Sullo sfondo del dibattito sulla DaD e sulle scuole c’è il mondo dell’università che arranca, a causa di una superficiale gestione dell’emergenza Coronavirus. Le prospettive degli studenti sono più incerte che mai, mentre riemergono con forza le contraddizioni di natura sociale, economica e politica che affliggono da sempre il nostro sistema d’istruzione superiore.


Conclusasi la prima sessione d’esami d’emergenza dopo lo scoppio della pandemia di Coronavirus, è tempo di bilanci per quanto riguarda la risposta delle università italiane di fronte all’emergenza sanitaria e l’efficacia delle misure adottate per rendere questo semestre accademico conclusosi da poco a prova di pandemia. Impresa, tuttavia, per nulla facile – trarre un bilancio, si intende – per il semplice fatto che ben poco, se non nulla di concreto è stato fatto su questo fronte. Mentre il ministro dell’università e della ricerca Manfredi guarda al futuro, parlando già di una “Fase 3” per gli atenei italiani, viene da chiederci quali siano state le altre due fasi che ci stiamo lasciando alle spalle.

Non c’è molto da dire, infatti, su questi ultimi mesi: già a febbraio, gli atenei hanno chiuso tutte le strutture – aule, mense, biblioteche, laboratori ecc. – a studenti e docenti, strutture che ancora non sono state riaperte. La didattica, qualora possibile, è stata trasferita sulle piattaforme digitali, lo stesso per esami e discussioni di laurea. Chiusura e passività le parole d’ordine che meglio descrivono una risposta che è stata una non-risposta. La “corsa” agli accorgimenti sanitari non è partita subito e solo adesso si sta cominciando a parlare di un ritorno in aula previsto per settembre, con distanziamenti, barriere di plexiglass e postazioni di sanificazione.

Questa fantomatica “Fase 3” prevede anche il passaggio ad una didattica di tipo misto, ovvero in parte in presenza e in parte online. Questo però fa emergere uno dei molti problemi strutturali che riguardano l’università italiana e che la gestione nel periodo emergenziale non hanno nemmeno toccato; quello degli alloggi per i fuorisede. Risulta infatti difficile pensare che degli studenti vogliano cambiare città e affrontare la spesa affitto per svolgere comunque metà della didattica dalla propria scrivania. E non è un caso se a vedere un maggiore calo nei propri iscritti saranno proprio quegli atenei ad alta concentrazione di fuorisede (Bologna, Milano e Trento in primis).

In totale, la perdita complessiva di nuovi iscritti per il prossimo anno accademico è stimata attorno ai 35mila, l’11% della somma totale delle nuove matricole. Ciononostante ancora non è stata presa seriamente in considerazione l’opzione di aprire le facoltà a numero chiuso; l’ennesima occasione persa per affrontare le limitazioni classiste che persistono nel sistema universitario e i vari nepotismi che segnano i test d’ingresso e le graduatorie di concorso. Il rischio è quindi che a settembre solo una minoranza di studenti abbastanza fortunati da vivere vicino ad una sede o da potersi permettere un alloggio in piena crisi economica potrà usufruire delle lezioni in presenza.

Certo, molti atenei hanno disposto l’erogazione anticipata delle borse di studio, hanno alleggerito o ritardato il pagamento delle tasse oppure elargito dei prestiti d’onore. Il ministro di Università e Ricerca Manfredi ha addirittura proposto un allargamento della fascia d’esenzione ai 20mila euro d’ISEE. Tutte misure che al massimo potranno fungere da palliativi, e che provengono a titolo meramente individuale dai singoli atenei. Ma un problema sistematico ha bisogno di soluzioni sistematiche. Ad oggi, non è pervenuto alcun tipo di politica universitaria d’emergenza seria, si è preferito sacrificare un intero semestre per poi arrivare in estate a spendersi in volatili promesse.

Sembra essere diventato ormai un leitmotiv di questa crisi che una serie di problemi preesistenti siano aggravati dalla gestione dell’emergenza, invece che combattuti e sradicati. L’università di certo non ha fatto eccezione da questo punto di vista. Hanno ragione i 900 docenti firmatari di un recente appello per lo stop della DaD a dire che l’istruzione superiore italiana è finita dietro alle vacanze in spiaggia e ai giri al centro commerciale nella lista delle priorità. Ma, per quanto siano condivisibili le loro proteste, non propongono alcuna soluzione strutturale al problema. Ciò che manca è un movimento studentesco che avvii una lotta politica, a fianco e legata a quella dei lavoratori – non solo della scuola -, rivendicando un’istruzione che non sia preda dell’ennesima “fortunata” occasione per subordinare ancora di più la scuola e l’università ai dettami degli industriali, trovando soluzioni “facili” di fronte alle nuove esigenze sanitarie che pesano tutte su studenti e insegnanti. L’università sarà sempre una realtà dimezzata finché gli studenti non potranno costituirsi come soggetto decisionale al suo interno. Il Coronavirus ci ha mostrato brutalmente che i tempi sono maturi per soddisfare finalmente quest’urgenza… ma nessun governo dedicato al “rilancio dell’economia” a spese di giovani e lavoratori ci garantirà questa misura.

 

Marco Duò

Vive in Veneto. Lavora come precario nel mondo della scuola.