La classe operaia va in paradiso…5 anni prima dei padroni.

Un recente studio dell’università di Torino, ha evidenziato come le condizioni e la tipologia di lavoro vadano ad influire significativamente sulla salute ed addirittura sull’aspettativa di vita degli interessati. In una delle città italiane simbolo delle tute blu, l’università ha scoperto che almeno a livello statistico, gli operai vivono meno degli impiegati e dei dirigenti. Lo ha quantificato Giuseppe Costa, epidemiologo dell’Università di Torino e autore di «40 anni di salute a Torino», «volume-bussola» per Comune, Asl e Regione per pianificare le politiche sanitarie dove si legge una “dato schock” che rende bene l’idea di quanto il lavoro (sfruttato) possa influire sulla longevità: un operaio può avere una aspettativa di vita media di circa 78 anni, mentre un dirigente arriva facilmente agli 83.

E’ chiaro che un operaio, rispetto ad un dirigente deve sottostare a ritmi lavorativi imposti, incalzanti, fisicamente e cognitivamente usuranti. Da qui vere e proprie situazioni di “burnout”, o più in generale di stress, che inevitabilmente spianano la strada all’insorgenza di patologie croniche come ipertensione e diabete. Inoltre va tenuto conto che lo stipendio di un operaio non permette un tenore di vita paragonabile a quello di un dirigente, specialmente se ha famiglia, cosa che gioco-forza si traduce in una riduzione di qualità delle cure che può ricevere. Altri fattori che sembrerebbero giustificare i dati in questione sono i meccanismi di gestione dello stress e della frustrazione – o in altre parole di reazione passiva all’alienazione capitalistica – che si innescano nell’operaio medio, più incline a fumare, a consumare alcol, alla ludopatia etc. degli appartenenti alle “classi superiori”.

Nello studio viene specificato che le donne in media vivono tra i 3 ed i 5 anni più degli uomini. Tuttavia nella ricerca dell’università di Torino viene evidenziata una peculiarità: sembrerebbe che le donne vivano di più perché, tra le donne, i comportamenti insalubri – come il fumo – sembrano concentrarsi proprio tra quelle in carriera. Oppure al fatto che si fanno figli sempre più in là con l’età, abitudine che incide negativamente sull’insorgenza dei tumori femminili. Ma notiamo che la tendenza sta cambiando. I dati più recenti mostrano che le differenze tra uomini e donne si stanno assottigliando e nel Nord Europa non esistono già più.

Al netto dei dati e delle considerazioni snocciolate, rimangono delle condizioni politiche che incidono direttamente sul quadro complessivo, come ad esempio l’età pensionabile che non è assolutamente equa ed adeguata a quelle che sono le aspettative di vita e usura lavorativa. Questo, senza contare il ruolo della devastazione della sanità pubblica che evidentemente penalizza nell’accesso alle cure molto di più i salariati che i padroni, o i dirigenti (gli stessi che si intascano gli interessi sul debito pubblico nel nome del quale vengono costantemente giustificati i tagli ad ospedali pubblici etc.). In pillole: un operaio per fare una tac deve aspettare 6 mesi quando va bene, un dirigente d’azienda paga una clinica privata – un medico del SSN tramite il vergognoso sistema dell’intra morae – e la fa dopo due giorni; stesso dicasi per un intervento.

Nel frattempo, assistiamo sempre più ad un affossamento delle condizioni di lavoro, che peggiorano sotto le sferzate degli attacchi padronali e dei governi (spesso nella più completa passività dell burocrazie sindacali, come è accaduto nell’ultimo decennio). Stipendi che si aggirano sui 1200 euro al mese quando va bene, pause pranzo revocate per esigenze di produzione, nessuna pausa per espletare bisogni fisiologici, più in generale, massima saturazione dei tempi fatta passare dai sociologi come conquista solo perchè associata a una “maggiore ergonomia” (come nel caso del WCM): gli accademici borghesi nascondono volentieri il fatto che semplificare i movimenti del corpo dell’operaio, per il padrone non è altro che la scusa atta a renderli più estenuanti e ripetitivi, quindi a incrementare lo sfruttamento e l’usura mentale e fisica della forza-lavoro.

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Non dimentichiamo, poi, gli effetti in termini di stess e di ricatto, quindi di peggioramento delle condizioni generali di lavoro, di vita e di salute, legate alla precarietà, che in barba al “decreto dignità” ha raggiunto proprio in questi giorni livelli mai toccati prima. Ci sarebbe infine da aggiungere – sebbene non si tratti di un elemento con effetti significativi a fini statistici sull’aspettativa di vita – come un capitalista o un dirigente non rischino ogni giorno di morire mentre lavorano, il destino da gennaio ad oggi di oltre 800 salariati, vittime del ricatto padronale che recita “se denunci le condizioni di sicurezza ti licenzio o non ti rinnovo il contratto” (una minaccia molto più forte da quando è stato eliminato l’articolo 18, che ne Lega e 5Stelle hanno intenzione di reintrodurre).

Può apparire retorico, ma i dati sull’aspettativa di vita che abbiamo analizzato ci indicano nella maniera più tragica la necessità di lottare per lavorare meno e lavorare tutti a parità di salario (altro che “ricatto di citt…Ehm reddito di cittadinanza), per una riduzione dell’età pensionabile legata agli anni di lavoro, non ai contributi versati (NB la Lega non ha in mente di fare questo, ma solo di ritoccare la Fornero) e per una sanità pubblica e di qualità (QUI per saperne di più sulle intenzioni del governo rispetto agli investimenti in ospedali etc.). E’ necessario inoltre discutere nelle fabbriche  di organizzazione del lavoro, ritmi e condizioni di sicurezza e di salute, riprendendo tradizioni di auto-organizzazione e di lotta abbandonate da ormai troppo tempo.

Tali elementi devono inoltre essere inseriti nel quadro di una prospettiva politica volta a rompere con le compatibilità capitalistiche e le istituzioni borghesi. Come è sempre più evidente dalla “calata di braghe” di Lega e 5Stelle di fronte agli euro-burocrati, solo rompendo con l’UE capitalista, insieme ai suoi vincoli di bilancio, e rifiutando il debito pubblico sarebbe possibile reperire le risorse per una spesa sociale martoriata da anni di “austerity”. E’ chiaro che per fare questo sarebbe necessario un partito rivoluzionario che si ponga il problema del potere politico alla classe operaia… La costruzione del quale appare sempre più “una questione di vita o di morte”.

  • Begbie

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