La Chiesa e il connubio con lo Stato: una storia di potere

La Chiesa cattolica si vanta di una ricca storia fatta di (presunti) santi e (dimostrate) persecuzioni ai danni di “infedeli”, atei e scienziati. Da un punto di vista né teologico né idealista, ma materialista, la storia della Chiesa è innanzitutto una storia di lotte ed accordi per acquisire e mantenere il potere.


La Chiesa cattolica, tra le chiese cristiane, è quella che ancora oggi riconosce il primato di autorità al vescovo di Roma, ovvero il Papa. L’autorità data al Papa, secondo la visione cattolica, viene concessa dalla diretta discendenza spirituale dall’apostolo Pietro, considerato uno dei dodici apostoli di Gesù e eletto come primo capo della cristianità organizzata, come primo Papa.

Da corrente religiosa perseguitata, la Chiesa è diventata un organo di potere politico ed economico che si consolida e si tramanda attraverso i secoli; ciò non vuol dire che non sia mai stato messo a rischio, che non abbia vacillato: lo Stato direttamente controllato dalla Chiesa, lo Stato pontificio, fu abbattuto dalle armate di Napoleone Bonaparte, in un clima di liberazione nazionale dal vecchio domino assoluto del Papa-re sull’Italia centrale, e di fortissima influenza politica sul resto del paese. Solo la vittoria delle vecchie monarchie ancora legate alla vecchia società feudale permise la restaurazione del vecchio regime teocratico dello Stato della Chiesa.

Il rischio di perdere il potere accumulato portò la Chiesa ad aggiornare i propri piani per riprendere terreno e tornare a giocare un ruolo importante nella grande politica europea e mondiale, anche dopo l’annessione del proprio Stato da parte del Regno d’Italia, la cui classe dirigente in quel momento conteneva una forte ala di non-cattolici o comunque anticlericali. Il lavoro per ricomporre la lacerazione tra Santa Sede e paese che la ospita richiede vari decenni, segna progressi via via più significativi nel Primo Dopoguerra (quando la priorità per borghesia, Stato e Chiesa è fermare l’avanzata del movimento operaio e del comunismo, che per qualche tempo sembrano quasi invincibili) culminando coi Patti Lateranensi dell’11 febbraio 1929: consolidato il potere del fascismo (salito al potere nel 1922), Mussolini ha imposto il partito unico (cioè il suo, il PNF) e impone la religione ufficiale unica, concludendo un accordo e una spartizione di potere importantissimi con la Chiesa. Con questi patti si pacificavano i contrasti sorti dalla scomparsa della sfera pubblica del diritto canonico, a danno dei diritti civili e preservando comunque un ambito temporale, per quanto in parte depotenziato. L’Italia riconosceva alla Santa Sede “la piena proprietà, esclusiva podestà e giurisdizione sovrana sul Vaticano”, così come “il principio consacrato nell’articolo primo dello statuto del regno 4 marzo 1848, pel quale la religione cattolica apostolica e romana è la sola religione dello Stato”. A questi ritrovati vantaggi vanno aggiunti tutti i privilegi fiscali, le concessioni e i versamenti periodici di fiumi di denaro da parte dello Stato italiano a quello vaticano – senza che la situazione sia cambiata molto, sempre rimanendo sul piano del potere e dei rapporti sociali, dopo la proclamazione della Repubblica.

La concezione di “libera Chiesa in libero Stato” ha fatto da paravento alla Chiesa cattolica in special modo durante la dittatura fascista quando si trattava di prendere posizione contro la violenza brutale dello Stato contro la sinistra, il movimento operaio, i movimenti democratici, le minoranze etniche e religiose: nulla di tutto questo smuoveva la salda alleanza tra Chiesa e Stato, nonostante la quantità e la durezza dei crimini commessi che andavano, secondo i principi “celesti” della Bibbia, contro la morale cristiana. La contropartita a questa impunità morale dello Stato italiano è la letterale impunità giuridica del clero cattolico nei confronti della legge italiana, che non persegue preti e vescovi con le stesse modalità con cui è applicata a un qualunque cittadino italiano – fermo restando che la giustizia non è mai “uguale per tutti” finché alcuni hanno il potere economico e politico di influenzare e deviare qualsiasi principio di democrazia e giustizia nell’esercizio della legge.

Accade così che autori riconosciuti di numerose violenze su minori, anche portatori di handicap, non debbano di fatto scontare nemmeno un giorno di carcere grazie alla struttura autonoma di “recupero” gestita dalla Chiesa senza che vi si possa ficcare il naso.

Nel 1948 i Patti Lateranensi furono riconosciuti costituzionalmente nell’articolo 7, con la conseguenza che lo Stato non può denunciarli unilateralmente come nel caso di qualsiasi altro trattato internazionale, senza aver prima modificato la Costituzione. Qualsiasi modifica dei Patti deve inoltre avvenire di mutuo accordo tra lo Stato e la Santa Sede, in tal caso la revisione dei Patti non richiede un procedimento di revisione costituzionale: è ben difficile che una revisione, che preveda dei danni economici e politici per il Vaticano, sarà mai presa di comune accordo col Papa.

Ancora oggi chi, con coraggio, ha sempre cercato di contrastare la chiesa e la sua dottrina sociale e politica contrapponendole l’amore per la scienza, per la verità e per la vita (quella realmente “naturale”, non quella a immagine e somiglianza… di prete), è oggetto di repressione anche nelle “più avanzate democrazie”, come è successo al noto matematico e ateo Piergiorgio Odifreddi quando non aveva nemmeno attaccato direttamente la Chiesa, ma il giornalista Scalfari che vantava finti colloqui “rivelatori” col Papa.

Può sorgere, a questo punto, una domanda: non è possibile modificare questa situazione sconfiggendo la Chiesa tramite una “rivoluzione culturale”, facendo sì che il popolo smetta di credere alla dottrina della Chiesa e sia finalmente laico, come auspicavano gli lluministi del Settecento? Noi marxisti pensiamo che la questione non sia così semplice proprio perché dietro alla battaglia ideologica tra superstizione e razionalità, tra dogma religioso e scienza ci sia un sistema di rapporti tra classi sociali, di rapporti di riproduzione della società che fanno sì che alcuni (come il clero) abbiano l’interesse materiale a mantenere la ricchezza concentrata nelle proprie mani, a sfruttare e a mantenere nell’ignoranza la grande maggioranza del popolo. Per questo non adottiamo un approccio di demonizzazione della fede, del sentimento religioso in sé, che è un prodotto “naturale” delle antiche società da noi ereditato, e che non fa che incanalare in una forma per noi obsoleta il senso di moralità e di giustizia che ogni essere umano sviluppa nei rapporti con gli altri. Per questo il nostro ragionamento, che qui è concentrato sulla Chiesa cattolica in Italia, non è radicalmente diverso nell’affrontare altre religioni e altre chiese.

La storia di potere che caratterizza la vita millenaria della Chiesa insegna come l’arbitrio, lo strapotere politico ed economico di queste caste, che giustificano il proprio ruolo parassitario sulla società in nome di un essere superiore, non possono essere estirpati e superati con una mera lotta morale, filosofica, ideologica: essendo la Chiesa un tutt’uno con la classe dominante, con la borghesia, è interesse di tutti gli sfruttati e gli oppressi unire in un’unica lotta di classe l’opposizione a banchieri, industriali e clero: la “libera Chiesa in libero Stato” è quella che verrà costretta a sopravvivere senza avere in mano immense proprietà e senza sfruttare nessuno al fine di estorcere ulteriore ricchezza.

Vanja, Giacomo Danielevic

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