Le accuse contro Youssef Siher e Sagia Hammoud mettono a nudo uno stato che di fronte al dissenso non sa fare altro che reprimere. La miglior difesa contro la repressione crescente è l’auto-organizzazione unitaria della gioventù e della classe lavoratrice. Il primo passo di questo percorso sarà lo sciopero generale di venerdì 30 ottobre.


Sabato 24 ottobre, poco prima che le piazze si riempissero nuovamente di manifestanti per riprendere le mobilitazioni del 16 e del 17, il trentenne bergamasco Youssef Siher è stato fermato con l’accusa di istigazione a delinquere aggravata da finalità terroristica e di violenza organizzata in manifestazioni pubbliche proprio in relazione agli scontri del fine settimana precedente. Siher è stato trattenuto nel carcere di San Vittore a Milano fino al 28, quando il gip ha respinto la richiesta di convalida dell’arresto. Rimane però indagato insieme alla moglie Sagia Hammoud, poiché sarebbero gli amministratori del canale Telegram e della pagina Instagram “Movimento17 ottobre”. La magistratura ha descritto la loro attività  come una “dichiarazione di guerra continua deliberatamente volta, e sicuramente idonea, a incutere un profondo timore nella popolazione e a destabilizzare l’ordinario corso della vita civile”.

Questa accusa non ha alcun fondamento nella realtà, semplicemente perché, come fa notare la difesa, il canale e la pagina sono stati creati dopo i disordini. Si tratta di una messinscena securitaria di cui fanno parte anche le violenze della polizia contro le manifestazioni di Bologna e Torino, una vendetta per essersi fatta sorprendere dal livello di partecipazione e combattività del 17. Il carattere propagandistico delle accuse è evidente: quella di violenza organizzata in manifestazioni pubbliche applica la fattispecie di reato istituita dal nuovo decreto sicurezza del 22 ottobre; l’aggravante di terrorismo viene giustificata parlando di una “strategia rivoluzionaria” comprovata da messaggi che invitano a ispirarsi alle mobilitazioni francesi, oltre a suggerire la lettura del “manuale di rivolta” circolato durante la Primavera Araba egiziana (nessuno dei due eventi può ragionevolmente essere caratterizzato come terrorismo). Qualora non bastasse, la procura milanese ha affermato di star indagando possibili contatti tra Siher e gli attivisti palestinesi accusati di finanziare Hamas alla fine del 2025, nonché di ipotizzare rapporti con il gruppo hacker filorusso Noname, a completare un affresco cospirativo utile a giustificare una persecuzione giudiziaria.

Rilanciare la dichiarazione di solidarietà con Siher e Hammoud, espressa da Giovani Palestinesi Italia, è fondamentale, così come la raccolta fondi per sostenere le spese legali della coppia. Si tratta dell’ennesimo, plateale caso di repressione del dissenso, a cui, in forme diverse, partecipano tutte le istituzioni del paese: non solo destra, polizia e magistratura – il caso Siher arriva quasi un anno dopo il provvedimento di espulsione (poi annullato) per l’imam torinese pro-Palestina Mohamed Shahin – ma anche le Università, con il rettore dell’Alma Mater Studiorum di Bologna, Giovanni Molari (imbeccato dal parlamentare di FdI Galeazzo Bignami) che se la prende con un dottorando del proprio ateneo per un post su Facebook.

Casi come questi dimostrano che la mano dura contro le classi popolari e contro chi tenta di organizzarsi politicamente per cambiare il presente è la soluzione del governo Meloni di fronte alle difficoltà: incapace di risolvere i problemi economici e sociali della maggioranza, mantiene il consenso della propria base elettorale, piccola borghesia imprenditoriale e ceto medio autonomo, manipolandone la percezione di insicurezza con l’aiuto della retorica razzista e securitaria che domina il sistema mediatico. Di fronte a un’opposizione di centrosinistra incapace di prendere l’iniziativa, questo divide et impera  ha permesso al governo di vivere di rendita per anni: gli scontri di piazza e i saccheggi di negozi non possono essere separati da una rabbia giovanile, con in testa le seconde generazioni, che giustamente reagisce a condizioni economico-sociali oggettive di precarietà occupazionale e abitativa, degrado dei servizi essenziali, violenza razzista della polizia e ghettizzazione nelle periferie; tutte responsabilità di 30 anni di governi tanto di centrodestra quanto di centrosinistra. Questa ebollizione giovanile spiega anche i limiti della repressione governativa: otto decreti sicurezza non hanno impedito le piazze del 16, 17 e 24 ottobre, come il DL1660 non impedì il Blocchiamo Tutto di un anno fa. 

In questa ottica, se per la maggioranza diventa essenziale dividere l’opposizione sociale tra buoni – autotrasportatori e agricoltori del Sud – e cattivi – gioventù periurbana e/o migrante del Nord -, contro la repressione è necessario organizzare la convergenza tra studenti e lavoratori. Se si vuole fare come in Francia, la radicalità delle piazze di ottobre deve essere un’opportunità per costruire una lotta unitaria che duri nel tempo e ambisca a ribaltare i rapporti di forza nel paese: delle assemblee democratiche delle avanguardie dei movimenti, dove si discuta ed elabori una strategia, sono necessarie sia per tutelarsi dalla repressione, sia per coinvolgere e accelerare la maturazione politica di settori sempre più ampi della gioventù e della classe lavoratrice. Costruire democraticamente un coordinamento strategico permetterebbe di potenziare sia quantitativamente sia qualitativamente l’azione di movimenti e sindacati, con strumenti quali lo sciopero generale politico, non solo per fare cadere questo governo, ma anche per dare un taglio una volta per tutte all’austerità, alla militarizzazione e alla repressione. In questa ottica si può immediatamente discutere anche di provare a dare forme più efficaci (e meno rischiose per chi le pratica) al conflitto di piazza e di strada, come squadre di autodifesa organizzate dal basso contro bande di estrema destra, poliziotti, infiltrati e provocatori. Seguendo questa logica, gli universitari potrebbero rilanciare i coordinamenti nati durante le proteste per la Palestina collegandoli alle mobilitazioni e alle occupazioni degli studenti medi. Come successe con il Blocchiamo Tutto, lo sciopero del 30 ottobre chiamato da USB e da altre sigle del sindacalismo di base può piantare i semi di una unità d’azione tra studenti e lavoratori, perciò gli universitari, i medi e la base dei sindacati confederali dovrebbero partecipare. Già ora USB offre un forte esempio di radicalità, avendo rifiutato di revocare lo sciopero nel settore trasporti dopo che il ministro Salvini ha imposto la precettazione per il 30.   

Scioperare in massa venerdì sostenendo la disobbedienza rivendicata da USB può aprire nuove possibilità per sfidare il governo dei bassi salari e della repressione, e costruire una piattaforma di lotta politica unitaria e radicale.


Giorgio Giovanna Boccola

Nato a Bologna nel 1998, dopo lettere antiche studia lingua giapponese a Ca' Foscari. Si interessa di critica dell'economia politica.