Con la fine dell’estate riprende l’attività parlamentare e, con essa, torna al centro del dibattito anche il cosiddetto Ddl antisemitismo. Si tratta di un disegno di legge che raccoglie un consenso molto ampio tra le forze parlamentari, promosso in particolare dal centrodestra e da settori del Partito Democratico. Il punto politico della questione non riguarda soltanto la possibilità formale di manifestare in solidarietà con il popolo palestinese. Il Ddl interviene su un terreno più profondo: quello politico, culturale e pedagogico. Attraverso una determinata definizione dell’antisemitismo e la sua applicazione nelle istituzioni, nelle scuole, nelle università e nei luoghi della produzione culturale, rischia infatti di restringere lo spazio entro cui può essere formulata non soltanto una critica alle politiche dei governi israeliani, ma anche una critica radicale al sionismo, alla natura dello Stato israeliano e al processo storico attraverso cui esso si è costituito.


L’antisemitismo non si combatte a colpi di legge

C’è innanzitutto una contraddizione storica che non può essere ignorata: ancora una volta, una parte delle classi dirigenti europee pretende di presentarsi come baluardo contro un antisemitismo che proprio la società europea ha prodotto e riprodotto per secoli.

La vicenda britannica di inizio Novecento è, da questo punto di vista, significativa. L’Aliens Act del 1905, approvato nel contesto di una forte agitazione xenofoba, mirava a limitare l’immigrazione dei cosiddetti “undesirable immigrants” e colpì in particolare l’arrivo nell’East End londinese di ebrei dell’Europa orientale in fuga da persecuzioni e pogrom. Pochi anni dopo Arthur Balfour, che era stato primo ministro al momento dell’approvazione della legge, avrebbe legato il proprio nome alla Dichiarazione Balfour del 1917, con cui il governo britannico si dichiarava favorevole alla costituzione in Palestina di un “focolare nazionale per il popolo ebraico”.

Non si tratta di sostenere una continuità meccanica tra i due avvenimenti, ma di riconoscere una contraddizione propria dell’imperialismo europeo: le stesse classi dirigenti che alimentavano o assecondavano l’antisemitismo nelle metropoli potevano contemporaneamente sostenere il progetto sionista in funzione dei propri interessi coloniali e geopolitici. L’antisemitismo europeo e il sostegno imperialista al sionismo non sono dunque necessariamente due fenomeni incompatibili.

Una contraddizione analoga riemerge oggi. Settori politici nei quali continuano a circolare stereotipi antisemiti — dall’immagine dell’ebreo come padrone della finanza alla rappresentazione degli ebrei come una comunità dotata di un potere occulto e sovranazionale — pretendono allo stesso tempo di impartire lezioni di antirazzismo a chi manifesta in solidarietà con il popolo palestinese.

Nel discorso pubblico viene così evocato sempre più frequentemente lo spettro degli anni Trenta: gli ebrei europei sarebbero nuovamente minacciati, questa volta non soltanto dall’estrema destra storicamente antisemita, ma anche da chi contesta Israele, il sionismo o l’idea che la sicurezza degli ebrei debba necessariamente identificarsi con l’esistenza e le politiche dello Stato israeliano.

L’antisemitismo, tuttavia, esiste realmente e deve essere combattuto senza ambiguità. Come il razzismo e l’islamofobia, esso è radicato nelle società capitalistiche europee e continua a manifestarsi attraverso aggressioni, discriminazioni, stereotipi e teorie del complotto. Una prospettiva marxista non ha alcun interesse a minimizzarlo: l’antisemitismo è storicamente uno degli strumenti attraverso cui le contraddizioni sociali vengono mistificate, trasformando rapporti di classe e meccanismi impersonali del capitalismo nella presunta azione occulta di un gruppo etnico o religioso.

Proprio per questo è necessario opporsi alla sovrapposizione tra antisemitismo e antisionismo. Combattere l’odio contro gli ebrei in quanto ebrei è una cosa; criticare uno Stato, la sua ideologia fondativa, le sue istituzioni, la sua politica coloniale o la sua azione militare è un’altra.

Nel dibattito pubblico, invece, la denuncia dell’antisemitismo viene spesso accompagnata da una rappresentazione delle comunità arabe e musulmane — e, più in generale, del movimento di solidarietà con la Palestina — come principale fonte della nuova minaccia antiebraica. Antisemitismo e islamofobia finiscono così per essere falsamente contrapposti, mentre la lotta contro il primo viene utilizzata per legittimare o normalizzare la seconda.

Questa dinamica non nasce oggi. I governi israeliani e numerosi governi occidentali hanno ripetutamente presentato come antisemitismo forme di opposizione alle politiche dello Stato di Israele, soprattutto nei momenti di maggiore mobilitazione internazionale contro l’occupazione e la repressione del popolo palestinese. Rilevare questo utilizzo politico dell’accusa di antisemitismo non significa, però, sostenere che l’antisemitismo sia un’invenzione dei sostenitori di Israele. Al contrario: significa affermare che proprio perché l’antisemitismo è un fenomeno reale, storico e pericoloso, la sua definizione non può essere dilatata fino a comprendere indistintamente la critica politica a Israele e al sionismo.

È precisamente su questo terreno che entra in gioco il Ddl antisemitismo e, in particolare, il ruolo attribuito alla definizione dell’IHRA. Come abbiamo già discusso in un precedente articolo, questa definizione è stata oggetto di critiche proprio per la difficoltà di tracciare, in alcuni dei suoi esempi applicativi, una linea sufficientemente netta tra antisemitismo, critica dello Stato di Israele e antisionismo.

L’antisemitismo e l’antisionismo non sono facce della stessa medaglia

La questione non è puramente terminologica. Una definizione istituzionale produce conseguenze politiche concrete quando viene utilizzata per classificare episodi, orientare amministrazioni pubbliche, disciplinare università e scuole o stabilire ciò che può essere considerato legittimo nel dibattito culturale.

Da questo punto di vista, anche gli indicatori sull’aumento dell’antisemitismo devono essere analizzati criticamente, distinguendo gli episodi effettivamente rivolti contro persone o comunità ebraiche in quanto tali dalle controversie politiche riguardanti Israele e Palestina. Se una contestazione contro un rappresentante istituzionale israeliano, uno scontro verbale durante una manifestazione o una posizione radicalmente antisionista vengono automaticamente registrati come episodi antisemiti, il dato statistico finisce inevitabilmente per incorporare fenomeni politici di natura differente.

Non si tratta di negare che l’antisemitismo possa manifestarsi anche all’interno dei movimenti di solidarietà con la Palestina. Ogni sua espressione deve essere riconosciuta e combattuta politicamente. Ma una cosa è contrastare stereotipi, discriminazioni e odio antiebraico; altra cosa è trasformare una categoria storica e politica precisa in uno strumento sufficientemente elastico da poter essere applicato alla contestazione di Israele.

Non è quindi casuale che il nuovo Ddl intervenga proprio nei luoghi che negli ultimi anni sono stati tra i principali centri della mobilitazione in solidarietà con il popolo palestinese: università, scuole e istituzioni della produzione culturale. È qui che la questione assume un carattere non soltanto repressivo, ma propriamente pedagogico.

L’obiettivo non deve necessariamente essere quello di vietare una manifestazione o impedire formalmente di sventolare una bandiera palestinese. Il disciplinamento può operare più a monte: delimitando il vocabolario considerato accettabile, stabilendo quali categorie storiche possano essere utilizzate, inducendo docenti, ricercatori, studenti, giornalisti e lavoratori della cultura a interrogarsi preventivamente sulle possibili conseguenze delle proprie posizioni.

È questo il terreno dell’autocensura. Quando una definizione politicamente controversa diventa criterio istituzionale, il suo effetto non si misura soltanto attraverso le sanzioni effettivamente comminate, ma anche attraverso ciò che non viene più detto, scritto, insegnato o discusso per il timore di essere accusati di antisemitismo.

L’antisemitismo e il razzismo si combatte con la lotta di classe

In questi giorni in cui si prefigurava la discussione in parlamento del ddl, poi rinviata, molte organizzazioni hanno espresso la loro contrarietà alla legge. Una posizione in parte condivisibile, ma che conteneva evidenti limiti politici. Molti dei comunicati pubblicati e sottoscritti da organizzazioni come ANPI e movimenti sociali in questi giorni riconoscevano, quasi nella loro totalità, l’esigenza di una legge diversa contro l’antisemitismo, come se il problema antisemitismo possa essere risolto attraverso leggi e divieti, quasi rafforzando l’idea che l’antisemitismo oggi fosse quello che l’Europa ha conosciuto dall’800.

Dal nostro punto di vista, la questione fondamentale è rovesciare il problema. L’antisemitismo non può essere sconfitto semplicemente moltiplicando norme, divieti e dispositivi disciplinari. Deve essere combattuto politicamente e socialmente, riconoscendone le radici materiali e ideologiche e opponendosi a ogni tentativo di trasformare le contraddizioni prodotte dal capitalismo in odio contro minoranze etniche o religiose.

La lotta contro l’antisemitismo deve quindi procedere insieme alla lotta contro l’islamofobia, il razzismo e ogni forma di oppressione di classe. E proprio per questo non può essere trasformata in uno strumento per sottrarre lo Stato di Israele alla critica politica, né per delegittimare la solidarietà con il popolo palestinese.

Difendere gli ebrei dall’antisemitismo e difendere il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione non sono obiettivi contrapposti. A contrapporli è una precisa operazione politica. Il compito di una prospettiva internazionalista è, al contrario, spezzare questa falsa alternativa e ricondurre entrambe le lotte a un terreno comune: quello dell’opposizione al razzismo, al colonialismo, all’imperialismo e a ogni forma di oppressione.

In questo senso, studenti, docenti e lavoratori rischiano di essere tra i soggetti maggiormente colpiti dagli effetti del Ddl. È infatti nelle scuole, nelle università e nei luoghi della produzione culturale che il dispositivo repressivo può assumere la forma di un vero e proprio disciplinamento politico: docenti e ricercatori potrebbero essere spinti a rivedere le proprie posizioni o ad autocensurarsi per evitare conseguenze professionali e istituzionali.

Per contrastare questa dinamica è necessaria una mobilitazione congiunta di studenti e lavoratori, capace di opporsi non soltanto al Ddl, ma al più generale restringimento degli spazi di organizzazione, protesta e conflitto sociale.

La questione riguarda infatti anche il diritto di sciopero. La legge 146/1990 disciplina e limita da oltre trent’anni l’esercizio dello sciopero nei servizi pubblici essenziali, mentre nuovi interventi restrittivi rischiano di investire anche settori strategici come la logistica.

Repressione e limitazione del diritto di sciopero procedono quindi sullo stesso terreno. Le mobilitazioni per la Palestina lo hanno già mostrato: alla capacità dei lavoratori e degli studenti di trasformare la solidarietà politica in conflitto concreto corrisponde il tentativo dello Stato di limitarne e disciplinarne la forza.

Mat Faruq

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