Dalla critica alla scuola-azienda alla costruzione di un manifesto per ripensare l’istruzione pubblica; dal diritto allo studio alla salute mentale, dall’educazione sessuo-affettiva alla necessità di costruire rapporti sociali diversi.
Al liceo Righi di Roma, il collettivo dell* student* Ludus ha promosso l’occupazione di entrambe le sedi dell’istituto, dando vita a un percorso di formazione e discussione collettiva. Abbiamo parlato con due alunni del Righi delle ragioni dell’occupazione, delle loro rivendicazioni e della necessità di collegare la mobilitazione studentesca a quella dei lavoratori, in vista dello sciopero generale del 20 novembre.
L’occupazione e la critica alla scuola: costruire un’alternativa
Avete occupato entrambe le sedi del liceo. Quando avete preso questa decisione e quali sono le principali rivendicazioni che avete messo al centro della mobilitazione?
Abbiamo occupato domenica scorsa, entrando sia nella sede centrale sia nella succursale: una cosa che non succedeva da diversi anni. Abbiamo deciso di occupare entrambe le sedi per favorire la massima partecipazione possibile. Altrimenti, l* student* nella succursale che avessero voluto prendere parte all’occupazione avrebbero dovuto spostarsi nella sede centrale, accumulando assenze che avrebbero potuto incidere negativamente sul voto in condotta. È stata quindi una decisione presa nelle assemblee precedenti.
Le nostre rivendicazioni procedono di pari passo con la stesura di un manifesto: un progetto ambizioso, promosso dal collettivo e da chi partecipa all’occupazione, con l’obiettivo di realizzare una sorta di libretto che possa riformulare e ripensare completamente il sistema scolastico in cui viviamo.
Per farlo stiamo organizzando corsi di formazione dedicati ai diversi aspetti dell’istruzione pubblica. Vogliamo affrontare, per esempio, il tema dei finanziamenti alla scuola, ma anche quello dei Piani didattici personalizzati (PDP), che spesso non vengono rispettati oppure vengono applicati in maniera troppo generalizzata, senza rispondere davvero alle esigenze dello studente o della studentessa.
Tra i temi che avete messo al centro c’è anche quello della salute mentale. Perché considerate così importante mettere in discussione il modo in cui la scuola tratta l* student*?
La salute mentale è uno degli aspetti più trascurati nella gestione della scuola e nel modo in cui viene considerato lo studente. Quest’ultimo viene spesso ridotto a un ingranaggio: un soggetto che si trova lì soltanto per ricevere nozioni, senza essere trattato come un essere umano. Viene deumanizzato, trasformato in un corpo che deve studiare e immagazzinare informazioni per diventare sempre più performante, in vista del futuro ingresso nel mondo del lavoro.
Eppure uno studente trascorre sei ore al giorno a scuola. È inevitabile che un ambiente così pressante e le sue dinamiche incidano sulla psicologia di chi lo vive quotidianamente. Nonostante questo, la salute mentale viene completamente messa in secondo piano.
Gli sportelli di ascolto spesso non esistono nemmeno; quando ci sono, possono essere poco funzionanti o affidati a professionisti inseriti in modo occasionale, quasi per mettere una toppa a un problema molto più profondo. Noi sentiamo invece la necessità di dare molta più importanza alla salute mentale dell* student*.
Il diritto allo studio è anche una questione economica. Quali sono i problemi che incontrate concretamente nella vostra scuola?
Un tema che ci sta particolarmente a cuore è quello del caro libri e del caro viaggi. La nostra è una scuola del centro, con una componente sociale anche abbastanza agiata, ma accoglie student*che arrivano da tutte le parti di Roma. Ci sono quindi famiglie che non possono permettersi di pagare i viaggi d’istruzione, che possono arrivare a costare anche 600 euro all’anno, o i libri di testo, che possono raggiungere i 500 euro.
Alla fine, per frequentare una scuola che dovrebbe essere pubblica, una famiglia può trovarsi a spendere ben più di mille euro all’anno. Se poi ci sono due o tre figli, le cifre diventano insostenibili. È inaccettabile che il diritto allo studio comporti costi di questo genere.
Avete avanzato anche proposte per contrastare la violenza di genere e portare l’educazione sessuo-affettiva dentro la scuola. Quali sono le vostre richieste?
Una delle rivendicazioni di quest’anno del collettivo è l’apertura di un centro antiviolenza all’interno della scuola, o comunque di uno sportello gestito da operatrici dei centri antiviolenza. Vorremmo creare uno spazio di ascolto a disposizione di ragazze e ragazzi, sia per porre domande sia per segnalare situazioni di violenza.
Sono episodi molto più frequenti di quanto tendiamo a pensare. Secondo i dati che abbiamo richiamato durante la nostra discussione, oltre il 60% delle ragazze che subiscono violenza non ne parla con nessuno. Può quindi succedere che una nostra compagna di banco abbia subito violenza senza che noi ne sappiamo assolutamente nulla.
A questo si collega la volontà di organizzare a scuola incontri di educazione sessuo-affettiva con psicologhe e operatrici specializzate dei centri antiviolenza. È anche una risposta alla scelta del ministro Valditara di contrastare i casi di violenza attraverso l’esclusione dell’educazione sessuo-affettiva dalla scuola.
Noi crediamo invece che una parte fondamentale del cambiamento passi proprio dall’educazione: dobbiamo imparare a concepire diversamente i rapporti umani e il modo in cui guardiamo l’altra persona. Questo significa educazione al consenso e formazione sessuo-affettiva, soprattutto negli anni in cui la mente e la personalità si stanno ancora formando.
L’occupazione non è soltanto uno spazio in cui avanzare rivendicazioni nei confronti della dirigenza scolastica. Che ruolo attribuite alla costruzione di una socialità diversa?
Non è esattamente una rivendicazione specifica dell’occupazione, ma è un tema fondamentale della nostra lotta politica: dare alle persone la possibilità di avere nuovi spazi, nei quali ripensare gli schemi, le dinamiche e i rapporti sociali.
Viviamo in un mondo in cui le relazioni umane sono spesso profondamente condizionate da dinamiche tossiche. Tra i ragazzi, per esempio, questo si manifesta anche attraverso forme di mascolinità tossica. Abbiamo bisogno di luoghi in cui tutto questo possa essere messo in discussione e vissuto diversamente.
L’occupazione è uno di questi spazi, così come lo sono le piazze. La lotta è proprio il luogo in cui possiamo tornare a essere umani e a riconoscerci reciprocamente come tali.
Dalle mobilitazioni studentesche allo sciopero generale del 20 novembre
Il vostro percorso affronta questioni che vanno oltre la situazione immediata della scuola e le singole riforme. Come si inserisce nelle mobilitazioni giovanili che hanno attraversato l’Europa e che in Italia hanno portato l* student* in piazza il 16 e il 30 ottobre? E come pensate di collegarvi agli altri settori sociali in vista dello sciopero generale del 20 novembre?
Il nostro percorso politico di quest’anno si inserisce nell’ondata di manifestazioni che si sono sviluppate prima in Francia, ma anche in Albania e in Serbia, con il movimento dell* student*. Per noi è cominciato il 16 ottobre, con una piazza organizzata proprio dai collettivi autonomi: una manifestazione molto partecipata e di grande successo. Il percorso è proseguito il 30 ottobre, quando abbiamo registrato ancora una volta una partecipazione molto ampia.
Sicuramente il nostro lavoro dovrebbe essere orientato soprattutto a entrare in contatto con diversi strati sociali. Riprendo il comunicato con cui abbiamo lanciato l’occupazione: ci rivolgiamo non soltanto all* student* e alle studentesse, ma anche al corpo docente, al dirigente scolastico, ai precari, ai lavoratori e a tutte le diverse fasce sociali del Paese.
Vogliamo ribadire ancora una volta che l’istruzione e la formazione dei giovani sono fondamentali per la costruzione del futuro che vivremo.
In vista dello sciopero generale del 20 novembre dobbiamo ancora svolgere molto lavoro e organizzare numerose assemblee. Vogliamo entrare in contatto con altre scuole e, soprattutto, con quelle delle periferie. Credo sia fondamentale riuscire a portare in piazza l* student* che le frequentano, perché vivono in prima persona disagi che, rispetto a quelli che possiamo incontrare anche noi, sono spesso amplificati in maniera esponenziale, soprattutto per quanto riguarda i problemi strutturali degli edifici scolastici.
Il primo obiettivo è quindi dare voce proprio a quest* student* che vivono quotidianamente condizioni spesso ancora più difficili. Ma dobbiamo riuscire a coinvolgere anche i lavoratori e le lavoratrici, i precari e le precarie.
Il 16 ottobre siete scesi in piazza coordinandovi anche con altre organizzazioni studentesche, tra cui OSA. Avete intenzione di continuare questa collaborazione in vista del 20 novembre? Come state discutendo le possibili alleanze?
In questo momento non abbiamo una risposta definitiva, soprattutto perché crediamo molto nel processo assembleare e nella possibilità di arrivare a una sintesi collettiva. Non siamo ancora nella condizione di poter parlare a nome di tutti: dobbiamo costruire il percorso verso il 20 novembre e capire quali rapporti si stabiliranno con le altre realtà.
C’è anche una questione politica da discutere. Lo sciopero del 20 novembre è stato convocato dalla CGIL e, in un anno come questo, con le elezioni alle porte, il rapporto con questa organizzazione è un tema da valutare. Dal nostro punto di vista, scendere in piazza con la CGIL ha anche il problema di dare inevitabilmente visibilità anche a settori politici con cui non abbiamo nulla a che fare.
Questa è una questione emersa anche nelle discussioni assembleari, e i rapporti con le varie correnti studentesche non sono tutti agevoli allo stesso modo.
Possiamo invece dire che la manifestazione del 16 ottobre è stata molto forte. La partecipazione di diverse realtà, non soltanto dei collettivi autonomi ma anche di OSA, ha dato sicuramente più forza alla mobilitazione. Sappiamo bene che organizzarsi è fondamentale per avanzare rivendicazioni chiare e costruire un movimento studentesco più unito e più forte.
Se ci saranno le condizioni e si arriverà a una sintesi comune, saremo ben felici di ripetere un’esperienza di collaborazione come quella del 16 ottobre, basandoci su un consenso largo che deve emergere dalle assemblee dove studenti e studentesse possano prendere la parola, confrontarsi e decidere come proseguire le nostre mobilitazioni.
Intervista a cura di Giacomo Turci
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Nato a Cesena nel 1992. Ha studiato antropologia e geografia all'Università di Bologna. Direttore della Voce delle Lotte e admin del Marxist Internet Archive - sezione italiana, risiede a Roma, insegna ed è RSU con la FLC-CGIL all'IIS Via di Saponara 150 (Verne-Magellano).
