Tunisia: Giornalista si dà fuoco e partono le proteste

A otto anni dall’inizio della “Primavera Araba”, il popolo tunisino scende in piazza contro una situazione di povertà e impasse economico che è ben lungi dall’essere cambiata nella fase “post-rivoluzionaria”. Durante quest’ultima, infatti, i partiti islamisti e laici che si sono spartiti il potere hanno gestito la “transizione democratica” garantendo la perpetuazione del vecchio apparato dello Stato autoritario e proseguendo politiche di stampo neoliberale in accordo con l’FMI. Tant’è che secondo una recente statistica, il “ceto-medio” tunisino si è addirittura ridotto del 20% tra il 2011 e oggi, a causa dell’aumento dei laureati disoccupati, uno dei settori sociali che – insieme ai lavoratori – ebbe un ruolo decisivo nel costringere alla fuga il dittatore Ben Alì [1].

La situazione di questi giorni mostra alcune analogie con quella successiva al 17 dicembre 2010, quando un venditore ambulante – Mohamed Bouazizi – si diede fuoco di fronte al palazzo del governatore di Ben Arous (città sulla costa nord-orientale del paese) dopo che la polizia gli aveva sequestrato la sua misera mercanzia. Bouazizi divenne subito l’emblema di un’intera generazione di giovani, costretti a sbarcare il lunario nel “settore informale” per sfuggire alla disoccupazione. Fu così che l’episodio fece da scintilla per l’esplosione rivoluzionaria rievocata nel suo video di addio da Abdelrazzak Rezgoui, giornalista attivo nelle lotte dei disoccupati – e lavoratore saltuario egli stesso – che si è dato fuoco lunedì nella città di Kasserine.

Kasserine è situata nell’entroterra semidesertico vicino al confine con l’Algeria, una delle zone più depresse del paese, e in quanto tale maggiormente penalizzata dalle privatizzazioni, dal taglio ai servizi sociali e ai sussidi ad agricoltori e poveri. Tutte politiche portate avanti a partire dagli anni 90 nel nome del pagamento del debito estero e dell’attrazione di investimenti stranieri, i quali peraltro, si sono concentrati essenzialmente sulla costa. Anche qui però – dove gli  investimenti esteri sono completamente scollegati dalle catene del valore locali – la crescita non è riuscita a risolvere le contraddizioni dell’economia tunisina, in primis la dipendenza dal capitale internazionale e la disoccupazione giovanile (oltre al 35%, a livello nazionale, con punte del 70% tra i laureati!) denunciata da Abdelrazzak come il principale problema lasciato insoluto dalla “transizione democratica”: “Sarò felice se il mio martirio riuscirà a far trovare lavoro anche a un singolo ragazzo tunisino. Per fare questo bisogna però tornare a lottare e a protestare per portare a termine gli obiettivi della rivoluzione! [Pane, Democrazia e Giustizia Sociale n.d.a.]” ha dichiarato il giovane giornalista prima di darsi fuoco.

Le proteste innescate dall’episodio hanno portato ad oltre 30 arresti a Kasserine e sembra si stiano estendendo ad altre zone del paese. Nel frattempo il sindacato dei giornalisti ha minacciato di proclamare uno sciopero generale per il 14 gennaio, data fortemente simbolica poichè fu proprio quel giorno che 8 anni fa Ben Alì fuggì dal paese. Se si vuole misurare la temperatura della situazione socio-politica, c’è inoltre da tenere conto della recente approvazione di una legge di bilancio (11 dicembre) che promette la riduzione del debito statale di due punti percentuali e sancisce il blocco delle assunzioni nel settore pubblico, sul quale molti giovani e in particolare i neo-laureati fanno affidamento per uscire dalla disoccupazione. Lo scorso gennaio una serie di scioperi e di manifestazioni con caratteristiche semi-insurrezionali avevano costretto il governo Chaheb – che aveva garantito all’FMI un aumento del 300% delle imposte indirette! – ad indietreggiare; stavolta la potente UGTT (Union Generale des Travailleurs Tunisiens) ha anticipato l’esecutivo con uno sciopero generale del settore pubblico tenutosi in novembre, preannunciando una nuova data per gennaio… A legge di bilancio approvata! Hanno però proseguito la mobilitazione contro il parere della confederazione , gli insegnanti, protagonisti la settimana scorsa – in pieno periodo-esami – di un astensione di massa dal lavoro, volta a rivendicare l’aumento dei fondi all’istruzione.

Se da un lato è vero che l’elevato livello di organizzazione della classe operaia e lavoratrice tunisina è stata una leva importante della rivoluzione del 2011, dall’altro lo è altrettanto che le burocrazie sindacali hanno giocato un ruolo centrale nel raffreddare il conflitto sociale negli ultimi anni, merito per il quale hanno ottenuto le lodi più sperticate dei vari leader imperialisti, fino a vincere nel 2014 il premio nobel per la pace. La “pace sociale” – potremmo dire – che i vertici dell’UGTT hanno venduto per la “democrazia”; un ben misero scambio, dato che, come abbiamo già accennato, i membri del vecchio regime sono rimasti nei gangli dello Stato e si sono riciclati nell’attuale partito di governo (il Nidaa Tounes), mentre l’economia del paese è ancora fermamente nelle mani del capitale internazionale e del pugno di magnati locali arricchitisi con le privatizzazioni degli anni 90-2000. Staremo a vedere se il sacrificio del povero Abdelrazzak potrà riaprire un nuovo e più avanzato ciclo di radicalizzazione, magari ispirato anche dalle proteste che da oltre una settimana proseguono in un altro paese arabo – il Sudan – dove l’altro ieri è cominciato lo sciopero ad oltranza dei medici in solidarietà alle mobilitazioni contro il taglio dei sussidi ai generi di prima necessità, raccomandato dal Fondo Monetario Internazionale.

Django Renato

[1] sulla rivoluzione in Tunisia si veda: J. Beinin, Workers and Thieves – Labour Movement and Popular Uprisings in Tunisia and Egypt, Stanford University Press, 2015. G. Achcar, The People Wants – A Radical Exploration of the Arab Uprising, California University Press, 2013 e Morbyd Symptomps – Relapse in the Arab Uprisings, Saqi, London, 2016. La migliore panoramica marxista sulle radici socio-economiche delle “Primavere Arabe”, rimane: A. Hanieh, Lineages of Revolt – Issues of Contemporary Capitalism in Modern Middle East, Haymarket, Chicago, 2013.

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