RdC: Reddito di Cittadinanza… o Ricatto del Capitale?

  • Category: Lavoro
  • Date: Gennaio 16, 2019

Il 4 gennaio, l’Ufficio Legislativo del Ministero del Lavoro rilascia la prima bozza del decreto-legge contenente, come da testo: << disposizioni relative all’introduzione del reddito di cittadinanza e a interventi in materia pensionistica >>.

Dal titolo nessuna sorpresa, anzi, più di qualcuno probabilmente continua addirittura a rimanerne affascinato perché potrebbero far gola le parole “reddito di cittadinanza”, soprattutto a tutti quei disoccupati o lavoratori sottopagati che abitano il nostro bel paese. Però, con un po’ d’attenzione chiunque può capire come la natura sleale di questa tattica tradisca sé stessa.

L’ipocrisia che si porta dietro questa manovra si può cercare di riassumere in qualche punto fondamentale. Ad esempio, basta pensare al fatto che quanti che siano coloro che avrebbero diritto al RdC, i soldi sono sempre quelli, cioè, vanno ripartiti. In una clausola chiaramente concordata con Bruxelles, il governo si impegna tenere fissa la spesa per il reddito. Per capirci: se alla fine ne avesse diritto un milione di persone, la spesa è 6 miliardi. Se però fossero tre milioni a fare domanda, la spesa sarebbe sempre di 6 miliardi, quindi gli stessi soldi sarebbero divisi tra più persone. Altro che 780 euro! “Rimodulare”, si chiama nel linguaggio del governo… magari la benevolenza marchiata UE non vuole farci rilassare troppo ricordandoci che abbiamo già un debito pubblico sul groppone a cui pensare.

In ogni caso, tutti gli interessati al reddito che hanno meno di 65 anni dovranno rendersi disponibili al cosiddetto Patto di Lavoro. Esso è indispensabile per ottenere il reddito e chi lo sottoscrive entra nel tunnel della “collocabilità”. Questo è un meccanismo che ha il doppio scopo di costringere le persone ad accettare lavori a patto, per l’appunto, di far risparmiate soldi allo Stato. Infatti, il reddito dura 18 mesi, poi si salta un mese e successivamente lo si può riavere, ma a terribili condizioni. La principale delle quali è che non si può rifiutare nessuna proposta di lavoro in tutto il territorio nazionale. Un disoccupato palermitano che rifiuti un lavoro da 800 euro al mese in un magazzino sperduto nelle campagne milanesi, perderà il reddito. Non solo: la prima proposta di lavoro “congruo” – ammesso che venga definito prima o poi questo termine così ambiguo – sarà entro 100km e nei primi 6 mesi di reddito; poi scatteranno i 250 km, che sono tanti, e implicano già il trasferimento. Dopo 12 mesi questa proposta non potrà essere rifiutata.

Insomma, alla fine o emigri o perdi tutto. Salvini odia i migranti esteri e vuole rimpiazzarli con tanti migranti interni. Il Patto di Lavoro implica 35 ore mensili medie di lavori socialmente utili, partecipazione obbligata a corsi di formazione e una partecipazione quotidiana alle piattaforme informatiche di collocamento istituite apposta. Il tutto sotto gli occhi di un “tutore-collocatore”.

Interessante sapere anche che le aziende che assumeranno i titolari di reddito riceveranno un premio se non li licenziano prima di 24 mesi: questo, per il governo, è “l’assunzione a tempo indeterminato”. Il premio sarà pari almeno a 5 mensilità di reddito. Lo stesso premio lo riceveranno i tutori-collocatori o gli enti bilaterali tra sindacati ed imprese, che avranno un ruolo centrale in tutto il percorso formativo e che riceveranno almeno 5 mensilità per ogni lavoratore collocato. Sa un po’ di caporalato di Stato, ma tanti termini inglesi aggiusteranno tutto.

Insomma, il RdC vuole sembrare un buon metodo per aiutare chi fa più fatica a sbarcare il lunario, per aiutare l’Italia ad uscire dalla crisi facendo “girare l’economia”, uno strumento atto a rendere più forti le persone nel mercato del lavoro, per impedire la concorrenza al ribasso sui salari. Invece, a questo punto pare ovvio che lo Stato userà il reddito per l’avviamento alle condizioni di lavoro peggiori.

Il Modello Hartz IV

Come spesso accade, la memoria collettiva, paragonabile a quella di un vecchio con l’alzheimer, difficilmente viene toccata da avvenimenti storici, più o meno recenti che siano. Infatti, il popolo italiano sembra quasi entusiasta di questa iniziativa presa dal “governo del cambiamento”, sulla falsariga della Germania del “Modello Hartz IV”.

Anche noto come “Piano Hartz IV”, è la più importante delle quattro leggi di riforma del lavoro varate in Germania tra il 2003 e il 2005, prende il nome dell’allora direttore delle risorse umane del gruppo VW, Peter Hartz. È stata una riforma centrata soprattutto sul programma di assistenza sociale che comprende un assegno minimo di sussistenza, i quali uffici di collocamento assumono un nome che imita il modello inglese “JobCenter”.

Da allora, un lavoro salariato qualsiasi è la prospettiva di chi ha bisogno del contributo. Come riportato in un’intervista mandata in onda dalla trasmissione Presa Diretta, il 2 marzo 2015:

Noi viviamo come schiavi. Per il jobcenter devi essere sempre reperibile. C’è gente che viene chiamata alle 8 per essere ad un colloquio di lavoro alle 9. E se non vai o non ci sei, scatta la sanzione. Alle aziende va benissimo, naturalmente, perché pagano meno gli operai e li fanno lavorare di più. Hanno cancellato lo Stato sociale e l’hanno trasformato in una sovvenzione per le aziende. Lavori a basso costo, senza diritti”.

Incorrere in sanzioni è facile, le modalità sono simili al nostro RDC. Nel 2015 ci sono state più di un milione di sanzioni. Molti credono che una sanzione riguardi solo la persona colpita. In realtà si riflette sulla famiglia, quando c’è un partner o dei bambini che vivono nello stesso nucleo.

Volevo cambiar vita e impegnarmi in una attività formativa, ma il mio vecchio agente del jobcenter voleva che restassi candidata per un lavoro in una panetteria: quando ho rifiutato il mio contributo è stato ridotto del 30 per cento per tre mesi” (Les Echos, 2 febbraio 2015).

Il sistema si pone come ulteriore ostacolo per chi voglia tentare di cambiare il suo stato sociale o semplicemente formarsi seguendo quelle che sono le proprie inclinazioni. Ha una forte tendenza verso forme burocratiche e tayloristiche di organizzazione del lavoro con bassi livelli di competenza di chi sta a contatto con il pubblico, il che rende difficile affrontare i frequenti casi delicati e non abbiamo motivo di pensare che in Italia le cose andranno diversamente. La politica del: ti dò dei soldi ma tu sei a disposizione della burocrazia e delle imprese, viene fuori da sé insieme a tutte le sue contraddizioni.

La dipendenza dal contributo c’è e si nota già dai dati del 2012, quando, nell’arco di 12 mesi erano uscite dal sistema un milione 970 mila persone e vi erano entrate un milione 760, la metà delle quali in precedenza avevano già ricevuto il contributo. Secondo la confederazione sindacale DGB, circa la metà dei beneficiari ricevono l’aiuto da più di quattro anni, una situazione che si sostanzia nel detto “Hartz IV un giorno, Hartz IV sempre”. Si deduce, quindi, che la riforma non abbia dato proprio una svolta al problema del precariato, e, dopo più di dieci anni le cose non sembrano cambiare.

Certo potrei chiedere il sussidio statale, ma non voglio farlo. Mi sentirei una barbona”. Se si rivolgesse al jobcenter rischierebbe lo stigma dell’incapace. “Un destinatario di Hartz IV viene percepito dalla società come un essere inutile. Siamo stigmatizzati. Ma dietro ogni uomo c’è una storia. C’è una ragione per la quale siamo diventati disoccupati. La maggior parte delle persone non riesce a capirlo. E la cosa più assurda è: io non sono disoccupato – ho un lavoro. Ma con il lavoro che faccio non guadagno abbastanza per vivere. Lo Stato mi considera un disoccupato, ma in realtà io non lo sono” (huffingtonpost.de)

Addirittura Schroeder si è reso conto, con più di un decennio di ritardo, che qualcosa non va. Che è aumentato progressivamente il lavoro part-time e quello dei “mini-job” e che, soprattutto, le aziende sfruttano la legge per sostituire una quota portante della forza lavoro.

Il prodotto di questo tipo di politiche, attuate già in Germania, ci fornisce un chiaro esempio di come un disciplinamento del lavoro da parte dello Stato, mascherato da mano protesa verso i più bisognosi, tenda in realtà a nascondere quelle che sono le fratture di una crisi economica che spinge il capitale a fornirsi di lavoro precario. In una visione sempre più utilitaristica della forza lavoro promulgata dai governi attuali, si va sempre più frammentando e isolando le classi subalterne, con l’obiettivo di rendere sempre più efficiente l’impiego (e il disimpiego) dei lavoratori a vantaggio dell’abbassamento dei costi da parte delle imprese. Mentre Salvini & co. sono impegnati al far trasparire come questi siano meccanismi obbligati e dunque gli unici possibili seguendo la scia dei paesi che “ci sanno fare”, si perde di vista il fatto che in questa società il benessere dell’individuo e la sua emancipazione è sempre subordinata a quello del profitto.

Ma che succede se si prova ad allargare un po’ lo sguardo?

Sul piano teorico, il Rdc, non solo non contribuirà all’emancipazione dalla crisi dello stato né tantomeno del lavoratore dal lavoro salariato. Finirà, piuttosto, per andare in direzione opposta: aggravando la crisi, sviluppando il liberismo e accelerando il processo di precarizzazione del lavoro.

Questo, lo spiega in maniera semplice ed esaustiva Giulio Palermo, docente di Economia Politica all’Università di Brescia, in un articolo di non molto tempo fa di cui qui di seguito verranno citati alcuni estratti.

Da un punto di vista marxista, l’idea di migliorare le condizioni materiali della popolazione semplicemente distribuendo nuovi redditi nasce dalla confusione teorica tra sfere della produzione e della circolazione. Intervenendo solo nella circolazione il RdC agevola la vendita delle merci ma non modifica di una virgola lo sfruttamento del lavoratore nella produzione. Anzi, nel quadro del processo di riforma del mercato del lavoro, favorisce la generalizzazione del lavoro precario e il conseguente arretramento nelle condizioni lavorative e retributive. Dal punto di vista della lotta di classe, il RdC ha un impatto doppiamente negativo: primo, perché aumenta le divisioni interne al proletariato e il differenziale retributivo tra lavoratori regolari e irregolari; secondo, perché sposta l’asse rivendicativo dalla lotta per la difesa degli interessi di classe dei lavoratori alla cooperazione interclasse in nome del bene comune. Infine, la parallela ritirata dello stato sul fronte della spesa pubblica apre nuovi spazi al mercato e favorisce lo sviluppo del processo di mercificazione della società.”

Ecco da dove viene l’esigenza del RdC dei 5 stelle: dalla necessità di spingere i lavoratori sempre più impoveriti ad accettare lavori sempre più di merda, in modo da preservare i profitti dei capitalisti. Per questo la loro proposta si completa con una serie di agevolazioni alle imprese volenterose che assumono questi lavoratori poveri e un po’ sfaticati. Il Movimento 5 stelle non vuole combattere il lavoro precario, da cui discendono disagi sociali e povertà, ma istituzionalizzarlo e generalizzarlo. I poveri non devono stare per strada, devono andare in fabbrica.”

Il professor Palermo, nel suo articolo, affronta anche l’idea di “reddito di cittadinanza incondizionato e per tutti”, prima ipotesi propagandata dai 5Stelle, ma anche da settori di movimento. Si pensava, insomma, di assegnare letteralmente ad ogni cittadino una somma di denaro, indipendentemente dal suo status socioeconomico, solo in base alla cittadinanza.

Anche in questo caso si tratta però solo di un’esca atta a far credere ai lavoratori italiani che esiste un capitalismo buono, che pensa anche ai poveri. E invece no, il punto è proprio questo: non esiste un capitalismo buono.

Il Capitale di Marx è strutturato in tre libri: La produzione del capitale, La circolazione del capitale, La produzione capitalistica nel suo insieme. La questione è semplice: prima si produce, poi si scambia (e solo mettendo assieme questi due momenti dell’analisi si giunge ad una comprensione della produzione capitalistica nel suo insieme). Saltare l’analisi della creazione del valore non porta lontano. Si ha l’impressione che sia lo scambio a dare valore alle merci (le merci valgono perché qualcuno le domanda …). Ma senza produzione di merci non c’è nessun valore da scambiare. La circolazione ripartisce un valore già creato, non può crearne di nuovo. Accrescere i redditi monetari di alcuni soggetti, senza modificare la sfera produttiva, significa ridurre i redditi reali di altri soggetti.”

Insomma, date le compatibilità capitalistiche, sarebbero anche qui sempre i salariati a pagare. Il capitale mette sempre davanti a ogni cosa la vendita delle merci, non il soddisfacimento dei bisogni. A prescindere dal destino di quelle merci o dalla storia della loro produzione, ciò che conta è che alla fine siano utili a riprodurre e accrescere il capitale di partenza. Su questo principio si muove l’economia capitalistica.

“Negando ogni distinzione logica tra produzione e circolazione, gli economisti del RdC credono di poter risolvere i problemi del capitalismo attraverso interventi che toccano solo la sfera della circolazione. Da questa confusione teorica, tipica dell’economia borghese, prende origine quel riformismo di facciata, che a volte assume anche toni radicali, che vorrebbe la fine della povertà e delle disuguaglianze, senza però intaccare lo sfruttamento dei lavoratori nella produzione, che è proprio il meccanismo che produce povertà e disuguaglianze. La produzione di valore, che nel capitalismo passa per la produzione di merci, diventa quindi irrilevante e il problema distributivo appare come indipendente dal problema produttivo. Sembra così che i disagi sociali e la povertà si possano risolvere semplicemente creando nuovi redditi.”

Più si sviluppa il mercato, più i bisogni di uomini e donne — ma anche quelli delle altre specie e dell’ecosistema — smettono di contare. Tutto e tutti diventiamo appendici del capitale. In questo processo, è la natura stessa della merce che si trasforma perché invece di soddisfare i bisogni umani deve soddisfare i bisogni del capitale. Ogni anno le connessioni internet diventano più potenti e più veloci e ogni anno le chiavi di sicurezza si perfezionano per impedire che le connessioni girino a pieno regime… non sia mai un utente si colleghi a scrocco. Invece di investire per allargare al massimo l’accesso al servizio, si investe per restringere l’accesso, per escludere chi non ha soldi. Risultato: dieci connessioni internet per palazzo (senza che nessuno abbia mai verificato seriamente i danni che causano) e cinque disgraziati nello stesso palazzo che non possono nemmeno controllare l’email. Questo è il modo in cui si sviluppa internet sotto la guida del capitale. Lo stesso bisogno di comunicazione potrebbe essere soddisfatto dallo stato con connessioni aperte, a un costo inferiore. E invece lo stato ha prima privatizzato la sua compagnia telefonica e ora si propone di elargire redditi ai cittadini per aiutarli ad acquistare il servizio dalle compagnie telefoniche private.”

“Il mercato è il sistema circolatorio del capitale. Senza di esso, il capitale non può imporre la sua legge. Estenderne il ruolo significa semplicemente espandere il regno delle merci e comprimere quello dei diritti: il capitale avanza e la società indietreggia. Nel mercato, è il capitale che comanda, è come Mike Tyson sul ring. Allargare al mercato i diversi aspetti della nostra vita sociale credendo di combattere il capitale è come interrompere un alterco con Tyson e invitarlo a regolare i conti sul ring.”

Il capitale è un mostro. Quando entra in crisi, il mostro non guarda in faccia a nessuno. Ci sono stati tanti esempi, anche recenti (come la Grecia), di governi “di sinistra” che facendo finta di stare dalla parte del popolo si sono sempre dovuti piegare alla logica del capitalismo. Il mostro, ha bisogno di essere nutrito, sempre. Anche e soprattutto quando scoppia una crisi economica. Anche se governi precedenti, in un periodo di espansione del mercato, è stato più permissivo istituendo leggi per la tutela dei lavoratori, la Carbon Tax per ridurre le emissioni, ma quando un paese va in deficit e il PIL non riesce più a stare appresso all’ammontare del debito pubblico come è successo per la Grecia, il mostro se ne frega delle leggi e delle non leggi, vuole comunque essere sfamato. Allora l’economia di un paese collassa, le banche fanno a gara per prolungare la degenza del debito prestando altro denaro allo stato in default, così da continuare ad essere creditori a tempo indeterminato, e confidare nella capacità di una politica austera che, tra un default e l’altro, sprema sempre più il popolo tramite tasse più aspre e un saggio di sfruttamento sempre maggiore. Ci sarà sempre qualcuno che dovrà lavorare di più per ripagare la scuola, l’ospedale, i carri armati e anche gli interessi.

Quindi, tutto continua a girare intorno sempre e solo all’obiettivo di produrre merce con l’unico scopo di venderla per mettere in circolo del valore, gran parte del quale andrà poi a sfamare banche e banchieri (sotto la forma di interesse del debito pubblico) e che diventerà il diletto del broker che ne continuerà ad estrapolare un valore fittizio che esce fuori da non si sa dove e che chiamano “commissione”. Gli interessi, nell’immaginario collettivo sono una cosa normalissima, ma sono somme di denaro messe in circolo nella sfera finanziaria dell’economia, che, come nodi che prima o poi vengono al pettine, devono essere risolti per evitare un crollo. Ovvero, sono buchi da colmare che, riducendo il discorso all’osso, devono essere riempiti con un valore reale, con un surplus lavorativo da parte di chi produce. E se la classe lavoratrice lavora troppo e guadagna appena quel che gli è sufficiente a rigenerare la sua forza lavoro, riuscendo a stento ad arrivare a fine mese, non si avrà mai un popolo capace di guardare oltre i suoi più imminenti problemi personali… altro che raccolta differenziata. il passo fondamentale è proprio quello di far capire ai lavoratori stessi che sono loro il motore che porta avanti questa baracca di capitalismo e che se decidono un giorno di mettere il culo a terra e non lavorare allora sì che si blocca tutto, anche se è chiaro che scioperare non basta finche il padroni controllano i mezzi di produzione e lo Stato: bisogna organizzarsi per “levarglieli”. Solo così si potrà pensare di smettere di continuare a produrre per il solo scopo di sfruttare i lavoratori, vendere e riempire le tasche di chi è già ricco, evitando immensi sprechi; sistema che peraltro ha sempre la necessità di inventare bisogni superflui. Potremmo usare modelli statistici che ci consentirebbero realmente di gestire produzioni industriali fin nei particolari e che invece sono, per lo più, strumentalizzati a scopi di marketing pubblicitario. Forse è questo il momento di cominciare a produrre solo ciò che è utile a Homo sapiens nel modo più equo, nel rispetto di sé stesso e del pianeta che abita, prima che sia troppo tardi.

Bierre

1 Commenti

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