In questi giorni i blocchi degli autotrasportatori e degli agricoltori al sud stanno paralizzando la grande distribuzione, oltre ai rifornimenti di carburanti. Molti hanno già correttamente osservato la forza di questa mobilitazione. Pochi l’hanno collegata all’esigenza di unire le lotte lungo la filiera logistica e della grande distribuzione organizzata con un chiaro programma di classe, per evitare che vertenza venga riassorbita, quindi separata dal fermento giovanile e dalla mobilitazione del resto dei lavoratori. Ne scrive da un punto di vista privilegiato, Ines delegata sindacale combattiva nei sub-appalti COOP.
Dai campi ai supermercati: una filiera di sfruttamento
Nelle ultime settimane, autotrasportatori e agricoltori del Sud Italia hanno avviato scioperi e mobilitazioni contro il caro carburanti. Da giorni, tir e trattori rallentano o interrompono la circolazione attraverso presidi e blocchi, partiti a inizio ottobre in Puglia e Calabria e poi estesi a Campania, Sicilia, Basilicata e Molise.
Queste proteste raccontano una crisi che attraversa l’intera filiera agroalimentare. Il caro carburanti pesa su chi coltiva i campi e su chi trasporta le merci, mentre le logiche di profitto e il potere monopolistico dei grandi gruppi della grande distribuzione organizzata (GDO) esercitano una forte pressione sui prezzi riconosciuti ai produttori. I piccoli agricoltori si trovano così schiacciati tra l’aumento dei costi di produzione e la difficoltà di ottenere una remunerazione adeguata per il proprio lavoro. Ma non sono gli unici a pagare il prezzo di questo modello…
Alcune realtà politiche hanno cercato di strumentalizzare il movimento, indirizzandolo verso rivendicazioni di destra e di estrema destra, che scaricano le responsabilità della crisi sulle categorie più fragili, come i migranti. Eppure, lungo questa stessa filiera lavorano migliaia di braccianti, spesso impiegati in condizioni di sfruttamento e all’interno di sistemi di caporalato che prosperano anche grazie alla pressione sui costi imposta dalla distribuzione. Analogamente, la filiera della logistica, in particolare nella branca del magazzinaggio e del trasporto di ultimo miglio (i corrieri), è una giungla di subappalti che frammentano e precarizzano una foza lavoro in gran parte non di origine italiana – una condizione con alcune analogie con quella dei camionisti che oggi protestano, la gran parte finti autonomi alle dipendenze di aziende più grosse. I lavoratori migranti nella filiera logistico-agroalimentare, però, non sono semplicemente vittime del sistema: nell’ultimo decennio hanno portato avanti lotte fondamentali, costruendo forme di organizzazione collettiva. È necessario che abbiano un ruolo da protagonisti anche nelle attuali mobilitazioni del mondo agricolo e del trasporto.
Nonostante lo spazio limitato che ricevono nei media tradizionali, le proteste degli agricoltori e degli autotrasportatori stanno trovando una forte eco sui social media. Molti lavoratori e studenti si riconoscono nella disperazione di chi oggi protesta, perché vedono in quelle difficoltà qualcosa che conoscono direttamente: la fatica di arrivare a fine mese, l’aumento delle bollette, degli affitti e dei prezzi dei beni essenziali.
Il cibo riguarda tutti e tutte. La possibilità di acquistarlo a prezzi accessibili e le condizioni di chi lo produce, lo trasporta e lo distribuisce sono questioni strettamente connesse. La sfida è quindi unire queste lotte, rendendo visibile ciò che lega lo sfruttamento del lavoro al carovita, dai luoghi di produzione fino agli scaffali dei supermercati.
Cosa si cela dietro la grande distribuzione: appalti, precarietà e sfruttamento
Quando parliamo di grande distribuzione non parliamo soltanto di dove compriamo il cibo o di come arriva sugli scaffali. Parliamo anche di come viene organizzato il lavoro delle persone che rendono possibile l’intero sistema. Dietro i punti vendita dei supermercati ci sono precarietà, turni pesanti, salari bassi e condizioni di lavoro sempre più difficili.
Lo sfruttamento del territorio e quello del lavoro sono due facce dello stesso modello. Da una parte si costruiscono nuovi supermercati, si consuma suolo, si cementifica e si espande un sistema economico la cui sete di profitto sembra non avere limiti. Dall’altra si cerca di ottenere sempre di più dalla forza lavoro, aumentando ritmi e carichi senza considerare i limiti fisici e psicologici dei lavoratori – il cui lavoro è proprio la base del profitto, sotto forma di plusvalore.
Nel supermercato vediamo il prodotto finito, ma dietro quel prodotto ci sono le condizioni di chi ha raccolto gli alimenti, di chi li ha caricati sui camion, di chi li ha movimentati nei magazzini e di chi, durante la notte, li ha sistemati sugli scaffali.
Io lavoro alla Coop, un’azienda che costruisce la propria immagine pubblica attorno a valori come la solidarietà, la responsabilità sociale e il rapporto con il territorio. Eppure, negli anni, Coop Alleanza ha esternalizzato sempre più attività, facendo dell’appalto uno degli strumenti attraverso cui frammentare la forza lavoro.
Nel nostro caso, anche grazie alla sindacalizzazione, siamo riusciti a mantenere un contratto della logistica coerente con il lavoro che svolgiamo. In molti altri appalti legati alla Coop, invece, viene applicato il contratto Multiservizi, con condizioni economiche e normative spesso peggiori e retribuzioni che partono da circa sei euro l’ora.
L’esternalizzazione consente di dividere i lavoratori, rendere più difficile l’organizzazione collettiva e abbassare il costo del lavoro. A tutto questo si aggiunge una minaccia costante: se non accetti determinate condizioni, potrebbe arrivare qualcun altro disposto ad accettarle, oppure un’altra azienda in appalto che applica condizioni ancora peggiori.
Per garantire che gli scaffali siano sempre pieni, il lavoro non si ferma quando le serrande si abbassano. È proprio durante la notte che entrano in azione tanti scaffalisti e scaffaliste, con il compito di sistemare la merce. Il nostro obiettivo quotidiano è riempire gli scaffali, rispettando tempi e ritmi sempre più serrati. Il prezzo sociale sono corpi sottoposti a carichi pesanti e ritmi usuranti.
A svolgere queste mansioni sono spesso persone che vivono già altre forme di precarietà. Ci sono lavoratori e lavoratrici migranti che fanno doppi lavori perché uno stipendio non basta per pagare l’affitto e le bollette. Ci sono persone esposte al ricatto legato ai documenti e alla necessità di mantenere un’occupazione. Ci sono donne che lavorano di notte per potersi occupare dei figli durante il giorno, sommando il lavoro salariato al lavoro di cura.
Così ci ritroviamo con supermercati pieni di prodotti, spesso talmente sovraccarichi di merci che ogni giorno vengono buttate via grandi quantità di cibo scaduto. A questo si aggiungono i prodotti danneggiati o rotti, che non possono più essere messi in vendita e finiscono anch’essi tra i rifiuti. È qui che si manifesta l’irrazionalità di questo sistema: mentre i lavoratori faticano ad arrivare a fine mese e riescono a malapena a riempire un carrellino della spesa, la grande distribuzione butta via quintali di cibo ogni anno. Tutto pur di garantire che il flusso non si fermi mai.
Nella filiera gli appalti ci dividono, la classe ci unisce… Ma non proprio tutti
Noi lavoratori facciamo sempre più fatica a permetterci gli stessi beni essenziali che contribuiamo a produrre e distribuire. Ma non siamo soltanto coloro che subiscono le condizioni imposte dal sistema: siamo anche coloro che possono interromperne il funzionamento.
Lo stiamo vedendo oggi con le lotte degli autotrasportatori e degli agricoltori. Lo abbiamo visto anche con la Palestina, quando l’organizzazione dei lavoratori ha avuto un ruolo importante nelle mobilitazioni, attraverso gli scioperi e il blocco materiale di determinate relazioni economiche con l’entità sionista.
Anche noi, come scaffalisti, abbiamo discusso del boicottaggio, non soltanto come scelta individuale del consumatore, ma come pratica collettiva organizzata e come possibile terreno di intervento dei lavoratori. Abbiamo partecipato agli scioperi per la Palestina, dichiarando che non volevamo più allestire prodotti di marchi coinvolti nel sostegno al genocidio.
Quando i lavoratori si organizzano e mettono in discussione la propria partecipazione a determinate attività, il boicottaggio può acquisire una forza diversa. Non riguarda più soltanto ciò che scegliamo di comprare, ma anche ciò che siamo disposti a produrre, movimentare, allestire e distribuire. La grande distribuzione, infatti, non funziona da sola: ha bisogno ogni giorno del lavoro di migliaia di persone, che organizzandosi possono intervenire direttamente sul suo funzionamento.
Per questo è necessario costruire forme di sciopero capaci di mettere in relazione i diversi settori coinvolti nella produzione e distribuzione delle merci, superando anche la contrapposizione tra lavoratori e consumatori. Spesso il boicottaggio o lo sciopero vengono criticati contrapponendoli agli interessi di chi consuma o di chi lavora. In realtà, chi fatica a fare la spesa ha interessi comuni con chi lavora nei supermercati. Il carovita e lo sfruttamento del lavoro sono problemi connessi: chi oggi non riesce a riempire il carrello della spesa è lo stesso lavoratore che domani protesta contro un salario insufficiente.
Le mobilitazioni contro il caro carburanti, le lotte dei braccianti, gli scioperi della logistica e le rivendicazioni dei lavoratori della grande distribuzione devono quindi incontrarsi. Questo non significa, però, che tutti gli interessi siano gli stessi. Siamo certamente separati da quei medi, ma a volte anche relativamente piccoli, padroncini agricoli che scaricano sui lavoratori le pressioni al ribasso imposte dalla GDO, spesso approfittando delle leggi che criminalizzano l’immigrazione. Lo stesso vale per i piccoli imprenditori dei trasporti, che oggi si confondono con quei padroncini di camion che sono, invece, lavoratori salariati mascherati da autonomi.
Questi piccoli padroni e le loro associazioni stanno cercando di imporre alla mobilitazione un’agenda centrata sulla richiesta di nuove esenzioni fiscali (ad esempio l’IRAP per le aziende di trasporto), quindi indirettamente tagli al welfare finanziato con i soldi della classe lavoratrice nel suo complesso, e che non evidenzia la necessità di mettere in campo una lotta al razzismo e alla criminalizzazione dell’immigrazione.
Eppure, proprio la criminalizzazione dell’immigrazione e i vari decreti sicurezza favoriscono lo sfruttamento dei braccianti nelle campagne e della classe operaia migrante. Chi oggi urla alla «remigrazione» non vuole garantire la sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori di questo paese, ma rendere più ricattabili i lavoratori migranti, ostacolando l’acquisizione dei documenti. La precarietà dello status giuridico costringe infatti molti lavoratori ad accettare qualsiasi occupazione pur di ottenere o rinnovare il permesso di soggiorno, abbassando così le condizioni dell’intera classe operaia. Non a caso, le lotte dei lavoratori migranti nella logistica hanno permesso miglioramenti per tutti.
Per questo l’intervento unitario della classe lavoratrice è necessario non solo per costruire rapporti di forza migliori, ma anche per imprimere un’agenda di classe alla mobilitazione, impedendo che prevalgano interessi che mirano a ottenere vantaggi per una categoria a spese di altre, salvaguardando i privilegi di piccoli e grandi sfruttatori.
Serve un programma di classe indipendente, che non possa essere riassorbito dagli interessi della grande distribuzione organizzata e del governo: interessi che marciano assieme. Il pericolo è che riescano a ricondurre entro limiti politici gestibili il potenziale di una lotta che sta provocando crepe nel blocco sociale di Meloni e soci.
Questa agenda di classe non deve rivendicare esenzioni fiscali, ma controlli sui prezzi dei generi alimentari ed energetici, forti aumenti salariali e la loro indicizzazione all’inflazione; la fine del sistema del subappalto e della precarietà, nella prospettiva dell’esproprio dei grandi gruppi della GDO sotto il controllo dei lavoratori e delle cooperative di agricoltori indipendenti. Solo in questo modo i piccoli produttori potranno ottenere il «giusto prezzo» per i propri prodotti.
L’opposizione dei piccoli padroncini di camion alle tasse «ecologiche» sulla benzina è giusta, perché queste scaricano su chi lavora i danni provocati dalle grandi multinazionali dell’energia. Anche in questo caso, però, bisogna collegare questa opposizione a un programma di classe, per non sprecare l’occasione di unire questa lotta a quella degli studenti, giustamente preoccupati per i disastri del cambiamento climatico. Le tasse più alte le paghino le multinazionali, oppure vengano nazionalizzate sotto il controllo dei lavoratori per finanziare un piano di riconversione ecologica, invece della riconversione bellica.
Il 30 ottobre aderiamo allo sciopero generale: unire le lotte dal basso
L’adesione allo sciopero generale del 30 ottobre si inserisce in questa prospettiva: non basta esprimere solidarietà a chi protesta nei campi o sulle strade. È necessario costruire collegamenti concreti tra le lotte, affinché le condizioni di chi lavora e di chi subisce il carovita non vengano affrontate come questioni separate. Dobbiamo organizzarci e portare una prospettiva che impedisca alla mobilitazione di essere scippata da interessi reazionari.
Per questo è fondamentale che i lavoratori di tutti i sindacati scioperino il 30 ottobre e che si promuovano assemblee sindacali intercategoriali dal basso per costruire la partecipazione alla giornata di lotta. Per questo è fondamentale che quegli autotrasportatori e quegli agricoltori che non hanno nessun interesse ad aumentare lo sfruttamento di chicchesia partecipino allo sciopero, e non ascoltino quelle associazioni di categoria e gruppi d’interesse che in loro nome, e dopo aver cavalcato per alcuni giorni la protesta, ora gli dicono di fermarsi “per il bene del paese”. La repressione, certo, è un’altro fattore da considerare, ma solo scioperando accanto agli altri lavoratori e agli studenti il 30 si potrà fare fronte comune per combatterla, e mandare a casa questo governo che ha tradito i suoi stessi elettori, per sostenere guerre imperialiste che si traducono in inflazione alle stelle, e finanziare il riarmo con i tagli sulle spalle di chi lavora e studia.
Lungo la filiera, nelle strade, nei supermercati lavorano fianco a fianco persone con contratti diversi, che spesso svolgono le stesse mansioni ma ricevono trattamenti economici e normativi differenti. Dobbiamo incontrarci, confrontarci, fare assemblee, autoorganizzarci e costruire gli scioperi dal basso, affinché non si riducano a date rituali, ma diventino momenti reali di partecipazione e conflitto.
La sfida è costruire uno sciopero capace di attraversare tutta la filiera, senza limitarsi a denunciare le conseguenze del sistema, ma intervenendo sui meccanismi che le producono.
Uno sciopero politico, capace di connettersi alle mobilitazioni degli studenti, alle occupazioni nelle scuole e alle lotte dei lavoratori nelle piazze d’Italia. Uno sciopero che porti al centro le rivendicazioni di chi lavora e di chi subisce il carovita, chiedendo a gran voce le dimissioni di questo governo che aumenta gli investimenti nel riarmo e definanzia i servizi essenziali.
Ines Abdelhamid
Nata in tunisia nel 2001, studia storia a Bologna e lavora come scaffalista notturna in Coop. Milita nella fir ed è delegata sindacale filt-cgil