Ieri sera si è disputata la partita di calcio tra Italia e Israele, allo stadio Friuli di Udine, in un impianto semi vuoto, circondato da un massiccio dispiegamento di forze dell’ordine e teatro di un nuovo caso di repressione dispiegato contro oltre 10 mila manifestanti radunatisi all’esterno. Con il DDL Gasparri e le nuove indagini aperte nei confronti dellx studentx della Sapienza, il governo italiano punta a scoraggiare la mobilitazione contro il genocidio in Palestina.


Cartellino rosso a Israele” è il nome della campagna che chiede l’esclusione di Israele dai tornei ufficiali della FIFA e della UEFA. L’obiettivo: impedire che uno sport così popolare, come è il calcio, venga usato per normalizzare l’azione coloniale dello stato sionista.

La scelta di una città periferica come Udine e di uno stadio privato non è stata casuale, ma si è trattato di un tentativo di isolare l’evento. Tuttavia, le difficoltà logistiche e la militarizzazione preventiva non hanno impedito a oltre 10 mila persone di riunirsi in piazza Primo Maggio, convocate dal Comitato per la Palestina di Udine, sostenute da più di 350 organizzazioni – molte delle quali legate al mondo dello sport popolare.

Durante la serata si sono verificati scontri con la polizia, con un bilancio di 15 arresti e due giornalisti feriti alla testa, con il supporto di una feroce campagna mediatica e governativa che, anziché condannare la repressione, ha cercato di attribuire la responsabilità ai manifestanti.

L’Italia ha vinto 3-0, un risultato che, ironicamente, ha rappresentato uno stimolo in più per chi lotta per l’esclusione di Israele dalle competizioni internazionali. Un piccolo gesto di giustizia poetica per chi vive lo sport con coscienza politica.

 

Mobilitazione storica e offensiva repressiva

Dallo sciopero generale del 22 settembre, si stima che oltre 2 milioni di persone — lavoratori, lavoratrici e giovani — si siano mobilitate in tutto il Paese, segnando l’inizio di una fase storica di mobilitazione che ha rotto la passività e messo in discussione il governo Meloni.

L’esecutivo si preparava da tempo a situazioni di questo tipo, con l’approvazione del DDL 1660, noto come Decreto Sicurezza: un provvedimento pensato per contenere un conflitto sociale in crescita, alimentato dal riarmo, dai tagli alla sanità, all’istruzione e ai diritti sociali, in favore della spesa militare. Tuttavia, non si aspettava un’ondata di blocchi di stazioni, porti e strade che ha fatto saltare ogni protocollo repressivo.

Sebbene le manifestazioni di massa abbiano posto un freno agli abusi del governo, quest’ultimo continua a cercare di disarticolare la protesta attraverso vie indirette. Con una tempistica simultanea agli scioperi, è stato presentato il DDL Gasparri, un’iniziativa del senatore di Forza Italia che mira a criminalizzare ogni critica allo Stato di Israele, equiparandola all’antisemitismo. Il progetto prevede un’applicazione che si estende anche a scuole e università.

Sempre ieri è stata resa nota la richiesta di indagine nei confronti di due studenti della Sapienza, che lo scorso anno avevano partecipato a una protesta nel rettorato contro gli accordi tra l’università e lo Stato di Israele.

A ciò si aggiungono denunce di intimidazioni verso organizzazioni sociali, come avvenuto durante un’assemblea alla Casa dei Popoli Thomas Sankara a Desenzano, interrotta domenica scorsa da una presenza intimidatoria della polizia.

 

La lotta per le libertà democratiche

Difendere la libertà di espressione e il diritto a manifestare non è uno slogan astratto: è una necessità urgente di fronte all’avanzata di politiche repressive che mirano a soffocare la solidarietà internazionale con la Palestina e a frenare l’organizzazione dal basso.

Rafforzare la mobilitazione già in corso è il primo passo. L’alleanza con lavoratori e lavoratrici che hanno dimostrato, con strumenti di lotta efficaci, la capacità di mettere in crisi i piani del governo, è strategica, e la battaglia per l’abolizione della legge 146che limita il diritto di sciopero — diventa centrale in questo contesto.

La protesta non si ferma. Nelle piazze, nelle università e negli stadi, migliaia continuano a dire: non in nostro nome.

Laura Tartaglia

 

Nata a La Plata, Argentina, nel 1992, dove ha militato con il Partido de los Trabajadores Socialistas. Laureata in Tecnica bibliotecaria. Vive e lavora a Monza, milita nella corrente femminista Il Pane e le rose e nella FIR.