Ieri, in Francia, centinaia di migliaia di manifestanti hanno messo in campo manifestazioni, blocchi e picchetti di sciopero in diverse piazze, strade e siti strategici. Una mobilitazione che si inserisce in una fase di grave crisi politica del governo francese, sotto i colpi di una finanziaria lacrime e sangue prevista per il prossimo autunno, a causa di crescenti pressioni all’austerità. Pressioni alle quali nell’ultimo quindicenno il conflitto sociale era riuscito a rispondere con relativa efficacia, ma che ora diventano sempre più forti in un contesto segnato dalle politiche di riarmo, in Francia come in tutta Europa. La mobilitazione è stata lanciata negli scorsi mesi dalla CGT proprio contro la legge di bilancio e il governo Bayrou – dimissionario qualche giorno fa – rappresentando, più in generale, un nuovo baricentro per il rilancio della lotta di classe contro Macron, a due anni dall’approvazione della contro-riforma delle pensioni. Nonostante il boicottaggio di altri grandi sindacati, come la cattolica CFDT, una certa tendenza all’auto-organizzazione, tramite assemblee generali con lavoratori e studenti, ha permesso di smentire le previsioni che scommettevano su un movimento ultra-minoritario. Questa dinamica che dimostra che la rabbia è diffusa, che i giovani vogliono unirsi alla lotta e che occorre un piano di battaglia per sconfiggere Macron e le politiche anti-lavoratori. Un nuovo banco di prova sarà la data di sciopero del 18 settembre a cui parteciperanno tutti i sindacati. Segue una prima traduzione dai nostri compagni di Révolution Permanente.


 

Nella conferenza stampa di martedì 9 settembre, Bruno Retailleau ha fatto di tutto per imprimere la versione del governo sulla mobilitazione imminente: quella di un movimento guidato da militanti di sinistra, monopolizzato da «gruppuscoli», dedito all’azione violenta, insomma ultra-minoritario. Purtroppo per il Ministero dell’Interno, la giornata di mercoledì ha smentito questa previsione e questa retorica, destinata a legittimare una repressione brutale. Il 10 settembre, infatti, centinaia di migliaia di persone si sono mobilitate in tutta la Francia.

Una mobilitazione che si è svolta in collegamento con il mondo del lavoro nonostante una feroce repressione

Al mattino, il massiccio dispiegamento di 80.000 poliziotti e gendarmi, ha cercato di impedire una parte dei blocchi e delle azioni di collegamento con i picchetti di sciopero previsti. Da Nantes a Parigi, dove i blocchi della tangenziale e dei depositi RATP di Lagny o Belliard sono stati rapidamente repressi, passando per i tentativi di blocco delle scuole superiori un po’ ovunque in Francia, la repressione è stata massiccia. Gas lacrimogeni, arresti, spari di LBD, dispiegamento di blindati e dispositivi di sorveglianza con droni XXL, centinaia di arresti: è stato fatto di tutto per soffocare la mobilitazione.

Tuttavia, questa offensiva alla fine è fallita. In tutta la Francia si sono svolte centinaia di azioni di blocco. Se spesso sono state rapidamente interrotte, è stato per trasformarsi in manifestazioni spontanee e raggiungere altri luoghi di mobilitazione. A Nantes, più di 150 manifestanti sono così riusciti a raggiungere il picchetto dell’inceneritore Valo’Loire. A Bretigny-sur-Orge, si è verificato uno scenario simile presso il sito Amazon in sciopero. Anche alla Gare du Nord di Parigi, il massiccio dispiegamento di forze di polizia previsto per spegnere uno dei punti caldi della giornata ha potuto solo ritardare l’assemblea generale prevista, che alla fine ha permesso di riunire migliaia di ferrovieri, lavoratori di diversi settori e giovani.

Reprimendo le azioni di blocco, il dispositivo di polizia non ha fatto altro che rafforzare la centralità dei picchetti di sciopero, che si sono tenuti in molte città del paese, dall’Airbus a Tolosa alla raffineria di Feyzin vicino a Lione o in Normandia vicino a Le Havre, passando per i numerosi picchetti dei lavoratori del settore energetico, il Technicentre di Châtillon, il picchetto dei ferrovieri di Montpellier, il liceo Eugène Delacroix a Drancy o l’ospedale Tenon a Parigi, a cui si sono uniti gli studenti del liceo Voltaire. Oltre alle grandi città, azioni si sono svolte anche in molte piccole città, con volantinaggio e blocchi intorno a rotatorie, zone commerciali o strade a scorrimento veloce.

Tassi di sciopero relativi ma manifestazioni importanti

A livello nazionale, i tassi di sciopero testimoniano una mobilitazione relativa del mondo del lavoro. Come era prevedibile, dopo due anni di apatia sociale, nell’ambito di una giornata organizzata al di fuori di un ampio sindacato interprofessionale [la CFDT, il sindacato più di centro e cattolico, ha boicottato la data ndt], circondata da una certa incertezza e confrontata con una data di mobilitazione concorrente il 18 settembre [quella appunto della CFDT], sono stati i nuclei di lavoratori a scioperare un po’ ovunque, con cifre tuttavia tutt’altro che trascurabili in alcuni settori: il 40% degli scioperanti alla raffineria di Feyzin, l’80% degli scioperanti in diverse squadre al Technicentre di Châtillon, l’80% dei macchinisti alla Gare de Lyon, il 60% dei macchinisti alla Gare du Nord, mobilitazioni nel settore sociale o tra gli agenti territoriali. Nonostante ciò, le manifestazioni sono state importanti, costringendo il governo ad annunciare la cifra di 175.000 partecipanti nel Paese, quasi il doppio di quella citata prima della giornata. La realtà è ovviamente più ampia, con la CGT che annuncia da parte sua 250.000 partecipanti.

Con diverse decine di migliaia di persone a Marsiglia e Tolosa, più di 10.000 a Lione, Bordeaux, Rennes, 6.000 a Chambéry e 2.000 ad Aix-en-Provence, le manifestazioni hanno fatto il tutto esaurito, esprimendo una rabbia molto diffusa contro le misure di austerità, i regali ai padroni, il genocidio a Gaza e, naturalmente, la figura di Emmanuel Macron, bersaglio di numerosi slogan. A Parigi, dove non si è tenuta alcuna manifestazione centralizzata, migliaia di persone si sono radunate nel pomeriggio in Place de la République, Place du Châtelet e poi Place des Fêtes. A Montpellier, un manifestante ha descritto una mobilitazione «paragonabile ad alcune manifestazioni della battaglia delle pensioni», un movimento che ha avuto un’adesione massiccia in tutto il paese. Ciò basta a smentire le voci su un movimento minoritario e a dimostrare che gli elementi di auto-organizzazione che si sono messi in atto nelle ultime settimane fanno parte di una rabbia molto più ampia.

L’affluenza alle manifestazioni è stata alimentata dalla mobilitazione dell’avanguardia al centro del movimento, dai settori del mondo del lavoro che hanno risposto agli appelli alla mobilitazione, ma anche dai giovani, presenti in gran numero nelle assemblee generali e nelle strade. Già da lunedì, il moltiplicarsi delle assemblee nei luoghi di studio che hanno riunito 500 studenti a Rennes 2, 250 a Paul Valéry, 300 a Jussieu, 200 a Paris-Cité, 250 al Mirail a Tolosa prima ancora dell’inizio dell’anno accademico ha dato il tono. Con l’questo mercoledì, che sarebbero state bloccate in 150, il governo ha motivo di preoccuparsi per un settore che potrebbe svolgere un ruolo centrale nei prossimi giorni.

La forza c’è per costruire uno sciopero generale politico: rotta verso il 18 settembre!

La giornata di mobilitazione ha ampiamente oscurato l’insediamento di Sébastien Lecornu a Matignon. Soprattutto, se questa nomina aveva l’obiettivo di tagliare l’erba sotto i piedi della rabbia operaia e popolare contro Macron, bisogna constatare che gli slogan «Macron dimettiti» hanno nuovamente risuonato nelle strade del Paese. In un contesto in cui il presidente si aggrappa al potere e intende trovare una via d’uscita per continuare a governare al servizio dei padroni, il movimento del 10 settembre dimostra che la rabbia è lì per cacciarlo, lui e le sue politiche anti-operaie. Le assemblee generali che si sono tenute questa sera dimostrano che la voglia di continuare la lotta c’è, con 5000 persone a Parigi, 500 persone a Nantes o Angoulême, ecc.

Il successo del 10 settembre sottolinea più che mai l’importanza di farlo diventare un punto di appoggio per estendere la mobilitazione e costruire uno sciopero generale politico. In questo senso, la data del 18 settembre potrebbe essere una tappa importante. Pensata per dividere la rabbia, questa giornata di mobilitazione deve essere utilizzata per imporre alle direzioni sindacali una strategia alternativa. Per costruire un rapporto di forza duraturo, facciamo del 18 settembre uno sciopero massiccio, radicale e politico, che articoli rivendicazioni sociali e democratiche e unifichi i lavoratori e i giovani.

Ciò implica che le assemblee generali del movimento debbano funzionare già da stasera come veri e propri «comitati d’azione» per lo sciopero generale. Pur continuando a domandare e a fare pressione sulle federazioni e sulle confederazioni sindacali affinché si impegnino nella lotta, dobbiamo mettere tutte le nostre forze del movimento al servizio di un’azione rivolta ai luoghi di lavoro e di studio, cercando di portare nelle assemblee generali i lavoratori delle imprese a livello territoriale, approfittando della politicizzazione e dell’aspirazione a mettersi in gioco per cambiare le cose che esiste nel Paese. Contro i tentativi di canalizzazione istituzionale, dobbiamo dire chiaramente che è attraverso i nostri metodi e la nostra lotta che sarà possibile ottenere le nostre rivendicazioni.

Nell’immediato, questa prospettiva strategica implica la difesa di un orientamento del movimento indipendente dallo Stato e dalle sue istituzioni, che cerchi di ottenere le sue rivendicazioni sociali e politiche con i propri metodi. In questo senso, dobbiamo dire chiaramente che tassare i ricchi non è sufficiente, ma che è necessario affrontare seriamente il potere del capitale, espropriando i settori strategici, sotto il controllo dei lavoratori, oltre a richiedere il pensionamento a 60 anni e a 55 anni per i lavori pesanti, l’aumento di tutti gli stipendi e la ripartizione dell’orario di lavoro. Sul piano democratico, che riveste un’importanza centrale di fronte alla crisi del regime, è necessario un programma serio, che si ispiri alla tradizione democratico-radicale del nostro Paese piuttosto che alle repubbliche parlamentari borghesi precedenti alla V Repubblica.

Per questo motivo, contro i tentativi di canalizzare il movimento che sta per nascere, affermiamo la necessità di lottare per porre fine al regime e alle sue istituzioni come la Presidenza della Repubblica, cercando di imporre un’Assemblea unica, senza Senato né Consiglio costituzionale, i cui deputati siano pagati con lo stipendio di un infermiere e eletti sulla base di assemblee locali che possano controllarli e revocarli in qualsiasi momento. È difendendo con i metodi della lotta di classe un programma di questo tipo che le masse arriveranno alla conclusione della necessità di un governo di coloro che non hanno mai governato, un governo dei lavoratori, delle classi popolari e di tutti gli oppressi.

 

Paul Morao

Traduzione da Révolution Permanente

 

Vive a Parigi ed è membro della redazione di Révolution Permanente, giornale online francese della rete internazionale La Izquierda Diario.