La crescita dell’estrema destra in Italia e fuori, con l’emergere di Vannacci come figura che amplifica la propaganda reazionaria nel Paese, ci pone con forza la necessità di indagare le basi materiali del razzismo e dell’oppressione di genere, per dotarci degli strumenti per combatterla. Per fare ciò è utile servirsi della teoria della riproduzione sociale, che legge l’oppressione di genere e il razzismo alla luce della funzione che svolgono nella riproduzione del modo di produzione capitalistico. Quest’analisi è un primo passo per elaborare una strategia efficace contro l’estrema destra, che si basi sull’organizzazione indipendente della classe lavoratrice.


L’estrema destra cresce ovunque: in Germania l’AfD si consolida sempre di più, ha vinto le regionali in Sassonia-Anhalt e nei sondaggi nazionali raggiunge il 30%, staccando di dieci punti la CDU; in Francia Marine Le Pen, candidata del Rassemblement National, è quotata tra il 31% e il 36% al primo turno delle presidenziali del 2027; e in Italia, dove il governo è guidato dal partito di Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia, è da poco nato il partito del generale Vannacci: Futuro Nazionale.

Questa ascesa preoccupante si inserisce in un periodo che, appellandoci a Gramsci, potremmo definire di crisi organica: una crisi che è insieme economica, politica e sociale, in cui la classe dominante, non essendo in grado di produrre consenso, governa in modo più autoritario. In Italia questo si concretizza attraverso il decreto Sicurezza, la legge 146/1990 e le precettazioni che limitano il diritto di sciopero.

Le basi materiali della crisi sono sotto gli occhi di tutti: l’aumento dei prezzi del carburante, e più in generale l’inflazione, si somma a salari stagnanti e tagli ai servizi, che stanno aggravando la crisi della riproduzione sociale. Contemporaneamente, l’intensificarsi dei conflitti imperialistici sta aumentando la spinta dei vari governi europei a investire nel riarmo, e infatti in Italia la spesa militare ha toccato nel 2026 il record storico di quasi 34 miliardi, il 45% in più di dieci anni fa. Questo aumento di spesa ha come conseguenza l’ulteriore riduzione dei fondi destinati ai servizi pubblici.

L’estate 2026, la più calda mai registrata in Italia e in Europa occidentale, e la latente “minaccia” dietro lo sviluppo dell’intelligenza artificiale si aggiungono come ennesimo tassello a un quadro già difficile.

Di fronte a questa crisi, la risposta politica da parte delle masse in Italia è divisa. Assistiamo a una crescente radicalizzazione dell’elettorato sia a destra che a sinistra ma, mentre a destra il disagio crescente trova sponda in partiti che lo raccolgono e lo dirigono contro migranti e settori oppressi, a sinistra questa radicalizzazione non trova ancora un collettore comune in grado di organizzarla.

La preoccupante popolarità di partiti come Futuro Nazionale1 pone con forza il compito di interrogarsi su quali siano le cause strutturali che si celano dietro questa ascesa e quali siano la strategia e la via da seguire per contrastarla.

Per rispondere, bisogna partire da ciò che Vannacci propone. Il suo programma politico, che sostanzialmente radicalizza i temi dell’estrema destra europea, si fonda su due pilastri: la famiglia tradizionale e l’identità nazionale. La prima è ritenuta gravemente minacciata dal femminismo e dalle lotte per i diritti LGBTQI+, ma anche dall’individualismo della società, mentre l’identità nazionale viene rappresentata come sotto l’attacco di una deliberata sostituzione etnica. In una visione ai limiti del complottismo, queste due tendenze concorrono alla costruzione di popolazioni prive di radici e legami, individualizzate, e quindi più facili da manipolare.

Secondo la sua visione, la riduzione della natalità in Italia, causata dalla crisi della famiglia tradizionale, viene usata come giustificazione per promuovere l’immigrazione, causa della diminuzione dei salari e dello stato sociale. Questo a sua volta contribuisce alla denatalità e alla sostituzione etnica, in un circolo vizioso che si autoalimenta.

La sua propaganda identifica chiaramente chi sono i responsabili, e quindi i nemici, di questa degenerazione: i movimenti transfemministi, nemici della famiglia, e l’Islam, un progetto volto ad annientare i valori cristiani e mediterranei. Non a caso, per i nuovi ingressi, il programma propone di privilegiare chi proviene da Paesi a maggioranza cristiana.

Nel suo programma, ad esempio, Vannacci respinge la categoria di femminicidio e rivendica il patriarcato mediterraneo, sostenendo che la violenza sulle donne cresca proprio dove la società patriarcale scompare. In questo si differenzia da Meloni che, con un approccio femonazionalista e punitivista, ha introdotto il reato di femminicidio punito con l’ergastolo, mentre il suo ministro Valditara ha sostenuto che il patriarcato in Italia è finito per legge. Per tutti e tre, però, i principali responsabili delle violenze contro le donne rimangono gli immigrati, e di conseguenza Futuro Nazionale identifica nella remigrazione la risposta più efficace ai femminicidi.

In questo quadro, dove l’italianità e il cristianesimo come difensore della famiglia tradizionale sono ritenuti fondamento della società, l’aborto viene dipinto come una minaccia, la donna viene incoraggiata a ricoprire il suo ruolo di madre, e la migrazione viene criminalizzata, in quanto responsabile della sostituzione etnica.

Ridicolizzare queste posizioni, come fa la sinistra liberale, è troppo semplice e per nulla efficace nel contrastarle. Quest’analisi, per quanto le conclusioni che i vannacciani ne traggono siano fallaci, coglie degli elementi di verità.

Il crollo delle nascite in Italia è un dato di fatto, e tra le sue cause troviamo anche il ripido aumento del costo della vita, la precarietà lavorativa e i tagli gravosi al welfare state, che hanno contribuito a generare quella che può essere definita una crisi della riproduzione sociale. A questi problemi la sinistra liberale non riesce a dare una vera risposta, ed è anzi proprio lei ad aver aperto la strada a tagli e precarizzazione del lavoro con le sue politiche di austerity, dal pacchetto Treu al Jobs Act.

Per quanto riguarda la migrazione di massa, è interessante notare che Vannacci, nel suo programma, la definisce “una sottile forma di colonialismo camuffato”, con cui l’Europa sottrarrebbe a molti Paesi in via di sviluppo le loro forze migliori, cioè i giovani in età produttiva, in particolare i maschi. Identifica così una parziale verità: spesso le rotte migratorie ricalcano le rotte coloniali al contrario, e le politiche imperialiste impoveriscono i Paesi d’origine e li intrappolano in condizioni di povertà strutturale che spingono poi gli abitanti a migrare. Ma la soluzione che propone è semplicemente di chiudere le frontiere ed espellere i migranti “di troppo”.

Di nuovo, la sinistra liberale, per controbattere al razzismo dell’estrema destra, rivendica la necessità dei lavoratori immigrati per sostenere il sistema pensionistico e per compiere lavori che gli italiani non vogliono fare, perché pagati troppo poco e molto faticosi. Oltre a essere un discorso profondamente razzista e apologetico dello sfruttamento capitalista, rinforza la convinzione di molti elettori di destra che i migranti abbassino i salari dei lavoratori. Infatti, molti italiani disoccupati sarebbero disposti a fare quei lavori se solo fossero pagati di più. Non a caso il programma di Vannacci promette di favorire la manodopera italiana e di far salire gli stipendi nei “lavori umili”, e Vannacci stesso richiama, citandolo male, il concetto marxiano di esercito industriale di riserva: a giugno ha detto che gli immigrati nei campi sarebbero “l’esercito industriale di riserva del padrone”. Questo richiamo è scorretto perché, per Marx, l’esercito industriale di riserva è la massa di disoccupati e precari prodotta dall’accumulazione capitalistica stessa, che i padroni usano per mettere i lavoratori in concorrenza tra loro e tenere bassi i salari. Il problema non sono i migranti, ma chi li sfrutta: sono le leggi sull’immigrazione, che dalla Bossi-Fini in poi legano il permesso di soggiorno al contratto di lavoro, a renderli ricattabili e quindi manodopera a basso costo.

Inoltre, è la sinistra liberale stessa ad aver contribuito a criminalizzare la migrazione, dalla Turco-Napolitano al decreto Minniti, alimentando un sentimento razzista nel Paese e l’ipersfruttamento dei lavoratori migranti. La sua risposta politica e propagandistica è inoltre insufficiente: riduce questo fenomeno a una questione culturale e di mancanza di istruzione, negando le basi materiali su cui si costruisce il sentimento razzista e patriarcale dell’estrema destra.

Per comprendere come elaborare una risposta politica in grado di combattere realmente la crescita dell’estrema destra, è necessario prima analizzare a fondo quali siano le basi materiali su cui si costruiscono questi discorsi politici.

Nel suo libro sul femonazionalismo2, Sara Farris riprende la nozione di formazione ideologica elaborata da Althusser per esplorare la materialità concreta del fenomeno che analizza, una materialità di cui il filosofo francese sostiene la rilevanza nel riprodurre i rapporti di produzione. Nella sua concezione gli apparati ideologici di Stato, come la famiglia, la scuola e la religione, sono fondamentali nell’assoggettamento delle classi subalterne all’ideologia dominante. Permettono così la riproduzione della forza lavoro sfruttata, non solo sul piano materiale ma anche su quello della sottomissione all’ordine stabilito.

In quest’analisi la teoria della riproduzione sociale, elaborata a partire da Lise Vogel3, e i suoi successivi sviluppi ci permettono di leggere il razzismo e la misoginia dell’estrema destra all’interno dello sfruttamento capitalistico e della riproduzione del capitalismo.

Patriarcato e razzismo al servizio del capitale

Famiglia, natalità e migrazioni, i tre temi al centro del programma di Vannacci, sono tutti questioni di riproduzione sociale. Nella teoria della riproduzione sociale l’analisi del ruolo dell’oppressione di genere e razziale nel capitalismo parte da una contraddizione intrinseca al capitalismo: il capitale ha bisogno che la forza-lavoro venga riprodotta, sia quotidianamente sia di generazione in generazione. Questa riproduzione avviene attraverso il lavoro di cura, o lavoro riproduttivo: l’insieme dei compiti, spesso non retribuiti e svolti soprattutto da donne, necessari a produrre e ricostituire la forza-lavoro, come cucinare, pulire, accudire i figli, assistere anziani e malati. Qui emerge una contraddizione: il capitale non può fare a meno di questo lavoro, ma il tempo che vi viene dedicato è tempo sottratto al lavoro salariato, e quindi alla produzione di plusvalore. 

Il fulcro di questa teoria è il concetto marxiano di “lavoro necessario”, ovvero la parte della giornata lavorativa in cui il lavoratore produce il valore del proprio salario, cioè ciò che serve a riprodurre la sua forza lavoro. Lise Vogel mostra che questo lavoro ha una componente sociale, svolta nel lavoro salariato e che corrisponde ai beni acquistati con il salario (i beni di prima necessità, ad esempio), e una componente domestica, svolta gratuitamente in famiglia. La riproduzione della forza lavoro dipende direttamente dal lavoro domestico, ma il suo ricambio può avvenire anche attraverso l’immigrazione.

Dato che il lavoro riproduttivo è svolto principalmente nella sfera privata, il capitale non deve pagarlo. Nonostante questo sia un vantaggio per il capitale, la sua spinta a incorporare quanti più settori della popolazione possibile nel rapporto salariale, perché solo il lavoro salariato produce plusvalore, riacutizza la contraddizione da cui siamo partiti.

Questa pressione, unita alle lotte di emancipazione delle donne, ha portato a una femminilizzazione della forza lavoro. Ne è derivato sia un doppio carico di lavoro per le donne della classe lavoratrice, il lavoro salariato e il lavoro di cura, sia una mercificazione della cura: le famiglie più benestanti comprano il lavoro di colf, badanti e addette alle pulizie. Queste lavoratrici del settore della cura spesso sono donne migranti, e anche quando non lo sono, sono comunque sottopagate, precarie ed estremamente sfruttabili.

Allo stesso tempo i tagli e le privatizzazioni di asili nido, ospedali e scuole smantellano la parte di riproduzione garantita dallo Stato, scaricandone il peso sul mercato per chi può pagare e sulla famiglia, cioè soprattutto sulle donne, per chi non può. Il capitalismo, infatti, non può produrre direttamente la forza lavoro di cui ha bisogno, e la spinta ad accumulare lo porta a comprimere il più possibile il costo della sua riproduzione.

In questo quadro, per il capitale il lavoro migrante è doppiamente conveniente: arriva già formato, perché i costi della sua crescita e della sua istruzione li ha sostenuti il Paese d’origine, e le leggi che lo rendono ricattabile ne mantengono basso anche il costo della riproduzione quotidiana.

Da quest’analisi sorge un interrogativo: se nel capitalismo lo sfruttamento avviene sotto la forma di uno scambio tra liberi e uguali sul mercato del lavoro, mascherato e giustificato dall’ideologia borghese dell’uguaglianza, come fa il capitale a giustificare il fatto di pagare meno le donne e le persone migranti, di renderle più precarie o di caricarle della doppia giornata di lavoro?

Per farlo si serve dell’ideologia patriarcale e razzista, che il capitalismo non ha inventato, ma ha ereditato e riorganizzato perché gli è utile.

L’oppressione di genere

L’ideologia creatasi intorno alla famiglia, in cui la madre è la protettrice del focolare domestico, è centrale nel giustificare l’assegnazione gratuita del lavoro di cura alle donne. Questa assegnazione, però, non deriva solo dalla loro capacità di riproduzione generazionale, ma è frutto di un circolo vizioso4 per cui le donne si trovano spesso in condizioni lavorative precarie che limitano la loro possibilità di autonomia; questo favorisce il loro confinamento nello svolgimento del lavoro domestico e riproduttivo, che a sua volta rafforza l’isolamento privato e aumenta la subordinazione, la precarietà e così via. I valori patriarcali sono quindi strumentali, in quanto permettono al capitalismo di nascondere la natura economica del lavoro riproduttivo e di farlo apparire come un fatto naturale, o come un atto d’amore e di dovere.

Oggi il salario familiare, in cui lo stipendio di un uomo bastava a mantenere tutta la famiglia, esiste raramente, e nelle famiglie sempre più spesso devono lavorare entrambi, perché i salari ristagnano e il welfare è ridotto. Questo ha prodotto una crisi della cura, che emerge dalla contraddizione citata inizialmente tra il bisogno di riprodurre la forza lavoro e la spinta a ridurne il costo. A questa crisi, come abbiamo visto, si è risposto con la mercificazione e la privatizzazione, affidando il lavoro di cura a donne spesso migranti o a cooperative che sottopagano le lavoratrici e i lavoratori e offrono servizi di cura a pagamento.

In Italia questo quadro assume una forma particolare, perché il nostro è un regime di welfare familista: il modello a doppio reddito è meno compiuto che nel Nord Europa e l’occupazione femminile è tra le più basse d’Europa. Si ha quindi molto lavoro di cura svolto gratuitamente dalle donne, un ampio mercato di badanti migranti e una crescente privatizzazione dei servizi di cura.

Le politiche per la natalità dei governi europei, che invece di investire nei servizi pubblici forniscono benefici irrisori alle famiglie che cercano di avere figli, e i tentativi di ostacolare l’aborto sono funzionali a rinforzare il ruolo della donna nella riproduzione e il circolo vizioso che porta le donne a svolgere il lavoro di cura e, spesso, lavori precari e sottopagati.

Il programma di Vannacci si inserisce perfettamente in questa dinamica. Vuole rilanciare la natalità contro la “sostituzione etnica”, ma senza mai nominare la necessità di aumentare salari e servizi. La sua soluzione è rinforzare il ruolo delle donne come madri e custodi della famiglia, riportando dentro le mura domestiche, gratuitamente, il lavoro di cura che lo Stato garantisce sempre meno.

Razzismo e precarietà migrante

Mentre alle donne italiane si chiede di fare figli per la nazione, ai migranti si chiede di lavorare senza famiglia: non a caso Futuro Nazionale propone l'”immigrazione a rotazione” e la stretta sui ricongiungimenti familiari. Il lavoratore migrante deve arrivare già formato, essere sfruttato e ripartire, mentre i costi della sua riproduzione restano a carico del Paese d’origine. Lo stesso vale per le lavoratrici della cura, che quando partono per lavorare in una famiglia italiana spesso lasciano i propri figli alle cure di altre donne5.

L’intensificarsi dei flussi migratori dai Paesi del Sud globale va letto in relazione allo sviluppo del neoliberalismo. Infatti, se da un lato l’appropriazione di forza lavoro dai Paesi della periferia è sempre stata una costante del modo di produzione capitalistico, dall’altro il neoliberalismo si è sviluppato tramite un intenso processo di accumulazione primitiva, cioè l’espropriazione di masse di contadini dalle loro terre nel Sud globale, che gli ha permesso di espandere la riserva di forza lavoro globale. Questo fenomeno ha facilitato la costruzione di forme neoliberali di precarietà migrante, che contribuiscono in maniera centrale a riorganizzare il mercato del lavoro globale in modi che favoriscono la riproduzione del capitale a spese della riproduzione delle famiglie lavoratrici6.

Il quadro istituzionale che favorisce il perpetrarsi di questo meccanismo è lo stesso che criminalizza le migrazioni tramite controlli alle frontiere e leggi, come la Bossi-Fini e il decreto Minniti, che rendono i migranti sempre più ricattabili. La precarietà dei migranti è una politica sociale deliberata: i lavoratori legati a programmi di lavoro stagionale e temporaneo o privi di documenti sono una sezione iperprecaria della classe lavoratrice, la cui insicurezza abbassa i livelli generali di salari reali e tutele. Il controllo delle frontiere aggrava la loro condizione di deportabilità: l’espulsione diventa uno strumento per intensificare la vulnerabilità di chi vive sapendo di poter essere espulso in qualsiasi momento. Il razzismo, infine, attraverso la svalutazione della cultura e della civiltà di altre popolazioni, favorisce queste politiche ed è a sua volta alimentato da esse, abbassando il costo della riproduzione di una parte della classe lavoratrice.

Ancora una volta, il programma di Vannacci traduce questa logica in proposta politica, ad esempio con il criterio di “compatibilità culturale” con cui vorrebbe selezionare chi può e chi non può entrare in Italia.

Se Vannacci può permettersi questa propaganda perché non è al governo, chi governa deve invece rispondere alle richieste di manodopera delle imprese. Il governo Meloni lo fa su un doppio binario: mentre criminalizza i migranti, ne aumenta le quote di ingresso. Dopo i circa 450.000 del triennio precedente, il decreto flussi 2026-2028 autorizza 497.550 ingressi di lavoratori stranieri. Eppure nel 2024 solo il 7,8% delle quote si è trasformato in permessi di soggiorno e impieghi stabili e regolari, con il risultato di produrre sempre più migranti ricattabili.

Gli strumenti del femminismo marxista ci permettono quindi di identificare e ricostruire la struttura su cui si innestano le ideologie strumentalizzate dall’estrema destra. Questa ricostruzione, a sua volta, ci aiuta a comprendere quale strategia serva per combatterla: una strategia che passa necessariamente per forme di organizzazione della classe lavoratrice apertamente antirazziste e antipatriarcali, capaci di unire lavoratori e lavoratrici italiani e migranti nella lotta per gli stessi salari e gli stessi diritti.

Che fare? Quale strategia contro l’estrema destra

Gli errori in cui non bisogna incorrere, se si vuole elaborare un piano politico e di lotta contro l’estrema destra, sono due: normalizzarla o considerarla una riedizione del fascismo.

Non va normalizzata, perché non è un partito come gli altri con cui confrontarsi sul piano delle opinioni. Trattare la remigrazione, la “sostituzione etnica” o la negazione del femminicidio come posizioni legittime del dibattito pubblico significa spostarne i confini e legittimare un discorso che indica come nemici interni migranti, donne e persone LGBTQI+.

Allo stesso tempo, definire questi fenomeni come fascismo sarebbe una semplificazione, e non una semplificazione innocua: finisce per fare da cassa di risonanza alle forze liberali e di centrosinistra, che strumentalizzano la paura del fascismo. Il fascismo storico, come lo ha analizzato Trotsky7, era un movimento di massa della piccola borghesia impoverita, armato e organizzato in squadre, che il grande capitale utilizzò per distruggere le organizzazioni operaie quando la democrazia borghese non bastava più a contenerle. E riuscì ad affermarsi solo dopo che la classe lavoratrice aveva subito la sconfitta di un tentativo rivoluzionario. L’estrema destra di oggi agisce invece dentro le istituzioni e attraverso le elezioni, e punta a piegare la democrazia liberale in senso autoritario, non ad abolirla.

Soprattutto, non siamo in una fase in cui regimi di estrema destra conquistano il potere e vi impiantano un assetto stabile dopo aver piegato il movimento operaio: la polarizzazione corre in entrambe le direzioni. Se le tendenze reazionarie sono alla ribalta, lo sono anche i processi di ricomposizione politica a sinistra, e l’ascesa dell’estrema destra non coincide quasi mai con sconfitte decisive per la classe lavoratrice. Basti pensare alla crescita dell’estrema sinistra nell’Argentina di Milei, agli scioperi contro l’ICE negli Stati Uniti di Trump, o alla lotta per la casa a Madrid, che ha spazzato via dal dibattito pubblico il rigurgito reazionario su Ceuta.

Etichettare frettolosamente Trump, Meloni, Milei o Vannacci come fascisti ha quindi un effetto depoliticizzante: oscura proprio questa mobilitazione e distoglie l’attenzione dal nodo centrale, cioè l’indipendenza dei movimenti dal centrosinistra. Finisce così per avallare il discorso secondo cui bisognerebbe schierarsi con quest’ultimo in nome della “difesa della democrazia”, come se le tendenze autoritarie non nascessero proprio da quelle istituzioni, invece di puntare sulla mobilitazione e sull’organizzazione indipendente della classe lavoratrice.

Questo non significa sminuire il pericolo. I gruppi apertamente neofascisti esistono, aggrediscono militanti, migranti e persone LGBTQI+, e trovano sempre più agibilità nel clima creato dall’estrema destra, al governo e fuori. Per questo serve un antifascismo militante, capace di organizzare l’autodifesa e di rispondere nelle piazze.

L’estrema destra di oggi è il prodotto combinato di una strategia di lungo periodo e di una crisi organica del regime borghese che ha radicalizzato l’intero campo politico. Il razzismo e la sua ideologia sono uno strumento utile per rafforzare la repressione e centralizzare il potere al servizio del riarmo, in un quadro di crescenti tensioni interimperialiste. Non è un caso che lo stesso governo che spende quasi 34 miliardi in armi approvi il decreto Sicurezza e colpisca il diritto di sciopero: un Paese che si prepara alla guerra ha bisogno di una classe lavoratrice divisa e disciplinata.

In tutto ciò, Vannacci, che non è al governo, può permettersi le posizioni più estreme, e così sposta a destra l’intero discorso pubblico, offrendo a Meloni una sponda per presentare come moderate politiche che solo pochi anni fa sarebbero sembrate inaccettabili.

Per combattere l’estrema destra, bisogna anche inquadrare da dove vengono i suoi voti. Secondo un sondaggio Ipsos8, l’elettorato di Futuro Nazionale è maschile per il 62%, appartiene per oltre la metà a fasce di reddito basse o medio-basse, ed è più presente nei piccoli e medi comuni del Centro-Nord. Il consenso è particolarmente elevato tra disoccupati e operai: gli operai valgono il 32% dell’elettorato complessivo, ma il 35% di quello di Futuro Nazionale.

Questo profilo è diverso da quello dell’elettorato di Meloni. Nel 2022 Fratelli d’Italia era il primo partito tra gli operai, con il 34,6%, ma anche tra i redditi più alti9, e oggi il suo elettorato appare più trasversale, con picchi tra le casalinghe, le fasce d’età più mature e i cattolici. Già alla fine del 2025, però, Ipsos segnalava un calo di fiducia verso il governo proprio tra le classi più disagiate, e Futuro Nazionale sta intercettando questo disagio. I suoi elettori vengono per il 31% da Fratelli d’Italia, per il 25% dalla Lega e per oltre un terzo dall’astensione: oltre un elettore leghista su cinque delle europee oggi sceglierebbe Vannacci10.

Queste idee riescono a fare presa tra i settori popolari perché i salari sono fermi da decenni, i servizi pubblici vengono tagliati e il costo della casa cresce: è la crisi della riproduzione sociale che abbiamo descritto. In questa crisi, settori di uomini marginalizzati trovano nel razzismo e nel patriarcato una risposta, e idealizzano la fase in cui erano gli unici a portare a casa lo stipendio, con l’autorità che ne derivava.

Il consenso all’estrema destra, quindi, è radicato e ha nel razzismo un vettore centrale, intrecciato alle condizioni materiali.

La risposta non può essere trovata nei partiti del campo largo. Le forze di centrosinistra si presentano come il baluardo contro la reazione, ma le tendenze reazionarie e repressive hanno radice nelle stesse istituzioni liberaldemocratiche che quelle forze difendono. Sono stati i presidenti della Repubblica, presentati come garanti della Costituzione, a nominare governi tecnici e antipopolari nei momenti di crisi: Napolitano con Monti nel 2011, Mattarella con Draghi nel 2021. La decretazione d’urgenza è diventata lo strumento principale per legiferare senza controllo democratico, in particolare per criminalizzare il dissenso e i migranti, e le leggi elettorali ipermaggioritarie, promosse da tutto l’arco parlamentare, hanno rafforzato il potere esecutivo. Dai CPT della Turco-Napolitano al decreto Minniti, dal Jobs Act al sostegno al riarmo europeo, il terreno su cui oggi cresce l’estrema destra lo hanno preparato anche loro. La risposta va invece cercata nell’organizzazione indipendente della classe lavoratrice, apertamente antirazzista e antipatriarcale. 

Che questa strada sia possibile lo ha dimostrato l’autunno del Blocchiamo Tutto, quando la classe lavoratrice ha fatto irruzione sulla scena politica per la prima volta da vent’anni. In quelle piazze la componente più dinamica erano, oltre ai portuali, studenti e studentesse, precari e seconde generazioni: una classe lavoratrice multietnica che lottava unita per la Palestina e contro la guerra, cioè l’esatto contrario del “noi contro loro” che propone Vannacci.

Non a caso alcune delle lotte più avanzate di questi anni vengono proprio dai settori più razzializzati e ipersfruttati della classe lavoratrice. A Prato, operai in gran parte pakistani, impiegati in aziende che lavorano in subappalto per i grandi marchi della moda, sono costretti a turni di dodici ore per sei o sette giorni a settimana. Con il SUDD Cobas hanno lanciato il movimento 8×5, otto ore per cinque giorni, e con scioperi e picchetti permanenti hanno coinvolto 70 fabbriche, nonostante aggressioni, minacce e sgomberi. Sono proprio i lavoratori che Vannacci vorrebbe “a rotazione” e che la sinistra liberale descrive come vittime da assistere: la loro lotta li mostra invece come un’avanguardia di tutta la classe lavoratrice.

Il centrosinistra non è riuscito ad assorbire il malessere esploso con il Blocchiamo Tutto, e questo apre uno spazio a sinistra. Ma il movimento ha anche mostrato i suoi limiti: la scarsa auto-organizzazione nei luoghi di lavoro e l’assenza di una strategia per sfidare le burocrazie della CGIL all’unità d’azione dopo il 3 ottobre 2025 ne hanno indebolito la continuità.

Dato che molti elettori dell’estrema destra appartengono alle classi popolari e alla classe lavoratrice, serve una strategia capace di opporsi alle categorie borghesi del senso comune: cittadini contro stranieri, noi contro loro. Le politiche contro i migranti sono la punta di lancia delle mobilitazioni dell’estrema destra, e per questo la giustizia per le persone migranti ha un’importanza strategica per qualsiasi politica che voglia davvero difendere la classe lavoratrice. Finché una parte dei lavoratori resterà ricattabile, i salari di tutti resteranno bassi. Una rivendicazione centrale deve quindi essere la regolarizzazione di tutti i migranti, in nome dell’uguaglianza di tutti i lavoratori e le lavoratrici: abolizione della Bossi-Fini, permesso di soggiorno sganciato dal contratto di lavoro, cittadinanza per chi nasce e cresce in Italia, stessi salari e stessi diritti per tutti.

Anni di tagli alla sanità pubblica e all’assistenza agli anziani hanno scaricato il costo della cura sulle famiglie, e in particolare sulle donne, mentre gli investimenti in riarmo aumentano.

La nostra risposta è opposta: no al riarmo, più spesa pubblica per sanità, scuola e servizi, e socializzazione del lavoro domestico e di cura, con asili nido, assistenza agli anziani e servizi pubblici gratuiti, perché la cura non ricada più gratuitamente sulle donne.

Alla retorica della natalità per la nazione rispondiamo con la difesa incondizionata del diritto all’aborto e con un femminismo di classe, che non lascia alla destra la violenza di genere da usare contro i migranti e non la riduce a una questione di pene più alte.

A questo va affiancato un programma democratico radicale contro le torsioni autoritarie del governo, a partire dall’abrogazione del decreto Sicurezza e dalla difesa del diritto di sciopero, e un antifascismo militante, capace di organizzare l’autodifesa contro le aggressioni dell’estrema destra.

 

Laura Colli

 

 

NOTE

1. Ipsos Doxa, «Sondaggi politici oggi: le ultime intenzioni di voto e clima d’opinione in Italia», 26 settembre 2026, https://www.ipsos.com/it-it/sondaggi-politici-oggi

2. Sara R. Farris, Femonazionalismo. Il razzismo nel nome delle donne, Roma, Alegre, 2019.

3. Lise Vogel, Marxism and the Oppression of Women. Toward a Unitary Theory, Leiden-Boston, Brill, 2013 (ed. or. New Brunswick, Rutgers University Press, 1983).

4. Martha E. Giménez, Marx, Women, and Capitalist Social Reproduction. Marxist Feminist Essays, Leiden-Boston, Brill, 2019.

5. Martha E. Giménez, Marx, Women, and Capitalist Social Reproduction, op. cit.

6. Susan Ferguson e David McNally, «Precarious Migrants: Gender, Race and the Social Reproduction of a Global Working Class», Socialist Register, vol. 51, 2015.

7. Lev Trotsky, «Fascismo: che cos’è e come combatterlo», La Voce delle Lotte, 25 aprile 2026, https://www.lavocedellelotte.it/2026/04/25/lev-trotsky-fascismo-che-cose-e-come-combatterlo/

8. Nando Pagnoncelli, «Futuro Nazionale: l’analisi dell’elettorato di Vannacci», Ipsos Doxa, 5 luglio 2026, https://www.ipsos.com/it-it/futuro-nazionale-analisi-elettorato-vannacci

9. Nando Pagnoncelli, «I sondaggi politici di Pagnoncelli: elezioni politiche 2022, chi sono gli elettori italiani di ciascuna forza politica?», Ipsos, 2022, https://www.ipsos.com/it-it/node/939566

10. Nando Pagnoncelli, «Futuro Nazionale: l’analisi dell’elettorato di Vannacci», op. cit.

Nata a Modena nel 1999, è dottoranda di Economia Ecologica, milita nella FIR ed è attiva nei movimenti universitari fiorentini.