Il successo dello sciopero generale del 30 ottobre in quanto data di mobilitazione giovanile e di massa impone di riflettere strategicamente rispetto a come costruire i rapporti di forza contro il governo e le più complessive politiche di riarmo e militarizzazione. Il rischio è che, come successo l’anno scorso con il Blocchiamo Tutto, l’incapacità di trovare una quadra tra ‘spontaneità’ e organizzazione porti all’impasse lasciando spazio alla repressione o alla normalizzazione burocratica.

Come abbiamo sostenuto in vari interventi, se è vero che l’energia di piazza di per sé non sia sufficiente, e vada organizzata, al contempo è impossibile pensare che basti lanciare, dopo i picchi della mobilitazione, percorsi ‘più organizzati’ da parte di singole aree per raggiungere questo obiettivo. Per quanto settori di estrema sinistra e del sindacalismo combattivo stiano riuscendo in questo momento a imprimere radicalità alla protesta, essi lo fanno perché riescono a inserirsi in un fermento più generale che, nel bene e nel male, non si riduce al loro raggio d’influenza. Di contro, la mobilitazione, per quanto forte, rimane ancora limitata alle nuove generazioni e a settori significativi, ma ridotti del mondo del lavoro: serve allargare la partecipazione della classe lavoratrice, e la sua unità con gli studenti, per far saltare veramente il tavolo contro Meloni & co, e costruire un’alternativa di indipendenza di classe al centro-sinistra.

Il rischio di forzature auto-referenziali è quindi duplice: lasciar disperdere un movimento di massa impossibile da canalizzare i percorsi specifici e così permettere il recupero da parte dello stato integrale, da un lato, e dall’altro favorire il diffondersi di posizioni anti-organizzative e ostili ad affrontare seriamente il tema di una strategia socialista e rivoluzionaria, a favore dell’idea per cui il movimento sarebbe tutto.

Torneremo su questo dibattito più specificamente alla situazione italiana nei prossimi giorni, commentando le proposte di rilancio della mobilitazione da parte delle varie forze organizzate e settori di movimento. Per il momento insistiamo sul fatto che la chiave di volta per superare una supposta dicotomia tra spontaneità e organizzazione in questa congiuntura è mettere al centro come organizzazioni politiche: “una battaglia per radicare geograficamente, nel tempo e nei diversi settori sociali in azione, gli elementi di auto-organizzazione che si sono sviluppati spontaneamente nel movimento. Una battaglia contro il governo, le direzioni delle scuole superiore e delle università, naturalmente, che chiudono amministrativamente gli istituti per impedire ai liceali e agli studenti universitari di utilizzarli per organizzarsi. Ma anche contro forze politiche [e le burocrazie sindacali] che, per il momento soprattutto nel movimento studentesco, si battono attivamente contro questa prospettiva. leva per costruire l’auto-organizzazione”. Questo scrivono Emmanuel Barot e Vincent Riesser nell’articolo che qui vi presentiamo tradotto. L’articolo, calato sul caso francese, è però molto utile per il dibattito italiano, chiarendo perché, e in che senso, sia centrale collegare strettamente l’auto-organizzazione all’organizzazione come leva per far si che i movimenti si estendano, vincano, ma soprattutto diventino momenti di accumulo politico nella prospettiva di un processo rivoluzionario.


 

Nel suo articolo del 15 ottobre, uno dei (troppo) rari contributi teorico-strategici al movimento in corso [1], Alessandro Stella individua uno dei pericoli politici con cui si scontra la «gioventù rivoluzionaria» nel pieno della sua «rinascita»: il recupero da parte di movimenti o organizzazioni che consacrano, in particolare, la figura di leader che «personalizzano la lotta» e svolgono un ruolo chiave, sotto le spoglie del sostegno o dell’impegno militante, nella battaglia condotta dallo Stato per «catturare la preda selvaggia e addomesticarla». Questo pericolo esiste e condividiamo tale preoccupazione. Ma poiché ci cita come parte del problema, nominando il nostro portavoce e candidato alle presidenziali Anasse Kazib, abbiamo voluto rispondergli ripercorrendo una serie di dibattiti che hanno attraversato l’estrema sinistra dal 2016. In particolare, quello sul rapporto tra auto-organizzazione, ossia la capacità della classe di dotarsi di proprie strutture per organizzare il più ampiamente possibile, dal basso, la mobilitazione in autonomia dallo Stato e dalla borghesia, e il ruolo delle organizzazioni rivoluzionarie.

Contrapponendo «organizzazione dirigente» e auto-organizzazione, Stella ricorre a un luogo comune tanto «classico» quanto caricaturale ma, soprattutto, aggira il problema centrale che meriterebbe invece tutta la nostra attenzione: a quali condizioni la mobilitazione in corso, che ha conosciuto una svolta importante a partire dal 17 ottobre, può acquisire maggiore chiarezza sui propri obiettivi e maggiore forza nei metodi per raggiungerli?

Orizzontale, verticale?

Cominciamo riassumendo la concezione dell’auto-organizzazione proposta da Stella: deve essere «orizzontale, locale, diffusa», si tratta di «moltiplicare i legami orizzontali, le interconnessioni, il coordinamento dei gruppi auto-organizzati», di «lasciare libero corso alla disseminazione territoriale delle lotte». Tutto questo contro qualsiasi «centralizzazione», per definizione «gerarchica» e «piramidale», e contro qualsiasi «convergenza», assimilata a un «incanalamento» dei movimenti in un «programma unico che riassumerebbe i conflitti e le speranze». Alla base di questa concezione vi è un principio di uguaglianza radicale e di indifferenziazione che Stella formula così: «Per essere dentro, per partecipare davvero dall’interno, bisogna mettersi sullo stesso piano, alla stessa altezza degli altri, senza differenziazioni. I Gilet gialli lo avevano ben compreso e promosso: con il gilet giallo tutti sono uguali, su un piano di parità, al di là del mestiere svolto, dell’età, dei vestiti indossati. Con il gilet giallo, con un k-way nero o un altro indumento che garantisca l’anonimato, il principio fondamentale è che la lotta è collettiva, che tutti sono uguali, senza alcuna distinzione né gerarchia. Ognuno partecipa al movimento secondo le proprie capacità e possibilità. Niente capi, niente persone che vogliono diventare capi, un’auto-organizzazione orizzontale, locale, diffusa.»

Dobbiamo dedurne che gli Spiderman e i Batman che si sono moltiplicati nelle battle di popolarità e davanti ai licei bloccati siano dei «potenziali capi»? Stella riprende qui una concezione diffusa nel movimento autonomo, secondo cui qualsiasi apparizione che infranga l’anonimato deve essere bandita: no agli striscioni, agli adesivi e alle bandiere delle «organizzazioni dirigenti» (da intendersi qui come organizzazioni che cercano di esercitare un potere sugli altri), le cui ambizioni sarebbero, per definizione, di recupero del movimento. L’alternativa formulata da Stella è dunque semplice: se non si è a favore dell’«auto-organizzazione orizzontale», significa che si difende l’«organizzazione dirigente», piramidale e gerarchica, e che si sostiene la costruzione di «leader» che «personalizzano la lotta» e si preparano a espropriarla. Louis Boyard ripercorre le orme di Cohn-Bendit, prefigurando altrettanti «voltagabbana» e nuovi arrivisti che un giorno finiranno per diventare deputati, senatori e così via.

E tra i due termini dell’alternativa? Nulla, se diamo retta a Stella, che continua a vedere il mondo in bianco e nero: qualsiasi organizzazione che non sia un semplice prodotto del flusso degli anonimi è necessariamente un’«organizzazione dirigente». «Se i liceali, così come gli studenti universitari e i lavoratori che si ribellano, sono ben consapevoli che per portare avanti una lotta bisogna organizzarsi, dotarsi dei mezzi per proseguirla, perché mai dovrebbe servire un’organizzazione centralizzata? Perché chi si ribella contro il sistema capitalista dovrebbe costruire una piramide, riproducendo il funzionamento gerarchico che rifiuta (…) ?»

Possiamo facilmente condividere con Stella una serie di critiche alla strategia politica di un’organizzazione come LFI, pur continuando a difenderla di fronte alla repressione e alle scandalose minacce di scioglimento, come abbiamo sempre fatto. In questa strategia, che si fonda su un «popolo» inteso come serbatoio di voti, la cui costituzione in soggetto politico culmina nel plebiscito elettorale di un leader che dovrebbe cristallizzarne tutte le aspirazioni, l’auto-organizzazione delle mobilitazioni occupa un posto secondario, se non addirittura concorrente. La modalità di aggregazione seriale dell’elettorato è qualitativamente diversa dalla fusione di una forza sociale che agisce autonomamente [2], l’unica capace di costruire i rapporti di forza contro Macron e il suo mondo. Come osservava Sartre dopo l’«ondata travolgente» che aveva plebiscitato de Gaulle alle elezioni legislative anticipate del giugno 1968: «I lavoratori o i membri delle classi medie possono assumere posizioni radicali soltanto nell’azione; se si commette l’errore — o si ha l’astuzia — di ridurre il loro movimento a una scelta tra apparati politici, li si può portare a condannare nell’urna ciò che hanno appena fatto in piazza» [3]. Mélenchon ha ben presente questo trauma del ’68 [4], da cui le sue prese di distanza dal «saccheggio, dalla devastazione» e la postura di salvatore dell’Eliseo che assume nel suo ultimo intervento politico [5], mentre il servizio d’ordine della France Insoumise viene presentato come rimedio alle carenze delle forze dell’ordine. L’aggregazione dell’elettorato implica il sacrificio dell’unità del movimento.

Lo stesso vale per le critiche taglienti che Stella rivolge alle burocrazie sindacali. Se il loro cambio di posizione dopo il 17 ottobre costituisce una breccia da sfruttare, esso si spiega tanto con le pressioni della base quanto con la necessità di riconquistare la propria credibilità come direzioni ufficiali del movimento operaio, dopo quella giornata in cui sono state scavalcate. Ma i vicoli ciechi della strategia insoumise della rivoluzione cittadina o del tentativo delle direzioni sindacali di riprendere il controllo sono davvero riconducibili all’ambizione di imporsi come leader, verticalizzando il movimento? La dicotomia verticale/orizzontale permette davvero di comprendere ciò che è in gioco? Si potrebbe sostenere, al contrario, che LFI non aspiri a «dirigere» la rivolta in corso: il «movimento gassoso» non ne ha né la capacità [6] né l’ambizione. La posta in gioco per LFI è piuttosto negoziare la difficile conversione della rivolta in voti, anche a costo di offrire garanzie al regime, dimostrando la propria capacità di ricostruire uno Stato integrale in rovina [7]. L’equivalenza tra «verticalità» e «incanalamento istituzionale», che costituisce in fondo il nucleo centrale dell’articolo di Stella, comprime in un’unica dimensione geometrica (verticale, appunto) la pluralità delle forme politiche che possono assumere i tentativi di incanalamento da parte dello Stato integrale. Il voto di una parte dei militanti autonomi per il Nuovo Fronte Popolare alle elezioni legislative anticipate del 2024, destinato a ripetersi nel 2027 in nome della logica del «male minore» [8], dimostra del resto quanto rapidamente questa semplificazione geometrica finisca per rendere complementari le due dimensioni alle quali riduce il problema [9].

L’auto-organizzazione è una battaglia

Anche se, preso alla lettera, Stella riconosce la necessità di «organizzarsi», non fa altro che riproporre, senza grandi sforzi di rinnovamento, un dibattito tra «spontaneità» e «organizzazione» ormai superato fin dal XIX secolo [10]. Se il rischio di una reificazione delle strutture organizzative è sempre possibile, se un coordinamento su larga scala dei focolai di lotta implica per definizione la possibilità di un’appropriazione antidemocratica, bisogna sottolineare quanto, come osservava Stathis Kouvélakis nella sua analisi del movimento dei Gilet gialli, «contrariamente a una visione molto diffusa, ma del tutto mistificatrice, la rivendicazione della “democrazia diretta” e l'”orizzontalità” attribuite a determinate modalità d’azione o ai social network non si oppongono affatto all’emergere di leader populisti». Infatti, «contrariamente ad alcune percezioni ingenue, nomi e “volti” sono rapidamente emersi da questo oceano di “orizzontalità” e di rifiuto della rappresentanza» [11].

Se ogni struttura organizzata istituisce una tensione tra la dinamica della base e le possibili forme di irrigidimento, dalla quale nemmeno l’auto-organizzazione è immune, l’assenza o il rifiuto di un’organizzazione consapevole di questi rischi facilita ancora di più questo tipo di «cesarismo» e l’emergere di forme di burocrazia interna. Senza l’auto-organizzazione delle masse in lotta, ossia senza strumenti e strutture all’interno dei quali coloro che lottano discutano dell’orientamento da dare alla mobilitazione, delle rivendicazioni da avanzare, dei metodi d’azione da adottare, nessuna strategia rivoluzionaria è immaginabile. Per definizione esistono attriti, tendenze, disaccordi, che riflettono l’eterogeneità di coloro che sono impegnati nella lotta. I rivoluzionari che vi partecipano hanno, non meno degli altri, il compito di favorire l’autoattività della classe che si esprime, e hanno piena legittimità a proporre quella che ritengono essere la politica più giusta, impegnandosi al contempo a dimostrare la propria utilità. Queste strutture di auto-organizzazione, che le si chiami comitati (di sciopero, di lotta, di coordinamento, di mobilitazione ecc.), assemblee generali, consigli o altro, nei licei, nelle università, nelle aziende, nei quartieri ecc., proprio perché incarnano la forma più flessibile e democratica di un processo decisionale il più ampio possibile, sono al tempo stesso gli unici strumenti per impedire, attraverso il controllo permanente dei delegati che esse stesse eleggono, che qualcuno si autoproclami «leader», «dirigente» o altro, e l’unico mezzo per forgiare obiettivi comuni di lotta. Sono le uniche strutture, senza un programma stabilito a priori, nelle quali tutte le tendenze e tutte le sensibilità possono esprimersi e contendersi democraticamente la «direzione» del movimento, ossia il suo orientamento.

Oggi, l’emergere di questo tipo di strutture non può che essere il risultato di una battaglia per radicare geograficamente, nel tempo e nei diversi settori sociali in azione, gli elementi di auto-organizzazione che si sono sviluppati spontaneamente nel movimento [12]. Una battaglia contro il governo, le direzioni dei licei e delle università, naturalmente, che chiudono amministrativamente gli istituti per impedire ai liceali e agli studenti universitari di utilizzarli per organizzarsi. Ma anche contro forze politiche che, per il momento soprattutto nel movimento studentesco, si battono attivamente contro questa prospettiva. L’Union étudiante, per esempio, coerentemente con la strategia di Jean-Luc Mélenchon di cui rappresenta la cinghia di trasmissione nel movimento studentesco, disprezza le assemblee generali e sottrae il calendario e i piani del movimento studentesco alla discussione collettiva, per imporre unilateralmente le proprie date e i propri percorsi. In questo senso svolge un ruolo analogo a quello delle burocrazie sindacali, ma nel movimento studentesco. Dall’altra parte, pur senza svolgere un ruolo burocratico altrettanto consolidato, la FSE aggira le decisioni di assemblee generali talvolta molto partecipate, alle quali essa stessa prende parte, per condurre per conto proprio azioni eclatanti che unificano la sua base, più alla ricerca di emozioni forti che della vittoria. Le due organizzazioni, peraltro, si ritrovano talvolta entrambe ai tavoli di negoziazione organizzati dal ministero, come è accaduto lo scorso 7 ottobre.

Infine, diversi «gruppi di affinità» che si richiamano all’autonomia, messi in difficoltà dalla dimensione fortemente favorevole alla politica [13] e dal carattere di massa del movimento, applicano alla lettera nelle assemblee generali l’orientamento proposto da Stella, battendosi strenuamente contro adesivi, bandiere e fotografie (eppure le immagini del movimento hanno avuto un ruolo tutt’altro che secondario nella sua espansione), salvo poi aggirare anch’essi le decisioni votate. Gli avversari dell’auto-organizzazione hanno le loro «organizzazioni dirigenti», formali o informali, statali o meno, che esercitano un’influenza sul movimento. A meno di capitolare immediatamente, perché i suoi difensori dovrebbero privarsi di una strutturazione, di una forza materiale organizzata che rafforzi la lotta per l’auto-organizzazione e cerchi di farle compiere un salto di qualità? È questa, in ogni caso, la logica che anima Révolution Permanente e Le Poing Levé nel movimento.

Voler combattere queste negazioni dell’auto-organizzazione attraverso l’esaltazione di un orizzontalismo astratto significa abbandonare la battaglia prima ancora di averla combattuta. Gli avversari dell’auto-organizzazione non sono sensibili a questo genere di discorsi: agiscono, organizzati. In definitiva, questo approccio finisce per confondersi con l’esistente, feticizzandolo. L’esistente appare così come il limite oggettivo del possibile, senza che sia concepibile superarlo. Una logica che, di fatto, non consente alcun intervento politico, se non quello di approfittare, finché dura, dell’interruzione della quotidianità degradante che ci viene imposta. Questo approccio appare ormai superato alla luce dei primi bilanci del 17 ottobre. Una sensazione di vertigine ha assalito chiunque abbia partecipato al superamento, senza precedenti, del dispositivo poliziesco: e adesso? Senza una lotta risoluta per strutturare e radicare nei luoghi di lavoro e di studio l’auto-organizzazione su scala nazionale — il che implica non di esaltarla o celebrarla come sempre già presente, ma di costruirla, battendosi contro coloro che non hanno interesse a vederla emergere — non sarà possibile abbozzare alcuna risposta all’altezza del problema.

Ha funzionato?

Questa limitazione del campo delle possibilità attraverso la celebrazione dell’esistente emerge, in Stella, anche nell’assenza di una discussione sui fini. Certo, egli sottolinea giustamente la dinamica di propagazione della rivolta liceale: «Una forma d’azione ripresa in tutta la Francia nel giro di pochi giorni e che si è imposta all’attenzione dell’opinione pubblica. Con mezzi minimi, attraverso il passaparola, da un gruppo all’altro, tramite reti di affinità, poi attraverso i social network.» Da qui la sua conclusione: «Auto-organizzazione dei tempi moderni […] e ha funzionato».

Ma che cosa ha «funzionato», esattamente? I liceali hanno ottenuto soddisfazione per le proprie rivendicazioni? Il mondo che condannano è scomparso? Il genocidio a Gaza è terminato? La crisi ecologica è stata risolta? Il capitalismo appartiene finalmente al passato? «È la moltiplicazione delle zone d’azione, radicate in territori conosciuti, fondate su solidarietà e complicità locali, a far tremare i poteri», afferma anche Stella. Eppure, la moltiplicazione delle zone d’azione non basta, di per sé, a far tremare i poteri: nel migliore dei casi complica loro la vita, talvolta anche enormemente. L’irruzione politica della gioventù delle classi popolari contrasta con il marasma e lo scetticismo diffusi a sinistra, suscitando una gioia legittima e condivisa. Ma questa gioia non deve trasformarsi in cecità. Se i liceali hanno fatto tremare il potere, è innanzitutto grazie alle potenzialità racchiuse nella loro lotta, alla forza di propagazione che essa incarna, alla loro capacità di condensare le aspirazioni di vasti settori della società. Ecco perché la repressione è stata tanto feroce e industriale. Bisognava stroncare sul nascere la possibilità politica che una simile rivolta faceva emergere: la sua alleanza, la sua fusione, il suo coordinamento con l’ingresso nella lotta di tutte le componenti della società che hanno interesse alla sua trasformazione radicale.

Per definizione, il potere teme ciò che ha la forza di abbatterlo. Ora, soltanto l’unificazione, su scala nazionale, di tutti i settori sfruttati, oppressi e alienati può, attraverso lo sciopero e la conquista della piazza, far vacillare uno Stato capitalista. Il primo paralizzando il normale funzionamento dei rapporti capitalistici e ponendo la questione del potere nei luoghi di lavoro; la seconda disorganizzando e paralizzando le forze della repressione. È soltanto a quel punto che la domanda E adesso? comincia a trovare una risposta. A fare la differenza è allora il grado di «professionalità», di efficacia, di capacità di gestire l’urgenza e al tempo stesso di pensare il movimento su tempi più lunghi, di difendersi ma anche di passare all’offensiva, di coordinarsi efficacemente a un livello almeno pari a quello dell’insieme degli apparati ideologici, polizieschi e militari del Capitale-Stato, a tutte le scale, locale, regionale, nazionale e, in ultima istanza, internazionale, di cui sono capaci le masse, quelle masse che irrompono allora sulla scena della storia. In questo processo, un partito legato molecolarmente al movimento, organizzato, determinato a condurre la lotta fino in fondo, temprato dall’esperienza delle lotte precedenti e radicato nei settori strategici della produzione, non è certo di troppo.

Stella può stare tranquillo: i rivoluzionari non intendono imporre la dittatura del proprio partito sulla mobilitazione. Come scrivono Emilio Albamonte e Matías Maiello, «ogni partito rivoluzionario, per essere veramente rivoluzionario, deve meritarsi il diritto alla direzione attraverso la propria azione al fianco dell’avanguardia e attraverso un’esperienza condivisa con la classe» [14]. In altre parole, non esiste partito rivoluzionario che non debba essere riconosciuto e costantemente messo alla prova dai fatti. Presupporre un potere di recupero quasi occulto da parte delle organizzazioni rivoluzionarie indipendenti significa negare l’intelligenza collettiva, la capacità di discernimento e l’apprendimento cumulativo dei settori mobilitati.

La giornata del 17 ottobre ha fatto tremare il potere solo parzialmente, ma la spina nel fianco sta penetrando sempre più a fondo. Il «Grande Rifiuto» dei liceali ha chiaramente svolto il ruolo che i partiti dell’Ordine volevano impedirgli di svolgere: quello di detonatore capace di polarizzare la rabbia fino a rendere possibile l’inizio della sua unificazione nelle piazze.

Ancora una volta sull’antipolitica

Nonostante la varietà di gusti e orientamenti che li caratterizza, gli autonomi di oggi ripropongono logicamente, benché su basi più deboli, lo spartito «antipolitico» di cui discutevamo già dieci anni fa con Juan Chingo, contro il Comitato Invisibile [15]: vale a dire una prospettiva che non si pone come obiettivo, per vincere, quello di convincere una massa critica sufficiente di coloro che lottano [16].

Ora, se all’epoca gli autonomi potevano apparire a chi muoveva i primi passi nell’esperienza politica come una prospettiva strategica seducente, da allora le cose sono molto cambiate: dopo lo zenit del 2016, gli autonomi si sono scontrati con i vicoli ciechi della propria logica. L’incredibile vittoria sul terreno delle rivendicazioni ottenuta a Notre-Dame-des-Landes si è dissolta in un’interminabile guerra intestina e i Gilet gialli li hanno superati in radicalità, senza che i loro militanti vi svolgessero un ruolo decisivo, in assenza di una strategia per estendere la rabbia al movimento operaio organizzato, che avrebbe permesso di ribaltare la situazione [17]. Nella lotta contro la riforma delle pensioni, è stata la questione della generalizzazione e dell’estensione dello sciopero a costituire il cuore dei problemi strategici posti al movimento, una preoccupazione estranea alla prospettiva autonoma. Abbiamo cercato di mostrare un metodo che avrebbe permesso di avanzare su questo terreno attraverso la Rete per lo sciopero generale, che difendeva la possibilità di superare la strategia della sconfitta imposta dalle direzioni sindacali, ha organizzato una risposta alla distruzione degli scioperi attraverso le precettazioni e una solidarietà di fronte all’offensiva repressiva [18]. E se le rivolte per Nahel hanno potuto realizzare i sogni più sfrenati dell’autonomia, ciò è avvenuto al di fuori di essa e senza il suo contributo. Infine, il ritorno sulla scena internazionale dei tratti più deteriorati dell’imperialismo ha, abbastanza logicamente, messo in difficoltà la logica immediatista e localista del qui e ora, creando nuove divisioni.

Les Soulèvements de la Terre hanno espresso un certo rinnovamento dell’autonomia e riflessioni strategiche stimolanti [19]. Ma, al di fuori di questa organizzazione, invece di alimentare una riflessione su questa (anti)strategia, i ripetuti fallimenti delle strategie insurrezionali autonome hanno rafforzato la convinzione di essere prigionieri di rapporti di forza strutturalmente sfavorevoli, giustificando così un ripiegamento sul male minore elettorale rappresentato da Jean-Luc Mélenchon. Come scrive Luc Amilcar in una serie di articoli pubblicati su Lundi matin, interessanti perché non naturalizzano la sconfitta ma cercano di individuarne le cause: «Il centro dell’attenzione sembra essere progressivamente tornato verso la sinistra tradizionale, ed essenzialmente verso quella che si presenta come “radicale”, incarnata da Mélenchon e dalla France Insoumise. Questo cambiamento, avvenuto negli ultimi anni, ha persino portato all’adesione di un numero non trascurabile di ex autonomi. Un fatto inimmaginabile fino a pochi anni fa, poiché questa corrente libertaria aveva fatto, probabilmente nel modo più esplicito, della “morte della sinistra” un obiettivo politico dichiarato. Se per i media e la sinistra liberale ogni pretesto è buono per indebolire da destra il partito di Mélenchon, al contrario, tra i sostenitori della rivoluzione, poche voci si levano per mettere in discussione questa adesione incondizionata.» Questo ripiegamento ha raggiunto la sua forma più tragicomica durante la campagna per il Nuovo Fronte Popolare, quando nelle manifestazioni a sostegno di un’alleanza elettorale con il Partito Socialista e i Verdi si formavano blocchi di manifestanti dediti agli scontri.

Oggi, ben lontano dalla sua matrice originaria, il termine stesso di autonomia viene utilizzato da diversi settori dell’estrema sinistra per difendere un sostegno incondizionato al progetto elettorale di Jean-Luc Mélenchon [20]. Si comprenderà dunque perché il parallelo tracciato da Stella tra il leader della France Insoumise e il nostro compagno e candidato Anasse Kazib [21], che negli ultimi anni ha difeso una strategia intransigente di indipendenza di classe, di auto-organizzazione dei settori in movimento e di rifiuto della logica del «male minore», ci faccia sorridere. Chi rappresenta oggi il superamento della sinistra istituzionale?

Ancora più grave, la contrapposizione meccanica tra auto-organizzazione e partito dirigente ha logicamente prodotto ciò che portava in sé fin dall’origine. Numerosi militanti, stanchi delle incoerenze della presunta auto-organizzazione senza partito, sono andati a vedere se l’erba fosse più verde dalla parte dei partiti senza auto-organizzazione [22]. A livello locale, abbiamo così potuto osservare come l’antistrategia autonoma alimentasse talvolta il ritorno del neostalinismo, con una parte dei militanti che aderiva, per esempio, alle organizzazioni maoiste emergenti. Al di là di questi casi particolari, queste due logiche, che sulla carta sembrano opposte sotto ogni aspetto, cooperano regolarmente per aggirare i tentativi di auto-organizzazione all’interno del movimento studentesco.

Allora, in definitiva, auto-organizzazione o organizzazione dirigente? Entrambe, compagno! Nelle coordinate della situazione attuale, non si può immaginare un’auto-organizzazione su larga scala senza organizzazioni rivoluzionarie che pongano la lotta di classe e l’auto-organizzazione al centro della discussione. È in questa prospettiva che i militanti di Révolution Permanente sono impegnati in tutta la Francia, in particolare affinché si costituiscano e si sviluppino assemblee generali e coordinamenti interprofessionali. È questo il punto cruciale se vogliamo poter costruire uno sciopero generale politico che conquisti la propria autonomia dalle burocrazie politiche e sindacali.

Emmanuel Barot

Vincent Riesser

Traduzione da Revolution Permanente

Note a piè di pagina

[1] Tra le gradite eccezioni si possono citare, in primo luogo, «C’est ici qu’il faut danser ! À propos du 17 octobre», Artifices, 22/10/2026; ma anche Mathieu Rigouste su Blast, «L’Etat débordé par les révoltes», 20/10/2026, e Samuel Hayat, «17 octobre 2026 : rouvrir l’époque contemporaine», Le Club de Mediapart, 19/10/2026, oltre a numerosi contributi pubblicati sulle nostre pagine.

[2] Cfr. E. Barot, «Soviets, séries et fusions. Penser l’auto-organisation avec Sartre», 25/11/2026.

[3] J.-P. Sartre, «Les communistes ont peur de la révolution», 1968, Situations VIII, Parigi, Gallimard, 1972, p. 209.

[4] Nel suo intervento politico del 1° ottobre, Jean-Luc Mélenchon afferma: «Ho persino visto persone sognare, dire, in fondo, se ci fosse un gran caos, come nel ’68, e finisse elettoralmente come nel ’68, sarebbe formidabile: 10 milioni di lavoratori in sciopero e poi la più grande batosta elettorale mai subita dalla sinistra. A loro farebbe comodo. È per questo che vi chiedo continuamente di rifletterci quando entrate in azione.»

[5] «Quelli che pensano che non ci sarà nessuno, al punto che basta Place de Clichy. Quando siete a Place de Clichy, dove andate dopo? Dritti all’Eliseo. Ma credete che non l’abbiamo capito? Abbiamo cominciato a schierare dei compagni affinché la gente non andasse da quella parte. E gli altri [le forze della repressione] sono talmente ben organizzati… Guardate com’è possibile che delle persone siano arrivate all’Eliseo senza essere fermate da nessuno. E una volta lì, non sapevano più cosa fare. Allora hanno cominciato a lanciare cose contro i poliziotti che erano lì, ma non è durato molto. Dal punto di vista dell’ordine pubblico, però, è una catastrofe assoluta! Dove si è mai vista una cosa del genere, che si possa arrivare tranquillamente, come se si facesse turismo, fino all’Eliseo, mentre si è alla testa di una manifestazione che a Parigi rappresenta decine e decine di migliaia di persone? Immaginate che in quel momento qualcuno, non so perché, avesse spinto invece di fermarsi. Che cosa sarebbe successo? Immaginate, riuscite a immaginare cosa ne sarebbe venuto fuori? Una volta arrivati a Place de Clichy, vi trovate davanti una o due file di servizio d’ordine, di compagni che dicono: “Aspettate, ehi, non fatelo!”», intervento politico del 20 ottobre.

[6] Lo dimostra, nonostante l’impegno reale dei militanti di LFI e la presenza sul campo degli eletti della France Insoumise, anche di fronte alla repressione, l’impatto per il momento molto limitato del principale orientamento che Mélenchon propone al movimento: indossare caschi e fasce bianche per interporsi tra la violenza poliziesca e le devastazioni. Come ammette Mélenchon nel suo intervento politico del 20 ottobre: «Quando arriva la CGT, ovviamente, la protezione è dieci volte, cento volte superiore [a quella che può mettere in campo LFI], perché ha l’autorità della grande organizzazione presente in tutte le grandi aziende del paese». LFI rivendica un numero di militanti (500.000) abbastanza vicino a quello degli iscritti alla CGT (oltre 600.000). Questa constatazione spiega perché la formula «un piede in piazza, un piede nelle urne», che dovrebbe caratterizzare la strategia della France Insoumise, non si sbilanci mai sulle rispettive misure delle scarpe. Nella fattispecie, una scarpina per i primi passi da una parte e una pinna numero 48 dall’altra.

[7] In questo senso, e nonostante le sue contorsioni, nel suo ultimo intervento politico Mélenchon risponde positivamente agli appelli a rimpolpare lo Stato integrale e a risolvere la crisi attraverso le urne tra sei mesi, lanciati da Macron durante il suo discorso del 18 ottobre.

[8] Si veda Lucas Amilcar, «La France insoumise, le fascisme et la révolution. Quel mouvement révolutionnaire en France?», Lundi matin, 01/07/2025. Si veda anche, da un’altra prospettiva, Stathis Kouvélakis, «Gilets jaunes, l’urgence de l’acte», Contretemps, 21/01/2019, dove scriveva: «Il crollo delle mediazioni tradizionali e il rifiuto, o l’incapacità, di forgiarne di nuove costituiscono il terreno comune dell’atteggiamento “anarchico” e dell’approccio “populista”. Il passaggio dall'”orizzontalità” rivendicata dal movimento spagnolo di occupazione delle piazze a quello che ne è il principale prodotto sul piano politico, ossia il populismo guidato dalla coppia di caudillos di Podemos, ne è il caso più paradigmatico. La traiettoria greca appare, almeno in un primo momento, più complessa, anche se il punto d’arrivo risulta in larga misura convergente. Nulla di più sbagliato, dunque, che intendere il ricorso ai social network come garanzia di “orizzontalità” e di decentralizzazione radicale dell’azione collettiva.»

[9] Per il filosofo marxista Herbert Marcuse, una delle caratteristiche del capitalismo americano del dopoguerra era di aver radicato la propria ideologia nella quotidianità stessa dell’esistenza, al punto da rendere «problematico» il concetto di alienazione. La tendenza, secondo lui, era che il capitalismo abolisse la distanza necessaria alla presa di coscienza di questa stessa alienazione: «Non c’è più che una dimensione, scrive Marcuse, è ovunque e sotto tutte le sue forme». «In questa forma, le idee, le aspirazioni, gli obiettivi che, per il loro contenuto, trascendono l’universo consolidato del discorso e dell’azione vengono o respinti oppure ridotti a termini di questo universo.» La teoria e la strategia politica del campo dell’emancipazione sono tra le prime vittime di questa unidimensionalità, come riflettono, per esempio, concetti quali «verticale» e «orizzontale», unidimensionali per definizione. La creatività politica della gioventù ha assestato un duro colpo a questa unidimensionalità. Se Stella teme che i ribelli costruiscano «una piramide, riproducendo il funzionamento gerarchico che rifiutano, invece di moltiplicare i legami orizzontali, le interconnessioni, il coordinamento dei gruppi auto-organizzati», perché diavolo cerca di rinchiudere questa uscita dall’inferno unidimensionale in un sistema di assi cartesiani?

[10] Nella sua introduzione a Le lotte di classe in Francia (1848-1850), Marx scrive per esempio: «Il tempo dei colpi di sorpresa, delle rivoluzioni compiute da piccole minoranze coscienti alla testa di masse incoscienti è passato. Laddove si tratta di una trasformazione completa dell’organizzazione sociale, è necessario che le masse stesse vi cooperino, che abbiano già compreso di che cosa si tratta, perché intervengono con il proprio corpo e con la propria vita.»

[11] Stathis Kouvélakis, op. cit.

[12] Si pensi a tutti i gruppi Snapchat, ai collegamenti tra i blocchi attraverso i monopattini elettrici, alle assemblee generali spontanee nei campus e nei blocchi, al «caos organizzato» durante le lezioni a distanza, ai riflessi collettivi dei cortei di fronte alla repressione e a tante altre dimostrazioni concrete dell’intelligenza collettiva.

[13] Come sottolinea, a proposito del movimento liceale, il ricercatore in scienze politiche Ulysse Rabaté su Politis: «Gli eletti che arrivano con la fascia tricolore non vengono accusati di “recupero” dai protagonisti, ma sono accolti pragmaticamente come un sostegno benvenuto per dare maggiore risonanza alla denuncia delle ingiustizie. Perché privarsene? L’interpellazione del mondo politico e delle istituzioni è consustanziale alla nascita del movimento e alle sue prime rivendicazioni. Le parole d’ordine non appartengono a un repertorio volto a cacciare chi governa, ma si concentrano su richieste concrete: insegnanti, infermiere, ore di lezione, sedie, tavoli.»

[14] Emilio Albamonte e Matías Maiello, «Pensar la estrategia revolucionaria en el siglo XXI», 27/09/2026.

[15] Si veda per esempio E. Barot e J. Chingo, «L’antipolitique autonome et ses illusions», 22/06/2016. Quanto al Manuel de survie del Comitato Invisibile, pubblicato molto recentemente, ne discuteremo in seguito.

[16] Cfr. anche la critica sviluppata successivamente da Frédéric Lordon all’«antipolitica» di quello che definisce il «movimento destituente», Vivre sans?, Parigi, La Fabrique, 2019.

[17] Una politica che abbiamo cercato di portare avanti, nella misura delle nostre forze, con Révolution Permanente, a partire dal Polo Saint-Lazare a Parigi, che riuniva lavoratori e militanti di sinistra su iniziativa, in particolare, dell’Inter-gares e del Comitato Adama, o ancora attraverso iniziative di convergenza in diverse città come Tolosa.

[18] A proposito delle precettazioni, si veda Rafael Cherfy, «Raffinerie de Normandie : énorme démonstration de solidarité face aux réquisitions», 25/03/2023. Per quanto riguarda la Rete per lo sciopero generale, si rimanda a Juan Chingo, «La victoire était possible. Bataille des retraites, un bilan», 28/09/2024, e Juan Chingo, La victoire était possible : réflexions stratégiques sur la bataille des retraites de 2023, éditions Communard.e.s, 2024.

[19] Cfr. Les Soulèvements de la Terre, Premières secousses, La Fabrique, 2024.

[20] La recente trasmissione «Quitter l’époque contemporaine?» di Paroles d’Honneur, 18/10/2026, è emblematica di questa logica, che fa di tutto per mantenerci nell’epoca contemporanea.

[21] Stella scrive: «Gruppi e partiti che si dichiarano rivoluzionari riproducono anch’essi la fabbricazione e la promozione di leader, di capi, che si chiamino Jean-Luc o Anasse. La personalizzazione della lotta nuoce gravemente alla lotta.»

[22] Come constata Luc Amilcar, pur senza trarne le nostre stesse conclusioni: «All’interno del campo della liberazione, se le sollevazioni degli anni 2010 hanno spesso permesso una diffusione di massa delle pratiche e delle idee libertarie, questo momento controrivoluzionario è segnato, almeno dalla fine della pandemia, dal ritorno progressivo ma deciso del loro opposto, la sinistra autoritaria.» Si veda «La France Insoumise, le fascisme et la révolution (2/3)», Lundi Matin, 27/01/2026. Per un esempio di riconversione meccanica, si veda Lizzie, «Pourquoi je ne suis plus anti-autoritaire», Positions revue, 09/09/2026.

Articoli a cura della redazione del giornale in lingua francese della Rete Internazionale di giornali militanti La Izquierda Diario, di cui LVdL fa parte.