il nocciolo duro della sua base sociale, continuavano a tollerarlo: questo, malgrado il successo di Macron stesso in occasione della battaglia per la privatizzazione delle ferrovie, quando l’orientamento delle direzioni sindacali era riuscito a dilapidare la grande determinazione dimostrata invece dai ferrovieri. Questa progressiva ma continua perdita di legittimità ha conosciuto un ulteriore e drammatico passo in avanti con il caso Benalla: un rientro dalla pausa estiva che per Macron è stato segnato dalla catastrofe, con le dimissioni di ministri-chiave del governo come Gérard Collomb [sindaco di Lione e già dirigente del Partito Socialista: sostenitore di Macron alla elezioni presidenziali del 2017, entra nel governo Philippe come Ministro degli Interni, ndt] e, per altri versi, Nicolas Hulot [giornalista e ambientalista francese; nominato Ministro per la transizione ecologica nel governo Philippe, ndt], foglie di fico rispettivamente dei socialisti e della “società civile”. Le dimissioni di Collomb, già sindaco di Lione e sostenitore di Macron dalla prima ora, è sintomatica del modo con cui la borghesia delle province sta lentamente abbandonando il presidente. L’eclissi di questa borghesia incapace di esprimere dirigenti adeguati e di essere considerata come punto di riferimento da parte di altre fasce sociali che guardano ormai altrove è testimoniata al momento delle elezioni dal successo raccolto dal Front National e dall’alta percentuale di astenuti ed oggi è testimoniata invece dal successo dell’azione del movimento dei gilet gialli. Una prova assai eloquente.

Di fronte a questo progressivo indebolimento del potere e di fronte all’erosione della base sociale di riferimento della maggioranza presidenziale, abbiamo scritto che “al rientro dalla pausa estiva si sarebbe aperta una fase nuova e diversa da quella che aveva contrassegnato il primo anno della presidenza […] una situazione di transizione in cui si sarebbero aperte brecce in grado di far esprimere la collera feroce di un movimento di massa. Una situazione pre-rivoluzionaria”. Lo sconquasso politico e sociale rappresentato dall’esplosione del movimento dei gilet gialli conferma questa nostra ipotesi.

In termini gramsciani, possiamo dire che ci troviamo alle battute iniziali di un processo di acutizzazione della crisi organica caratterizzato dal passaggio improvviso di intere masse “dalla passività politica a una certa attività e pongono rivendicazioni che nel loro complesso disorganico costituiscono una rivoluzione”. Per Gramsci questo tipo di processo affonda le radici in una crisi di egemonia segnata dal fatto che i vecchi dirigenti morali ed intellettuali sentono mancare il terreno sotto i piedi e sentono che le loro parole sono oramai percepite come discorsi assolutamente avulsi e lontani dalla realtà. Ecco infatti a cosa assistiamo oggi, non solo davanti ai vuoti discorsi dei media e dei loro opinion leader, ma anche di fronte alla parabola del macronismo: il presidente eletto appena un anno e mezzo fa è osteggiato dall’80% degli elettori. Fatto ancor più grave poi, è che gran parte di quell’80% di elettori, che avversa Macron, appoggia invece il movimento dei gilet gialli, vale a dire un movimento del tutto spontaneo il cui principale slogan è “Macron dimettiti” e la cui agenda pratica è rappresentata dalle barricate lungo gli Champs Elysées a partire dal 24 novembre.

La crisi di egemonia si esprime anche per il fatto che un certo numero di settori di classe non si riconoscono più nella vita dello Stato e sono completamente separati dai loro gruppi dirigenti, e tuttavia non arrivano ancora ad imporsi come nuova classe egemone. Questo è il contesto generale in cui è sorto il movimento dei gilet gialli.

 

La sveglia rivoluzionaria del «popolino»

L’elemento scatenante che ha determinato l’esplosione della rabbia sociale è stato l’aumento delle accise sui carburanti. Nondimeno però ci troviamo di fronte ad un movimento che, sebbene eterogeneo nel suo insieme, si sta radicalizzando e non solo rigetta per intero le politiche del governo, ma si spinge a contestare alcuni aspetti fondamentali del sistema politico ed istituzionale della V Repubblica. L’elemento più sovversivo di questa rivolta risiede nei suoi metodi radicali e nel fatto che è l’espressione della sofferenza radicata ben oltre l’unico settore dei gilet gialli mobilitati. Ciò è dimostrato dal sostegno molto ampio che il movimento riceve dalla popolazione, anche dopo le “scene di violenza” di sabato 24 novembre, grazie alle quali il governo stava progettando di mettere la popolazione contro il movimento .

Per la prima volta da parecchi anni abbiamo assistito in Francia alla decisione di organizzare blocchi stradali e paralizzare le attività economiche venuta “dal basso”, senza che venisse promossa o sostenuta da governo o sindacati e senza nessuna regia politica da parte della sinistra o dell’estrema destra. Questo blocco è stato messo in atto senza concertazione con le autorità locali e senza la mediazione del sindacato. La scelta di confermare l’appuntamento del 24 novembre sugli Champs-Elysées, malgrado il divieto imposto, esprime bene questo spirito sovversivo, al contrario dell’addomesticamento delle manifestazioni caratteristico della destra e delle confederazioni sindacali. Un altro passo avanti è stato fatto con la “giornata rivoluzionaria” del primo dicembre, giornata che ha scosso Parigi e molte altre città della regione e che ha visto il governo completamente incapace di mantenere l’ordine pubblico.

Mobilitazioni e barricate organizzate lungo «il viale più bello del mondo» sono assolutamente inedite sulla riva destra della Senna nel XX secolo, eccezion fatta per quella del 6 febbraio 1934 [manifestazione antiparlamentare organizzata il 6 febbraio 1934 dalle leghe di estrema destra nel contesto della crisi della III Repubblica, ndt] limitata a place de la Concorde. L’ampio sostegno che ancora raccolgono i gilet gialli è un chiaro segnale di come larghi settori delle masse si identifichino con la collera e la rabbia espresse sugli Champs-Élysées. Arnaud Benedetti, specialista in comunicazione, scrive su Le Figaro: “Una volta decantate le immagini, si fa strada l’idea di trovarsi in un vicolo cieco . I gilet gialli sono già riusciti a diventare un simbolo. È a questo simbolo che la maggioranza dei francesi sembra delegare il potere di farsi meglio ascoltare da Macron.”

Spesso presentati come cittadini delle aree periurbane e rurali, esasperati e grossolani, i gilet gialli (almeno quelli intervistati dai media) dimostrano invece un sorprendente livello di politicizzazione e di capacità di espressione. Lo storico delle classi popolari Gérard Noiriel: “la novità di questo movimento di manifestanti sta nella diversità dei loro profili e nel gran numero di donne. In altre circostanze il ruolo di portavoce sarebbe stato affidato ad un uomo. La facilità con cui questi leader popolari riescono oggi ad esprimersi davanti alle telecamere è una conseguenza di un processo di democratizzazione che ha operato su due fronti. Da un lato l’innalzamento del livello della scolarizzazione e dall’altro la penetrazione delle tecniche di comunicazione audiovisiva tra tutte le classi sociali. Queste competenze sono completamente negate dalle élites e questo rafforza il sentimento di disprezzo da parte del popolo”.

Come abbiamo già sottolineato in diversi articoli e in altri testi del “dossier gilet gialli” pubblicato su Révolution Permanente Dimanche, il movimento è composto nella sua maggioranza dalla classe operaia bianca, impoverita a causa della deindustrializzazione del paese a partire dagli anni ’80. È composto da micro-imprenditori e professionisti appartenenti a quelli che potremmo chiamare ceti medi impoveriti. La crisi del 2008-2009 ha svolto un ruolo importante di acceleratore di questi fenomeni di impoverimento, come li chiama nel suo saggio il sociologo Eric Maurin. Si tratta di una “angoscia sorda che attanaglia un numero crescente di francesi [e] che si basa sulla convinzione che nessuno è “sicuro”, che ognuno può in qualsiasi momento perdere il posto di lavoro, il suo stipendio, le sue prerogative, il suo status sociale. Rendendo questa minaccia più concreta e tangibile, le crisi portano questa ansia al suo culmine.

A questa realtà va aggiunto il fatto che per la maggior parte delle forze politiche le classi subalterne restano assolutamente invisibili. Il blocco borghese che ha sostenuto Macron, a differenza della sinistra e la destra tradizionali che si sono alternate al potere in Francia negli ultimi decenni, ha fatto di questo disprezzo delle classi popolari il proprio marchio di fabbrica. Le Monde ha segnalato come Macron abbia portato al massimo livello questo disprezzo delle classi dominanti per le classi popolari affrontando il movimento dei gilet gialli:

L’altro grande motivo di lamentela [da parte del movimento dei gilet gialli] è l’impressione di non contare nulla agli occhi dei leader politici. In questo senso, l’intervista alla manifestante Marie Pedrabissi è illuminante. 40 anni, nasce “lo stesso anno di Macron”. Non ha affatto apprezzato il modo in cui il presidente ha “insultato” persone come lei, professionista nel settore medico e due burn-out alle spalle. “Ci ha detto che siamo pigri, nullafacenti. Ma come si permette? Chi si crede di essere? Troppo giovane per essere mio padre. È di un De Gaulle di cui avremmo bisogno.” Ai suoi occhi “le parole pesano ancora più delle azioni” e quelle del Capo dello Stato tradiscono la sua arroganza. Per chi ha votato? Nasconde il viso nella sciarpa e sorride amara. “Non avevo scelta …” Marine Le Pen? “Oh no davvero, mia madre era siro-libanese”.

Il carattere estremamente vario delle rivendicazioni sociali ed economiche del movimento nasce proprio da questa vasta base sociale interclassista che spazia dalla grande maggioranza del mondo del lavoro (che tuttavia stenta a sentirsi proletariato a causa sia delle politiche concilianti delle confederazioni sindacali sia dei passi indietro che il movimento operaio ha fatto in termini di coscienza e di organizzazione) fino ai ceti medi impoveriti con caratteristiche più piccoloborghesi, per arrivare agli interstizi degli “imprenditori di se stessi”. Alcune rivendicazioni sono sicuramente progressiste, come l’aumento del SMIC [Salario minimo interprofessionale] o l’abolizione di alcune imposte indirette. Altre rivendicazioni invece sono molto più ambigue, come quella per l’abbassamento delle trattenute fiscali.

 

Note

1. Pensiamo a questo proposito alla celebre affermazione di André Malraux : “Il  Rassemblement du peuple français [la destra gollista] è come il metro delle sei di sera”.

Ndt: Il Rassemblement du peuple français [RPF] fu il movimento politico fondato dal generale De Gaulle nel 1947 (IV Repubblica). Negli anni della crisi del sistema politico della IV Repubblica, la frase di Malraux, già ministro della Propaganda e dell’Informazione nel Governo Provvisorio (1945-1946) ed esponente del RPF, sta a significare che l’insieme dei francesi, indipendentemente dalla classe sociale di appartenenza, era accomunata dal desiderio e dalla volontà di vedere nuovamente il generale De Gaulle alla guida del paese.

 

Juan Chingo

Traduzione di Vera Pavlovna da Révolution Permanente

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