Giorgiana Masi viene uccisa nel 1977 a soli 18 anni: un fatto da leggere nella dinamica della lotta di classe e dei movimenti sociali che investirono il paese negli anni ‘70 sulla spinta dei moti rivoluzionari internazionali.

Una stagione politica di politicizzazione anticapitalista che si scontrava col tradimento dei partiti tradizionali della classe operaia italiana, come il PCI conciliazionista con un governo che ammazzava lavoratori, studenti e donne in difesa della propria struttura statale e degli interessi della borghesia.


Gli anni ‘70: una nuova ondata di lotta di classe e protagonismo delle donne
Ci troviamo nella seconda metà degli anni ‘70, precisamente il 1977, anni in cui l’Italia era scossa da ondate di repressione e lotta di classe, anche armata, quasi ogni giorno.
La vita politica del paese, lo sfruttamento sui lavoratori e la loro risposta di lotta, le discriminazioni di classe nelle università e il tradimento del PCI che da quando era al governo non aveva affatto alimentato e appoggiato i movimenti di lotta: tutto ciò generava in Italia una situazione di altissima tensione e di polarizzazione tra Stato e partiti (anche di sinistra) che lo difendevano, con l’aggiunta dei gruppi neofascisti che fungevano da braccio armato informale dello Stato nella sua politica di terrore, e lotte operaie e giovanili che si convogliavano in forze sotto la direzione della sinistra extraparlamentare.
La retorica che ha ammantato i fatti di quegli anni ci propone una fioritura “spontanea” dei fenomeni di lotta armata connessi alla lotta di classe in Italia, ma bisogna ricordare che in quegli anni le armi furono imbracciate in primo luogo per autodifesa; un’autodifesa dettata dalle decine e decine di vittime, giovani, studenti, ammazzati durante gli scontri con la polizia. Solo dopo anni di lotta in cui si rivendicava un futuro migliore, più giusto per giovani e lavoratori, e dopo il tradimento della fiducia posta nel “grande” PCI, che diceva di difendere i lavoratori e gli oppressi ma in realtà sedeva solo un po’ più a sinistra di chi difendeva con le armi gli interessi della borghesia, si formano gruppi organizzati che utilizzano la lotta armata a partire da una base ideologica precisa, influenzata dalle pratiche di guerriglia e “guerra di popolo” in altri continenti.
Un periodo in cui ogni giorno si lanciavano cortei e occupazioni di facoltà e intere università in tutta Italia per i diritti degli studenti; scioperi di massa con picchetti e blocco dell’entrata in tantissime fabbriche, anche tra le più imponenti e centrali come la Fiat o la CocaCola. Un periodo in cui si levava anche il grido di donne, lavoratrici e studentesse, che rivendicavano la libertà di essere donne, di gestire le proprie relazioni, di poter conquistare un nuovo ruolo sociale: infatti è proprio in questi anni che si conquista il diritto al divorzio e all’aborto, un più ampio diritto allo studio e alla partecipazione della vita universitaria; è in questi anni che le donne diventano avanguardie dei movimenti di lotta in diversi posti di lavoro in sciopero.

 

Il ‘77, lo stato d’emergenza e la morte di Giorgiana Masi
In questo clima arriviamo alla primavera del ‘77 in cui, sotto sollecito del ministro degli interni Cossiga, il presidente Andreotti, con l’appoggio delle forze parlamentari compreso il Partito Comunista Italiano, indice lo stato d’emergenza per tutto il Lazio, impedendo così ogni tipo di manifestazione non indetta dalle forze parlamentari. Ciò con la motivazione che i gruppi extraparlamentari stessero fomentando una situazione che metteva a rischio lo Stato e l’ordine pubblico, a seguito in particolare dell’omicidio di un agente di polizia, Settimio Passamonti, da parte dell’Autonomia Operaia sulla scia degli scontri avvenuti dopo il tentativo di sgombero da parte della polizia dell’Università di Roma occupata dagli autonomi.
Alla storia passa l’annuncio stampa delle misure speciali di Cossiga in cui afferma:

Deve finire il tempo dei figli dei contadini meridionali uccisi dai figli della borghesia romana.

 

In questo contesto il Partito Radicale guidato da Marco Pannella decide di opporsi a tale manovra e di indire una raccolta firme in piazza il 12 maggio per alcuni referendum abrogativi, scegliendo il giorno di commemorazione del terzo anniversario della vittoria del referendum sul diritto al divorzio. Il Partito Radicale lancia questa data in nome della difesa dei diritti costituzionali di mobilitazioni e sciopero, ma in piazza scendono anche tantissimi gruppi extraparlamentari e appartenenti all’Autonomia che rivendicavano la libertà di azione e movimento contro lo stato di polizia imposto dal governo con queste manovre speciali che di fatto alimentavano soltanto lo stato di terrore e non potevano arrestare “per decreto” il conflitto di classe.

Spinte anche dalla rabbia dell’omicidio dell’ennesimo compagno ucciso a soli 25 anni a Bologna, Francesco Lorusso, il 12 maggio scesero in piazza più di 100mila persone, e ad attenderle trovano uno schieramento impressionante di forze dell’ordine: parte così una giornata di scontri che dura ore.

Come si legge dalla testimonianza di un’ attivista femminista presente quel giorno:

Ci ritrovammo dopo molto tempo rinchiuse a Campo dei Fiori, non si poteva uscire. Non so come riuscimmo ad ottenere l’apertura di una via per poter defluire verso Trastevere. Una trappola, fummo caricate sul ponte Garibaldi.

E fu proprio lì che, dopo sette ore di cariche, scontri e decine di feriti, viene uccisa da agenti in borghese Giorgiana Masi (il cui vero nome è in realtà Giorgina). Proprio nel giorno di commemorazione di una vittoria per i diritti delle donne a vivere una vita più emancipata e libera, una ragazza di soli 18 anni muore ammazzata: il suo omicidio rimarrà impunito nonostante le prove che collegano il bossolo che l’aveva colpita a una pistola in dotazione agli agenti in borghese; anzi, la motivazione di archiviazione del caso era che fosse stata ammazzata da “fuoco amico”.

 

La lezione degli anni ‘70

Per quanto oggi i cosiddetti “anni di piombo” vengano ricordati quasi esclusivamente per i morti, le stragi e la politica del terrore imposta dal governo, in realtà furono prima di tutto anni in cui l’Italia fu inondata di politica, organizzazione e lotta di classe; anni che ci hanno mostrato l’importanza e la forza dell’unità d’azione tra il movimento studentesco e quello operaio, e come questi possano dar forza anche ad altri movimenti, all’epoca purtroppo più distanti, come quelli femministi.

Dunque, gli anni ‘70 ci insegnano che, di fronte al muro apparentemente incrollabile dello Stato, del suo apparato militare interno e “in appalto” (come sono stati i gruppi fascisti del tempo), delle grandi burocrazie del movimento operaio stesso, l’unica strategia che garantisce la possibilità non solo di strappare conquiste parziali e riforme del sistema, ma di cambiarlo da cima a fondo in una società più giusta e senza sfruttamento, passa non solo dall’unità nella lotta della classe operaia, ma dalla sua alleanza con i soggetti oppressi della società, a partire dalla gioventù e dalle donne: colpendo separati e con diversi programmi, si è destinati tutti a perdere.

Il ricordo di Giorgiana, così come dei morti che pesano sulle nostre spalle, di tutti quei giovani, studenti, lavoratori o donne, che credevano e lottavano per un futuro diverso, non può che essere una spinta e un’ispirazione nella lotta per una società più giusta in cui il diritto a una vita veramente degna, senza sfruttamento, senza oppressioni, sia un principio da applicare e non il nemico a cui sparare.

 

Scilla Di Pietro