Gramsci e i Gilet Gialli

  • Category: Teoria
  • Date: Dicembre 23, 2018

“Quando un movimento di tipo boulangista [1] si produce, l’analisi dovrebbe realisticamente essere condotta secondo questa linea:

  1. contenuto sociale della massa che aderisce al movimento;
  2. questa massa che funzione aveva nell’equilibrio di forze che va trasformandosi come il nuovo movimento dimostra col suo stesso nascere?
  3. le rivendicazioni che i dirigenti presentano e che trovano consenso quale significato hanno politicamente e socialmente? a quali esigenze effettive corrispondono?
  4. esame della conformità dei mezzi al fine proposto;
  5. solo in ultima analisi e presentata in forma politica e non moralistica si prospetta l’ipotesi che tale movimento necessariamente verrà snaturato e servirà a ben altri fini da quelli che le moltitudini seguaci se ne attendono. Invece questa ipotesi viene affermata preventivamente, quando nessun elemento concreto (che cioè appaia tale con l’evidenza del senso comune e non per un’analisi «scientifica» esoterica) esiste ancora per suffragarla, così che essa appare come un’accusa moralistica di doppiezza e di malafede o di poca furberia, di stupidaggine (per i seguaci). La lotta politica così diventa una serie di fatti personali tra chi la sa lunga, avendo il diavolo nell’ampolla, e chi è preso in giro dai propri dirigenti e non vuole convincersene per la sua inguaribile buaggine.

D’altronde, finché questi movimenti non hanno raggiunto il potere, si può sempre pensare che essi falliscano e alcuni infatti sono falliti […] la ricerca deve quindi dirigersi all’identificazione degli elementi di forza, ma anche degli elementi di debolezza che essi contengono nel loro intimo […]Anche in questo caso l’analisi dei diversi gradi di rapporto delle forze non può culminare che nella sfera dell’egemonia e dei rapporti etico-politici.”

A. Gramsci, Quaderni del Carcere, Edizione Critica a cura di V. Gerratana, “Alcuni aspetti teorici e pratici dell’economismo”, Quaderno 13 (XXX)
§ (18))

E’ difficile prendere isolatamente singoli passaggi di Gramsci  – la cui riflessione è tanto organica, quanto poco “sistematica” si presenta la sua opera   – senza correre il rischio di fraintendimenti, o peggio, di strumentalizzazioni, come è avvenuto da parte della tradizione togliattiana ed eurocomunista nel secondo dopo-guerra [2]. A nostro avviso, l’estratto qui citato riesce però a fissare senza equivoci alcuni punti metodologici generali alla luce dei quali interpretare – sempre badando a non dimenticare di “fare l’analisi concreta della situazione concreta” – movimenti politici che non si esprimono immediatamente su linee di classe; un tema, evidentemente, portato all’ordine del giorno dai Gilets Jaunes francesi, ma che – in un contesto di impasse epocale delle organizzazioni tradizionali del movimento operaio – si è già imposto almeno dall’inizio della Grande Crisi del 2008 (si pensi alle Primavere Arabe, o da ultimo, le proteste in Iran che si sviluppavano esattamente un anno fa).

Conclusione di una nota dei “Quaderni” imperniata sulla critica all’ “economismo”, Gramsci critica qui l’approccio meccanicista teso a caratterizzare un movimento politico solo in base alla sua composizione di classe, o prescindendo da quest’ultima per feticizzarne l’impostazione politica. E’ necessario invece rapportare la composizione di classe alle istanze politico-ideologiche che un movimento esprime, sapendo situare quest’ultimo nel complesso della congiuntura e dei rapporti di forza tra classi complessivi in cui esso si colloca, se si vuole comprenderne le possibilità di sviluppo in relazione a una prospettiva rivoluzionaria (“questa massa che funzione aveva nell’equilibrio di forze che va trasformandosi come il nuovo movimento dimostra col suo stesso nascere?”; “la ricerca deve quindi dirigersi all’identificazione degli elementi di forza, ma anche degli elementi di debolezza che essi contengono nel loro intimo […]Anche in questo caso l’analisi dei diversi gradi di rapporto delle forze non può culminare che nella sfera dell’egemonia e dei rapporti etico-politici”) [3]. L’elemento della contestualizzazione “congiunturale”, sia detto, è forse quello più importante nella chiave di lettura proposta da Gramsci e il motivo per cui i Gilet Jaunes – da collegare a un processo di mobilitazione più complessivo, che ha favorito un’indebolimento dell’autorità dello stato e processi di radicalizzazione dei giovani e dei lavoratori – sono da sostenere nonostante la loro confusione programmatica, mentre ad esempio ai 5Stelle non va riconosciuta nessuna funzione progressiva nonostante il loro eco tra settori proletari e popolari, essendo che, oltre a esprimere contenuti apertamente reazionari, i grillini hanno avuto la funzione di canalizzare sul terreno elettorale e dunque di passivizzare la collera dei lavoratori.

Rimanendo sui Gilets Jaunes, insomma, un’approccio del genere è l’unico antidoto tanto alle equazioni mistificatorie “composizione piccolo-borghese\parole d’ordine confuse=movimento reazionario” (che peraltro, rispetto all’origine di classe dei “Giubbotti”, non è nemmeno così calzante) quanto a un esaltazione acritica e politicamente impotente delle masse che scendono in piazza. E’ sempre più evidente, infatti, che senza uno sciopero generale – frenato dal ruolo stabilizzatore delle burocazie sindacali – le mobilitazioni cominciate in Francia ormai un mese fa siano minacciate da un rapido processo di riassorbimento (anche se pure questo sabato, nonostante il declino della partecipazione a Parigi, i blocchi stradali e i cortei in provincia non sembrano aver conosciuto il drastico calo dipintoci dalla propaganda governativa). Come scrivevamo:

Le proteste innescate dal caro-benzina emergono in un contesto di più generale fermento politico dei giovani e dei lavoratori francesi, cominciato con la lotta contro la Loi Travail del 2016 e proseguito in occasione degli attacchi dello scorso inverno ai ferrovieri e agli studenti messo in campo da Macron. Tra la primavera e l’estate, la contro-riforma delle ferrovie e dell’istruzione sono però state approvate e la mobilitazione ha conosciuto un impasse, anche a causa dei problemi di direzione politica del movimento operaio e studentesco […] (in primis il rifiuto da parte delle CGT di lanciare uno sciopero generale e di porsi esplicitamente contro governo in quanto tale e non solo agli specifici provvedimenti).

La radicalizzazione dei mesi scorsi, tuttavia, ha avuto un’eco importante in settori piccolo borghesi impoveriti e di proletari non sindacalizzati che nelle ultime settimane hanno scelto la piazza per opporsi all’ennesimo attacco da parte del governo. L’importanza di questo movimento va dunque ben oltre i contenuti – invero molto generici, anche se non reazionari come predica la stampa mainstream e alcuni settori della sinistra – espressi dai Gilets Jaunes. Più rilevanti il ruolo che essi possono giocare nel ri-catalizzare un processo di mobilitazione generalizzato  e i problemi che pongono al movimento operaio e ai rivoluzionari […] I Gilets Jaunes, infatti, non rappresentano semplicemente il “popolo” che spontaneamente si coalizza contro le “elites” – idea che anima più di un progetto politico nella sinistra nostrana – bensì un momento di un processo che ha avuto nel protagonismo del movimento operaio un elemento centrale e che solo se quest’ultimo riuscirà a giocare un ruolo di direzione potrà svilupparsi in senso rivoluzionario (al contrario, i Gilets finiranno per rientrare nei ranghi del “processo democratico” borghese, magari strumentalizzati da forze di destra, o della sinistra elettoralista piccolo-borghese à la Melenchon).

Django Renato

CLICCA QUI per la lista completa degli articoli e delle analisi che abbiamo tradotto sui Gilets Gialli dai compagni francesi di Revolution Permanente.

NOTE:

[1] Il Boulangismo fu un movimento politico che si sviluppò nella Francia di fine ottocento caratterizzato da una critica confusa alla corruzione della “terza repubblica” consolidatasi dopo la disfatta della Comune di Parigi. Il fenomeno coinvolse nell’appoggio al generale Boulanger – da cui il nome del movimento – tanto la destra monarchica, quanto i socialisti, mentre le istanze progressiste – come l’appoggio a una legislazione sociale – frammiste a quelle nazionaliste, che lo caratterizzavano avevano la simpatia di vasti settori proletari e popolari.

[2] su questo tema si veda ad esempio: E. Saccarelli, Trotsky and Gramsci in the Shadow of Stalinism, Routdlege, Lodon, 2009. Anche il recente: G. Vacca, Togliatti e Gramsci: Raffronti, Edizioni della Normale, 2014. Per un’analisi più politica del dibattito inerente le mistificazioni riformiste del pensiero di Gramsci si veda: G. Francioni, L’Officina Gramsciana, Parte II, Bibliopolis, Napoli, 1984. J. Dal Maso, El Marxismo de Gramsci, IPS, Buenos Aires, 2017.

[3] il passaggio in questione è da leggere insieme a “Analisi delle situazioni: Rapporti di Forza” (Quaderno 13 (XXX)
§ (17))
, in cui Gramsci spiega come lo studio, appunto, dei rapporti di forza (tra classi), debba seguire una progressione che parta dall’identificazione degli elementi economico-strutturali, fino a quelli politico-militari, passando per quelli ideologico-politici. Questi ultimi a loro volta sono costituiti da tre momenti: quello della massima disgregazione individualistica della classe subalterna – che equivale al massimo della coesione e dell’egemonia della classe dominante ; il momento economico-corporativo – che consiste nell’auto-riconoscimento dei subalterni come classe contrapposta al gruppo dominante e nella rivendicazione dell’eguaglianza giuridica di fronte allo Stato (anche qui si tratta, comunque, di una forma in cui l’egemonia borghese, pur mediata, rimane intatta nella misura in cui non viene intaccato il ruolo economico decisivo del gruppo dominante e il suo potere statale); infine vi è il momento “etico-politico”, il quale lungi dal possedere una connotazione “metafisica”,  definisce il momento in cui la classe subalterna progressiva – il proletariato – raggiunge la piena autonomia ideologico politica ed è in grado di porsi il problema di costruire la sua egemonia sugli altri settori oppressi della società, per “farsi stato”, ovvero per espropriare politicamente ed economicamente la classe dominante. L’aspetto politico militare è invece quello che inerisce la compattezza più propriamente politico-organizzativa delle forze in campo e la chiarezza dei compiti politici immediati, la quale a sua volta definisce il terreno di battaglia e di intervento dei rivoluzionari; per Gramsci infatti le analisi dei rapporti di forza non sono fine a sè stesse; “ma acquistano un significato solo se servono a giustificare una attività pratica, una iniziativa di volontà. Esse mostrano quali sono i punti di minore resistenza, dove la forza della volontà può essere applicata più fruttuosamente, suggeriscono le operazioni tattiche immediate, indicano come si può meglio impostare una campagna di agitazione politica, quale linguaggio sarà meglio compreso dalle moltitudini ecc. L’elemento decisivo di ogni situazione è la forza permanentemente organizzata e predisposta di lunga mano che si può fare avanzare quando si giudica che una situazione è favorevole (ed è favorevole solo in quanto una tale forza esista e sia piena di ardore combattivo); perciò il compito essenziale è quello di attendere sistematicamente e pazientemente a formare, sviluppare, rendere sempre più omogenea, compatta, consapevole di se stessa questa forza“. In altri termini la costruzione dell’egemonia del proletariato non corrisponde a un passaggio graduale da un momento ideologico-politico all’altro, ma è una questione pratica e politico-militare, in barba alle interpretazioni riformiste di Gramsci a cui si è già fatto cenno.

 

 

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