Traduciamo questo articolo, apparso originariamente il 02/03/2026 nella rivista Ideas de Izquierda, curata da La Izquierda Diario, giornale della rete Red Internacional di cui fa parte anche La Voce delle Lotte, come approfondimento per un incontro del gruppo di discussione femminista.
Commento su Il malinteso della vittima (Tinta Limón, 2024) scritto da Tamar Pitch, giurista italiana femminista.
Tamar Pitch è una giurista italiana che riflette da diversi decenni sul punitivismo, sulla sua influenza sui femminismi e su altri movimenti contro l’oppressione. In Il malinteso della vittima (Tinta Limón, 2024) affronta quello che chiama lo status della vittima e il suo ruolo nella giustizia penale, invocata (nelle parole di Pitch) “come soluzione a tutti i problemi sociali e politici”. Stiamo assistendo, dice l’autrice, “a una depoliticizzazione accompagnata da una criminalizzazione sempre più estesa di problemi, fenomeni e conflitti”.
L’ipertrofia della giustizia penale come soluzione “universale” si inserisce in un contesto di “garantismo verso i potenti”, un concetto del giurista italiano Luigi Ferrajoli che Pitch recupera nel suo libro. Tale garantismo consiste nel fatto che ciò che i potenti “’rovinano’ è difficilmente individualizzabile, quindi difficilmente imputabile. Non è una persona, non è Elon Musk in persona a contaminare il resto del mondo. È complicato, sono crimini che Ferrajoli chiama ‘crimini di sistema’”. Questa idea può essere accostata a quella che Friedrich Engels chiamò “crimini sociali” nel suo studio sulla classe operaia in Inghilterra a metà del XIX secolo, quando paragona un crimine come l’omicidio, facilmente riconoscibile, al togliere a
migliaia di esseri umani i mezzi di sussistenza indispensabili, imponendo loro condizioni di vita tali da rendere impossibile la sopravvivenza (…) è un crimine, molto simile a quello commesso da un individuo, salvo che in questo caso è più dissimulato, più perfido, un crimine dal quale nessuno può difendersi, che non sembra un crimine perché non si vede l’assassino.
Le critiche di Pitch alla deriva punitivista non le impediscono di segnalare i problemi della giustizia penale, da un lato, e la legittimità delle rivendicazioni che le vengono rivolte, dall’altro.
La giustizia è classista e razzista. È anche sessista, ma non perché penalizzi le donne più degli uomini: al contrario, le donne rappresentano una piccola percentuale della popolazione denunciata, condannata e detenuta. È sessista perché risulta complesso riconoscere e perseguire come reati le offese e le violenze perpetrate contro le donne, e spesso la giustizia si mostra di difficile accesso per le loro richieste e rivendicazioni.
La sua lettura critica non invalida neppure le lotte femministe per far riconoscere come crimini gli abusi subiti dalle donne, considerati privati fino a qualche decennio fa. Mette però in guardia sulle conseguenze dei discorsi che convergono per molteplici vie nella “retorica punitiva dominante”. Non è la sola. Da un punto di vista diverso, Sarah Schulman, attivista e autrice di Il conflitto non è abuso. Contro la sovradimensione del danno, riflette sul punitivismo e sulla svolta “statale” di alcuni settori del femminismo, che hanno attribuito alla Polizia (fonte indiscussa di violenza) il ruolo di intermediaria nei conflitti legati alla violenza machista quando, spiega Schulman, si è passati dalla ricerca della trasformazione delle condizioni sociali alla cooperazione con lo Stato.
I problemi affrontati in Il malinteso della vittima non sono esclusivi del movimento femminista; tuttavia, Pitch coglie nel segno nell’indicare quanto siano paradigmatiche le forme che alcune tendenze assumono in quel movimento attorno alla lotta contro la violenza patriarcale in tutte le sue forme. E aggiunge al dibattito un aspetto essenziale talvolta trascurato o attenuato: il contesto storico, sociale e politico in cui questi discorsi nascono e si consolidano, con tutte le complessità che li attraversano. Uno dei primi problemi che individua è la semplificazione, il continuo appello a concentrarsi su un’unica questione (in questo caso il genere), quando questioni tanto profonde come l’oppressione patriarcale implicano intrecci molteplici nelle società capitaliste. La femminista nera Angela Davis lo ha spiegato meglio:
Perché non può essere più semplice? Se ci concentrassimo unicamente sul genere le cose sarebbero molto più facili. Ma è proprio questa smania di semplicità ad aver reso il femminismo responsabile delle sue false verità universali (“Dialoghi complicati”, Una storia della coscienza. Saggi scelti).
Un’elaborazione interessante, in consonanza con altri contributi come La scelta per la guerra civile (Tinta Limón), è quella di includere la “predilezione per la risposta incentrata sulla punizione” nel conservatorismo stesso del regime neoliberale (e non come contraddizione con le sue promesse democratiche, sempre più esigue). Pitch osserva che
la congruenza tra la razionalità neoliberale e un certo femminismo può vedersi non solo nella prevalenza delle politiche identitarie sulle politiche contro le disuguaglianze, ma, proprio, nel sostegno di fatto, indipendentemente da quanto intenzionale esso sia, al lato punitivo e securitario del neoliberalismo, così come ai suoi lati moralizzante e conservatore.
In questo senso, le narrative punitiviste si sviluppano come parte della crescita del discorso sulla sicurezza e l’ordine pubblico e in senso opposto allo spirito dei movimenti che lottano per l’emancipazione e la conquista di diritti. Pitch parla di un intreccio punitivo che si sostiene paradossalmente su rivendicazioni nate dalle lotte contro la discriminazione o l’oppressione, ma che finiscono per assumere quella che chiama “la condizione di ‘vittime’” e condividere la “’retorica punitiva dominante’ che necessita, ineludibilmente, di carnefici”.
Individualizzazione e conflitto
Uno dei capitoli del libro è dedicato a spiegare l’avanzata dell’individualizzazione dei conflitti sociali. Uno degli elementi che l’autrice mette in evidenza è il dominio di nuovi termini nel discorso pubblico. Parole come “vittima” tendono a sostituire “oppresso” o “oppressa” e, dice Pitch, “sul piano culturale, questa svolta produce la reintroduzione degli attori in uno scenario fino ad allora caratterizzato soprattutto dall’attribuzione di problemi, ingiustizie e questioni simili alla ‘struttura’ della società, al ‘sistema’”.
Esiste anche una riduzione e un “appiattimento” di problemi e conflitti sociali nell’uso della parola “violenza” come sostituto di termini come discriminazione, disuguaglianza o dominazione, il che porta alla perdita di senso e “riduce il fenomeno, il problema, la situazione a cui si applica a un’unica dimensione, che è la dimensione penale”. Da questo spostamento derivano altre questioni, come l’invocazione della giustizia penale per risolvere ogni tipo di conflitto o l’azione governativa in nome delle “vittime”, poste al centro della giustificazione di politiche securitarie e criminalizzanti. Pitch segnala che questo cambiamento implica una “privatizzazione e moralizzazione del discorso pubblico” e una rinuncia a “progetti di riforma sociale e/o di riabilitazione personale, considerati inutili e costosi, in realtà controproducenti, perché tolgono responsabilità e sono ‘lassisti’, e l’adozione di una prospettiva che combina l’utilitarismo ‘neoliberale’ con il discorso moralizzante neoconservatore”. Questo cambiamento opera nel contesto della società “piatta”, in cui i conflitti sono semplificati o ridotti al bene contro il male, vittime e colpevoli/carnefici.
Vale la pena precisare che Pitch prende come punto di partenza lo Stato sociale nei paesi avanzati per riflettere sull’avanzata delle narrative punitiviste radicate nel neoliberalismo. I confronti e i cambiamenti nelle politiche legate al crimine, lo svuotamento delle caratteristiche sociali del termine sicurezza (che includeva diverse complessità intrinseche alle società capitaliste) e le sue conclusioni non invalidano il fatto che esistevano già critiche allo Stato sociale, ai pregiudizi e agli stereotipi che riproduceva al suo interno. Gran parte delle critiche delle femministe nere o delle femministe socialiste nascono proprio dagli “universali” costruiti durante quei decenni di benessere, sui quali si sono consolidate le correnti egemoni che risulteranno indispensabili nella svolta neoliberale (neutralizzate o cooptate direttamente come le “femocrate” o le femministe neoliberali). L’autrice tiene conto di queste correnti quando si riferisce alla relazione tra il neoliberalismo e una parte del femminismo che adotta il discorso punitivo (sebbene tale relazione abbia subito diverse metamorfosi negli ultimi decenni, come emerge dalla conversazione con Lucía Sbriller, María Eugenia Zampicchiatti e Ileana Arduino nelle prime pagine del libro a proposito del termine “neoliberalismo progressista” della filosofa Nancy Fraser).
La voce propria
Uno degli elementi più interessanti della critica al paradigma vittimista va oltre i dibattiti nel movimento femminista. Appare nella proposta secondo cui assumere lo status di vittima rappresenta una via per ottenere una voce legittima in società che criminalizzano i conflitti e tentano di cancellare le tracce strutturali che le attraversano (riducendo tutto a conflitti tra individui). Definirsi vittima permette, dice Pitch, di associarsi ad altre persone o gruppi che
a partire da questo status, chiedono riconoscimento politico e sociale. Lo status di vittima rimanda alla logica e al linguaggio del diritto penale: ci si definisce vittime o si viene definiti vittime sulla base di un danno subito (e, poi, potenzialmente da subire) da parte di attori individualizzati o individualizzabili, ai quali viene imputata la responsabilità esclusiva per i danni e i pregiudizi.
E come parte di questa elaborazione sottolinea la differenza con “oppresso” o “oppressa”, termine che “rimanda, in realtà, a una situazione complessa che coinvolge tutta la biografia dell’individuo e lo associa ad altri individui nella stessa situazione, per così dire, strutturale”. L’organizzazione collettiva di persone accomunate da condizioni strutturali (sfruttamento, razzismo, discriminazione) tende a essere sostituita dall’associazione basata su un’identità definita da un danno perpetrato (o potenziale) da parte di individui. Pitch sostiene che “l’assunzione dello status di vittima è un modo ottimale, che rende facile il riconoscersi come soggetto politico” (ancora una volta) in un contesto che disprezza o degrada identità o costruzioni collettive. L’idea di riconoscersi come soggetto in base a mali o danni subiti da “attori individualizzati o individualizzabili” permette di sviluppare tale coscienza in sintonia con un mondo “disposto orizzontalmente, non più in questioni complesse come lo sfruttamento o l’oppressione, ma nella violenza esercitata da una sola parte, i cattivi, contro gli altri, gli innocenti”.
L’autrice sceglie due temi scottanti nel movimento femminista per esemplificare le conseguenze delle narrative punitive: la maternità surrogata (mercificazione della gestazione e del parto) e il dibattito tra prostituzione e lavoro sessuale. Sebbene l’analisi si concentri sulle politiche criminalizzanti promosse dal governo di destra di Giorgia Meloni, pone diverse domande suggestive sulle modalità di affrontare forme nuove e diverse di sfruttamento e mercificazione, e meriterebbe un articolo a parte.
Tornando all’idea di Angela Davis, il lavoro di Tamar Pitch invita a sottrarsi alla semplificazione. Quando i potenti propongono conflitti piatti e semplici (il bene contro il male, vittime e colpevoli), affrontare le complessità delle relazioni sociali e approfondire i dibattiti potenzia le lotte emancipatorie.
Celeste Murillo
[Traduzione a cura di Laura Colli]
Nata a Buenos Aires nel 1977. È traduttrice e studiosa di storia. È militante del Partito Socialista dei Lavoratori (PTS) e del gruppo Pan y Rosas. Come giornalista si occupa di cultura e genere nel programma radiofonico El Círculo Rojo. È stata responsabile dell’edizione in castellano de La mujer, el Estado y la Revoluciónde Wendy Z. Goldman e ha contribuito a Luchadoras. Historias de mujeres que hicieron historia (2006, reedición 2018).