La mobilitazione nelle università contro il colonialismo sionista e per l’interruzione delle relazioni con le università israeliane hanno rappresentato uno sviluppo interessante nella politica italiana e internazionale. Perchè il movimento non si spenga è però necessario discutere della prospettiva e della strategia. Seguono alcune riflessioni in questo senso, e la traduzione di un articolo da Révolution Permanente, utile ad allargare lo sguardo e ad approfondire il dibattito sull’esigenza di saldare l’alleanza tra il movimento studentesco e la classe lavoratrice.


 

In questo ultimo periodo abbiamo assistito in Italia a una crescente mobilitazione all’interno dei vari atenei italiani. Da Roma e Firenze, da Napoli a Milano e Torino. Una mobilitazione a sostegno del popolo palestinese e contro le politiche genocide del governo israeliano contro Gaza. Nonostante una buona partecipazione alle manifestazioni e alle occupazioni (come Napoli, Padova, Firenze, Milano, Torino e Macerata…) emerge la necessità di estendere le rivendicazioni per allargare il movimento, che finora resta confinato a un’avanguardia di studenti.

 

In questi giorni più e più azioni hanno preso di mira le collaborazioni e partnership dei diversi atenei italiani con le grandi aziende delle armi e dell’energia, a diverso titolo complici dello stato sionista israeliano. Questo si inserisce all’interno di un processo di privatizzazione universitaria al quale stiamo assistendo almeno da due decenni. La partecipazione a livello economico delle grandi industrie e compagnie come ENI e Leonardo sono di fatto il frutto di questo processo. Il buco economico di anni e anni di tagli all’istruzione e finanziamenti a pioggia alle università private sono stati colmati dall’inserimento dei grandi gruppi del capitalismo italiano e internazionale. Aziende che si macchiano le mani del sangue palestinese e che rispondono direttamente agli interessi del capitale e dell’imperialismo italiani.

 

La lotta contro il sionismo deve quindi essere accompagnata dalla rivendicazione di un’università pubblica, realmente democratica e gratuita. Solo assumendo questa prospettiva si può impostare un discorso politico che sia in grado di fare della mobilitazione specifica un momento di accumulazione per rilanciare il movimento studentesco in Italia e – di contro – costruire i rapporti di forza per vincere anche su partite come l’interruzione delle relazioni con le istituzioni accademiche sioniste. Inoltre, collegare l’opposizione al colonialismo israeliano alla lotta al capitalismo, quindi ai tagli e ai processi di privatizzazione, può aiutare a impostare un discorso in grado di connettersi alle istanze dei lavoratori, che hanno scioperato in queste settimane contro una finanziaria del governo nel segno di un relativo ritorno all’austerità. Al netto dei limiti strategici dei vertici sindacali, tali mobilitazioni hanno dimostrato il potenziale del movimento dei lavoratori, l’unico soggetto che grazie alla sua capacità di bloccare l’economia può dare gambe a progetti di cambiamento e di rottura.


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Questi dibattiti sono a dire il vero poco presenti nel movimento studentesco in Italia, dove l’idea della “convergenza” emersa con la vertenza dei lavoratori GKN è stata assimilata più come generica esigenza di solidarietà tra le lotte, che come necessità di costruire una prospettiva anti-capitalista unitaria baricentrata sulla forza d’urto della classe lavoratrice. Non si tratta, inoltre, di un dibattito solamente italiano, ma internazionale. Nell’ottica di favorire la discussione, riportiamo un testo dei nostri compagni di Revolution Permanente sulla recente scia di mobilitazioni studentesche pro-Palestina che ha avuto luogo anche in Francia, fornendo – al di là delle specificità del caso – spunti utili sulla falsa riga di quanto detto fin qui

 

Djngo Renato

 

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Parigi, Tolosa, Montpellier: gli studenti si mobilitano dappertutto in Francia per la Palestina.

 

Il 29 novembre, centinaia di studenti in diverse università francesi si sono riuniti per denunciare i massacri in Palestina e il sostegno complice dell’imperialismo francese, in risposta all’appello dei comitati studenteschi di solidarietà con la Palestina a Parigi. È stata una giornata che ha rivendicato l’allargamento del movimento.

Raduni, striscioni, cortei: il 29 novembre gli studenti di una dozzina di università e istituti superiori si sono mobilitati a sostegno della Palestina. Su iniziativa dell’assemblea interuniversitaria di Parigi, il 15 novembre i giovani sono stati invitati a mobilitarsi e a “scioperare” il 29 novembre. Questa giornata si è inserita nell’ondata di mobilitazione a sostegno del popolo palestinese che si sta sviluppando da diverse settimane in molte università francesi. Questo slancio si è già concretizzato in diverse azioni nelle università, come il sit-in a Place de la Sorbonne, le manifestazioni a Le Mirail e a Sciences Po, la creazione di ‘cortili giovanili’ nelle manifestazioni per la Palestina e la marcia del 25 novembre contro la violenza sulle donne, azioni che testimoniano la graduale strutturazione di questo movimento.

L’azione è stata molto partecipata nella regione parigina, dove sono stati bloccati il campus Jourdan dell’ENS e il campus Condorcet, e dove sono intervenuti i comitati delle università di Parigi 1, Parigi 8 e Paris-Cité. L’appello dell’assemblea parigina ha avuto eco anche oltre i confini della regione parigina, con azioni a Bordeaux, Tolosa, Montpellier e Rennes.

Diverse decine di studenti si sono riuniti nel campus di Mirail alle 10.30 per lanciare questa giornata di azione nazionale. Nel cuore dell’università sono state esposte fotografie di persone uccise a Gaza e intere pareti sono state coperte con i nomi di oltre 13.000 persone uccise dall’inizio dell’offensiva dell’esercito israeliano. “L‘obiettivo era quello di mettere in evidenza questi volti e questi nomi per umanizzare le vittime dei massacri, con la scritta ‘Stop al massacro in Palestina’ che abbiamo attaccato ovunque con gocce di vernice rossa. Volevamo che la realtà di questo massacro fosse visibile agli studenti, con l’idea di metterli in guardia“, racconta Ethan, studente dell’Università di Mirail e membro del Comitato di sostegno alla Palestina di Tolosa.

All’Università di Paris-Cité, le azioni condotte fin dal mattino dai membri del comitato di sostegno locale erano volte soprattutto a sensibilizzare gli studenti sulla situazione a Gaza e in Cisgiordania. Oltre a ciò, è stata organizzata una mostra fotografica, allestita sulla spianata del campus di Grands Moulins, che ripercorreva la storia della colonizzazione in Palestina, con l’obiettivo di “infrangere l’idea che si tratti di un ‘conflitto’ iniziato il 7 ottobre“, secondo Mitia, uno studente coinvolto nella giornata d’azione, sono stati srotolati diversi striscioni e sono state incollate in giro per il campus immagini di gazawi uccisi dall’esercito israeliano. “Queste azioni, che avevano lo scopo di aumentare il nostro profilo, hanno funzionato molto bene e hanno portato a diversi dibattiti con gli studenti. Abbiamo sensibilizzato i comitati per la Palestina e abbiamo potuto discutere del ruolo della Francia nel genocidio“, afferma Mitia.

Nel corso della giornata si sono tenuti anche comizi e dibattiti nei vari campus coinvolti. All’Università di Rennes 2, dove si sono riunite diverse decine di studenti, Jules si è detto orgoglioso “di vedere che stiamo riuscendo a organizzare la solidarietà con il popolo palestinese a Rennes 2, ma anche in tutta la Francia, a Parigi, Tolosa, Marsiglia e Strasburgo“. Anche all’Università di Montpellier la manifestazione ha avuto successo, con la partecipazione di 60 persone. Per Louise, studentessa e attivista di Le Poing Levé, “è stato importante rendere visibile il comitato a molti studenti che non erano necessariamente a conoscenza del massacro in corso in Palestina“.

A Parigi, diverse centinaia di persone si sono riunite mercoledì sera in Place de la Sorbonne in risposta all’appello del Comitato Parigi 1 Palestina. La veglia è stata caratterizzata da un sit-in e scandita dagli interventi di studenti e attivisti, che hanno espresso la rabbia e la solidarietà dei giovani di fronte alla tragedia della colonizzazione in Palestina. Per Ariane, studentessa di Parigi 1 e portavoce del Poing Levé, “essere qui oggi, come giovani, significa dire a Macron, Biden e Netanyahu che dalle università francesi non smetteremo di gridare per la libertà del popolo palestinese, perché senza questa libertà, e quella di tutti i popoli oppressi, noi stessi non saremo mai completamente liberi“.

Una rabbia alimentata anche dall’accresciuta presenza dell’estrema destra nella mente delle persone, dopo gli eventi di Roman-sur-Isère e l’appello del gruppo identitario Les natifs per una manifestazione nella stessa piazza venerdì 1° dicembre. Per Anasse Kazib, ferroviere e portavoce di Révolution Permanente, “la lotta rivoluzionaria del popolo palestinese deve mobilitarci, non solo contro il genocidio a Gaza, ma anche contro l’autoritarismo e il razzismo che stanno aumentando in Francia che sta approfittando per reprimere il sostegno alla Palestina“.

La repressione del movimento a sostegno della Palestina è stata resa ancora più forte dal fatto che la Francia è uno dei più fedeli alleati del regime coloniale israeliano. Il ruolo svolto dall’imperialismo francese ha spinto molti comitati di sostegno a sottolineare nelle loro azioni la responsabilità della Francia nel massacro. Come gli studenti dell’Università Paris-Cité, che si sono dipinti le mani di rosso per denunciare la complicità dello Stato francese, “che è il più grande rivenditore di armi per Israele in Europa“, dice Mitia. Anche il ruolo delle università è stato denunciato direttamente durante le manifestazioni. Per Louise, la mobilitazione a sostegno della Palestina è stata tanto più importante all’Università Paul Valéry perché “storicamente questa università aveva una partnership con l’Università Bir Zeit in Cisgiordania, ma questa è stata sostituita diversi anni fa da una partnership con l’Università di Haifa (israeliana, n.d.t.). Per noi era importante dimostrare che, come studenti della Paul Valéry e di altre università, denunciamo questa collaborazione con uno Stato coloniale“.

Mobilitazione, nonostante la repressione dello Stato e delle università francesi, contro l’apartheid e la colonizzazione

È l’inizio di una dinamica anticoloniale all’interno delle università, che risuona ancora di più il 29 novembre, giorno in cui è stata riconosciuta l’esistenza dello Stato di Israele, con il sostegno delle maggiori potenze imperialiste, all’interno dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU). Ora che è diventata una giornata internazionale di solidarietà con la Palestina, per Ethan era importante “rivendicare questa giornata come una giornata di lotta per la Palestina, segnare questo giorno con obiettivi diversi da una semplice lotta che passa attraverso le istituzioni internazionali senza mettere in discussione le cause di 75 anni di colonizzazione e massacro dei palestinesi da parte dello Stato di Israele.

È anche per questo che diversi collettivi palestinesi hanno indetto una veglia a Parigi per dire “Stop al genocidio, abbasso la colonizzazione e l’imperialismo“. Nel comunicato stampa che accompagna l’appello si legge: “Noi, studenti e personale del Comitato di sostegno alla Palestina della Sorbona, rispondiamo all’appello degli studenti palestinesi per una giornata di azione mondiale il 29 novembre. Siamo convinti dell’importanza del ruolo della gioventù internazionale di fronte alle politiche criminali delle potenze imperialiste.

Tuttavia, le varie azioni che hanno avuto luogo nelle università mobilitate illustrano ancora una volta le difficoltà per il movimento di superare un certo “soffitto di vetro” ed estendere la mobilitazione ad ampie fasce di studenti. Questa dinamica è dovuta in particolare alla politica del governo di reprimere tutte le manifestazioni a sostegno del popolo palestinese, che è stata ripresa dalle università. All’Università Paris-Cité, ad esempio, “i poliziotti sono venuti a intimidirci“, racconta Mitia, “abbiamo dovuto aspettare che se ne andassero prima di poter iniziare la manifestazione”.

Questo stesso studente, che studia all’Inalco, è stato costretto a unirsi al comitato della vicina Université Paris-Cité, a causa della forte repressione applicata dalla sua istituzione. “All’Inalco non ci è permesso di usare un anfiteatro per le riunioni, siamo intimiditi durante le riunioni, che si tengono fuori dall’università, oltre ad altre tattiche di pressione. Tattiche che si nascondono dietro la neutralità, che fanno il lavoro sporco per nascondere il fatto che l’università ha due partnership con università israeliane, oltre al fatto che ci sono stati segnalati diversi casi di molestie islamofobiche e anti-arabe “. Un clima di repressione nelle università che si combina con la propaganda pro-Israele sistematicamente diffusa dai media, che cerca di associare il sostegno alla Palestina all’antisemitismo, mentre i gruppi sionisti molestano gli attivisti, minacciandoli di morte o di stupro per il loro sostegno alla Palestina.

È un contesto che richiede più che mai un’ampia mobilitazione, alla quale il movimento sindacale deve unirsi. Per Jules, studente di Rennes 2, “dobbiamo inviare un messaggio dalle università a tutti i settori che sono scesi in piazza negli ultimi mesi: lavoratori e giovani dei quartieri popolari. È mobilitandoci insieme che potremo opporci alla repressione“. È un appello che riecheggia anche quello di Ariane ai leader delle centrali sindacali di Place de la Sorbonne: “Abbiamo bisogno di un attore centrale di tutte le lotte vittoriose al nostro fianco, abbiamo bisogno di lavoratori. Stiamo aspettando che i giovani studenti elaborino un piano di battaglia affinché i lavoratori si uniscano ai giovani nella lotta per la Palestina e insieme paralizzino l’intera economia, che viene usata per commettere un genocidio“.

È in questo spirito di convergenza tra giovani in lotta e lavoratori che gli studenti dell’Università di Mirail si sono riuniti a sostegno di Gaëtan, operaio aerospaziale, accusato di “apologia di terrorismo” e convocato dalla polizia martedì scorso per aver sostenuto la Palestina.

Una situazione in cui la costruzione di un vero e proprio movimento studentesco potrebbe ribaltare la situazione. Se si sviluppasse, potrebbe essere un enorme sostegno per strutturare la mobilitazione nei luoghi di lavoro o nei quartieri e ampliare le rivendicazioni. Passare da centinaia di studenti e liceali mobilitati a migliaia o decine di migliaia di persone permetterebbe di andare oltre il sostegno simbolico per costruire un movimento duro contro lo Stato coloniale di Israele, capace di cambiare la situazione in Palestina.

                                                                           

Antoine Chantin

Traduzione de Révolution Permanente

Ricercatore indipendente, con un passato da attivista sindacale. Collabora con la Voce delle Lotte e milita nella FIR a Firenze.