Traduciamo questo articolo, apparso originariamente il 10/03/2026 su La Izquierda Diario, giornale della rete Red Internacional di cui fa parte anche La Voce delle Lotte.
La guerra tra Stati Uniti e Iran entra in una fase critica: mentre a Washington aumentano le pressioni politiche ed economiche, la resistenza iraniana complica qualsiasi tentativo di facile via d’uscita per la Casa Bianca.
La guerra tra Stati Uniti e Iran è entrata in una fase in cui le dinamiche militari, politiche ed economiche convergono su un unico fattore: il tempo, che inizia a giocare a sfavore di Washington. Per il presidente Donald Trump, il problema non è più solo come vincere la guerra, ma come finirla. E ogni giorno che passa sembra ridurre le opzioni per una via d’uscita facile.
Due sono i fattori principali di questo dilemma: la crescente pressione del sistema politico statunitense, specialmente all’interno dello stesso Partito Repubblicano, e la capacità di resistenza strategica del regime iraniano, che è riuscito a evitare il collasso che alcuni a Washington e in Israele ritenevano inevitabile.
La politica interna: il nemico invisibile della guerra
Nella guerra di Trump con l’Iran, gli avversari più immediati del presidente non si trovano solo a Teheran. Sono anche nei mercati energetici e nel calendario elettorale statunitense.
La volatilità del prezzo del petrolio – con il Brent e il West Texas Intermediate che reagiscono bruscamente a ogni dichiarazione contraddittoria della Casa Bianca – è diventata una variabile politica centrale. I repubblicani osservano con crescente preoccupazione l’impatto della guerra sui prezzi della benzina e, per estensione, sull’inflazione e sull’umore dell’elettorato. In un contesto di elezioni di medio termine all’orizzonte, un prolungato aumento dei prezzi dell’energia potrebbe tradursi in un costo politico significativo.
I segnali contraddittori inviati da Trump negli ultimi giorni riflettono questa pressione. Nel giro di poche ore, il presidente è passato dall’affermare che la guerra era “praticamente finita” all’avvertimento che l’Iran avrebbe affrontato “morte, fuoco e furia” se avesse bloccato il flusso di petrolio nello stretto di Hormuz. Questa oscillazione discorsiva suggerisce meno una strategia coerente e più un tentativo di bilanciare obiettivi incompatibili: mantenere la pressione militare e al tempo stesso tranquillizzare i mercati.
L’episodio della conferenza stampa “disordinata” del presidente di lunedì 9 marzo sembra aver avuto proprio questo duplice scopo: proiettare l’immagine di una vittoria militare imminente e, allo stesso tempo, preparare il terreno per una possibile dichiarazione unilaterale della fine del conflitto.
Ma la politica interna statunitense non è l’unico fattore che complica l’equazione.
La resistenza iraniana e i limiti del potere militare
Da un punto di vista strategico, la premessa iniziale dell’aggressione israelo-statunitense – che il regime iraniano sarebbe crollato sotto la pressione militare ed economica – non si è concretizzata.
Il sistema politico iraniano ha dimostrato una resilienza maggiore di quanto molti prevedessero a Washington e Tel Aviv. L’opposizione, indebolita da mesi di repressione, omicidi e arresti, non è riuscita a trasformarsi in una forza in grado di sfruttare la guerra per innescare il cambiamento di regime che Washington e Tel Aviv speravano.
L’Iran non è l’Afghanistan del 2001, dove un’alleanza locale – l’Alleanza del Nord – ha permesso agli Stati Uniti di combinare il supporto aereo con le forze terrestri locali per sconfiggere rapidamente il regime talebano. Né è l’Iraq del 2003, dove un’invasione terrestre è riuscita a rovesciare il regime di Saddam Hussein in poche settimane.
Per le sue dimensioni, la sua popolazione, il suo apparato militare e la sua complessa geografia, l’Iran rappresenta una sfida strategica di tutt’altra portata. Una campagna terrestre su larga scala è politicamente irrealizzabile per gli Stati Uniti, mentre una guerra aerea, sebbene in grado di infliggere danni significativi, non sembra sufficiente a provocare il crollo del regime.
L’esperienza dell’Afghanistan e dell’Iraq offre inoltre un chiaro monito: anche quando si ottiene una rapida vittoria militare, il successo politico a valle è tutt’altro che garantito.
La guerra asimmetrica di Teheran
A questa difficoltà strutturale si aggiunge la strategia adottata dall’Iran. Anziché rispondere con un confronto convenzionale diretto, Teheran ha optato per una guerra asimmetrica accuratamente calibrata.
La logica iraniana consiste nell’assorbire gli attacchi, preservare le proprie capacità chiave – in particolare missili e droni – e mantenere la pressione sui punti vulnerabili del sistema energetico globale, in particolare lo stretto di Hormuz. Nel frattempo, il regime cerca di erodere il sostegno internazionale alla campagna militare statunitense e di aumentare il costo economico del conflitto.
In questo campo, l’Iran gioca con un importante vantaggio strategico: il tempo. Mentre le pressioni politiche ed economiche immediate pesano su una società statunitense poco convinta della guerra, la leadership iraniana può puntare su una strategia di logoramento prolungato. La percezione a Teheran è che, se il conflitto durerà abbastanza a lungo, le pressioni interne negli Stati Uniti e nei paesi del Golfo finiranno per spingere verso una negoziazione.
Un dilemma strategico senza una soluzione semplice
Di fronte a questo scenario, Washington ha due opzioni principali, entrambe problematiche.
La prima è intensificare la guerra, rincarando gli attacchi nella speranza di costringere l’Iran alla capitolazione o al collasso interno del regime, o, cosa ancora più grave, puntando alla balcanizzazione dell’Iran. Tuttavia, a differenza di Israele, che considera la neutralizzazione della capacità iraniana di minacciarlo come l’obiettivo centrale, anche a rischio di provocare il caos interno in Iran, l’amministrazione statunitense, e ancor più gli Stati del Golfo, attribuiscono un’importanza significativa al “giorno dopo” in Iran. Per questi attori, la questione chiave non è solo indebolire il regime, ma anche garantire che chi governerà l’Iran sia in grado di mantenere la stabilità interna. Questa preoccupazione è dovuta al timore di grandi flussi di rifugiati, all’instabilità regionale e a possibili interruzioni durature del flusso di petrolio e gas dal Golfo verso i mercati mondiali.
La seconda opzione è quella di cercare una soluzione negoziata o dichiarare unilateralmente la fine della guerra. Ma anche questa strada non è facile. Teheran difficilmente accetterà un cessate il fuoco senza ottenere concessioni sostanziali, come la revoca delle sanzioni o lo sblocco dei fondi congelati. La tentazione di una manovra militare spettacolare per trovare una via d’uscita da questa situazione di stallo è crescente. Ma, come sottolinea Edward Luce sul Financial Times, Trump si trova di fronte a due scommesse estremamente rischiose. La prima sarebbe un’operazione di commando per impadronirsi delle riserve di uranio arricchito a Isfahan. La seconda, occupare l’isola di Kharg per bloccare le esportazioni petrolifere iraniane. Entrambe le opzioni potrebbero offrire una via d’uscita spettacolare, ma comportano rischi militari e politici considerevoli. Il fantasma di Jimmy Carter e della sua fallita missione di salvataggio degli ostaggi in Iran nel 1980 – che contribuì ad affossare la sua presidenza – aleggia sulla prima opzione, mentre la seconda comporta il rischio di perdite significative. Ma, dopo appena una settimana, il sostegno pubblico alla guerra di Trump contro l’Iran è allo stesso livello di quello alla guerra del Vietnam alla fine del 1967, dopo oltre 11.000 morti americani. Oggi, l’opinione pubblica americana difficilmente tollererebbe anche solo poche decine di vittime.
La clessidra strategica
Il problema fondamentale per la Casa Bianca è che la clessidra del conflitto sembra essersi invertita. All’inizio della guerra, il tempo sembrava favorire Washington, che si aspettava un rapido crollo del regime iraniano. Oggi è vero il contrario.
Se l’Iran riuscisse a mantenere la sua capacità di pressione, in particolare sul mercato energetico globale, e il conflitto continuasse a compromettere la stabilità economica internazionale, la pressione politica su Trump potrebbe diventare difficilmente sostenibile.
Il paradosso è che, anche se gli Stati Uniti riuscissero a infliggere danni significativi alle capacità militari iraniane, il risultato strategico rimarrebbe incerto. L’Iran potrebbe ricostruire parte di tali capacità nel tempo, mentre il conflitto lascia aperte questioni critiche, come il futuro del suo programma nucleare.
Inoltre, se il regime rimanesse intatto quando Washington dichiarerà il cessate il fuoco, Teheran proclamerà la propria vittoria. Questo è esattamente ciò che fece Saddam Hussein dopo la fine dell’operazione Desert Storm nel 1991: il semplice fatto di aver resistito agli Stati Uniti e ai loro alleati fu sufficiente a trasformare una sconfitta militare in un trionfo politico. Questo è il vero rischio per Washington e per la credibilità del suo potere al di là del Golfo Persico.
Juan Chingo
Traduzione dell’articolo apparso originariamente il 10 marzo 2026 su La Izquierda Diario
Membro della redazione di Révolution Permanente, giornale militante francese della Rete Internazionale La Izquierda Diario. Autore di numerosi articoli e saggi sui problemi dell'economia internazionale, della geopolitica e delle lotte sociali dal punto di vista della teoria marxista. È coautore con Emmanuel Barot del saggio "La classe ouvrière en France: Mythes & réalités. Pour une cartographie objective et subjective des forces prolétariennes contemporaines" (2014). Ha pubblicato inoltre il saggio sui Gilet Gialli "Gilets jaunes. Le soulèvement" (2019) e "La victoire était possible: Réflexions stratégiques sur la bataille des retraites de 2023" (2023).