Vivere a Napoli in queste ore significa toccare con mano cosa succede quando la classe lavoratrice decide di alzare la testa e bloccare gli ingranaggi del sistema. Le strade paralizzate, i tir e i trattori di traverso, la penuria di carburante, gli scaffali vuoti della grande distribuzione sono la dimostrazione plastica di un potere reale.
Da giorni la mobilitazione degli autotrasportatori e degli agricoltori sta stringendo il Meridione in una morsa che mette a nudo tutta la fragilità dell’economia capitalista e della filiera agroalimentare. Ma soprattutto, questa paralisi sta aprendo la prima vera, profonda crepa nel blocco sociale che finora ha garantito il consenso e la tenuta del governo Meloni.
I blocchi stradali che in queste ore stanno paralizzando Napoli, dai nodi logistici di Napoli Est fino agli accessi del porto e alle aree di raffinazione, mettono a nudo una verità che i governi capitalisti cercano costantemente di occultare: la forza materiale e la potenzialità egemonica della classe lavoratrice quando decide di interrompere il flusso delle merci. La paralisi dei rifornimenti alimentari e dei carburanti che sta stringendo la Campania e l’intero Meridione in una morsa non è un semplice scontento categoriale, ma un atto di forza oggettivo.Dimostra che senza il braccio di chi trasporta, distribuisce e produce, l’intera macchina del profitto si arresta.
Ci troviamo di fronte ad un importante fenomeno politico: questa mobilitazione rappresenta la prima, reale e profonda crepa nel blocco sociale che finora ha garantito il consenso e la stabilità del governo Meloni. Pezzi importanti di quei settori che sono stati elettori diretti di questo governo nel Sud che avevano dato credito alle promesse elettorali della destra si stanno rivoltando sotto i colpi di una realtà materiale non più sostenibile.
“Mazz’e panell’’: la repressione è l’unica risposta del governo Meloni
Davanti a questa sollevazione, la nostra solidarietà deve essere massima, orientata innanzitutto a denunciare e respingere la violenta risposta repressiva dello Stato. L’esecutivo, terrorizzato dalla radicalità dei blocchi, ha risposto con l’unica arma a sua disposizione: la criminalizzazione penale e l’inasprimento poliziesco. L’ultimo Decreto Sicurezza, varato d’urgenza con l’introduzione del reato di partecipazione violenta, la minaccia dell’arresto differito e il potenziamento dei fermi preventivi persino per i minorenni, è il tentativo disperato di blindare l’ordine costituito. Dobbiamo gridare con forza che non è con la violenza di Stato, con le manette o con i decreti liberticidi che si risolve il dramma dell’inflazione e del crollo del potere d’acquisto. La repressione serve solo a tutelare i profitti di chi specula sulla fame dei lavoratori.
Inoltre i lavoratori, particolarmente in Campania, non hanno ceduto nuovamente al tentativo di associazioni di categoria concilianti come Fedralog in Calabria di fermare il blocco con la promessa di un tavolo di contrattazione il 27 di questo mese per offrirgli la stessa proposta di mesi fa. Una contrattazione particolarmente complicata, perché mentre i lavoratori impongono nella realtà le proprie richieste, il governo è ben cosciente che concedere quanto richiesto significa legittimare l’idea che lo sciopero è lo strumento indispensabile per imporre l’agenda dei lavoratori.
“A nuie ‘a miseria e a vuie ’o lusso”: l’elemosina dei decreti contro i miliardi di Eni
La paura del governo di fronte alla tenuta dei blocchi ha costretto il Consiglio dei Ministri a varare d’urgenza un “Decreto Aiuti” da 175 milioni di euro per autotrasporto, agricoltura e pesca. Una manovra disperata che destina 105 milioni ai camionisti e 60 milioni agli agricoltori sotto forma di crediti d’imposta per rimediare parzialmente ai rincari. Ma si tratta di una vera e propria elemosina di Stato, una pezza calda che non abbassa di un centesimo il prezzo reale del carburante alla pompa e che serve solo a lanciare un segnale pacificatorio nel tentativo di smantellare i presidi.
L’assoluta farsa di questo provvedimento emerge in tutta la sua violenza se si guardano i dati contabili pubblicati proprio in queste ore dai giganti dell’energia: Eni ha chiuso il terzo trimestre dell’anno registrando un utile netto adjusted di ben 6,4 miliardi di euro nei primi nove mesi del 2026, con un balzo del 70% dovuto proprio alle speculazioni sui mercati energetici. Mentre i lavoratori non riescono a fare gasolio e le famiglie restano al freddo, l’amministratore delegato di Eni festeggia risultati «eccellenti» annunciando un dividendo straordinario da 1,3 miliardi complessivi e un piano di riacquisto di azioni (buyback) che sale a 3,8 miliardi di euro unicamente per gonfiare le tasche degli azionisti privati e dei fondi speculativi.
Questo contrasto stridente svela l’essenza predatoria del sistema capitalista e la complicità diretta del governo Meloni. Le risorse per azzerare il carovita e calmierare i prezzi dei carburanti ci sono, ma vengono sistematicamente dirottate per remunerare il grande capitale e i parassiti della finanza. Lo Stato stanzia briciole pubbliche — sottratte alla sanità e alle scuole — per finanziare crediti d’imposta alle aziende, rifiutandosi categoricamente di tassare o espropriare gli extraprofitti accumulati dalle multinazionali fossili che hanno speculato sulla pelle delle masse popolari. Davanti a miliardi di profitti privati estratti dal sangue di chi lavora, la richiesta corporativa di semplici sgravi fiscali avanzata dai piccoli padroncini si rivela un vicolo cieco. La vera risposta di classe non è chiedere sussidi assistenziali al governo, ma esigere la requisizione immediata di questi immensi profitti privati e la nazionalizzazione senza indennizzo di Eni e dei colossi energetici, per porli sotto il controllo diretto dei lavoratori e finanziare tariffe sociali garantite.
“S’é mparato a scrivere e Nun saie leggere”: contro ogni soluzioni individuale, per l’unità studenti e lavoratori
Di fronte lo scenario dirompente del blocco dei carburanti, i principali atenei napoletani – dalla Federico II alla Vanvitelli, dalla Parthenope al Suor Orsola Benincasa – hanno rispolverato i dispositivi emergenziali decretando lo spostamento forzato delle lezioni a distanza. Questa scelta è un’operazione ideologica mistificatoria: si usa la DAD come ammortizzatore sociale virtuale per nascondere il fallimento totale dei trasporti e delle infrastrutture pubbliche, scaricando ancora una volta sui giovani i costi della crisi.
Le università e le scuole non funzionano non da oggi, e non è la DAD la risposta a istituzioni accademiche prive di mezzi e strutturalmente inaccessibili. Nella vita di tutti i giorni, ben prima che i tir si mettessero di traverso, gli studenti delle periferie e dei settori popolari dovevano svenarsi, sottrarre risorse al cibo o all’affitto, solo per pagare abbonamenti e tariffe di trasporto esorbitanti per raggiungere le aule. Chiudere i plessi e isolare gli studenti davanti a uno schermo significa occultare la realtà per non investire nel welfare studentesco mentre si continuano a progettare invesimenti massicci nel riarmo.
La situazione di crisi però sta facendo emergere processi di autorganizzazione importanti, dai cittadini che si organizzano per distribuire acqua e cibo ai camionisti in blocco da giorni oramai; agli studenti che sentendosi direttamente investiti da queste problematiche decisono di autorganizzarsi in settimane di mobilitazioni e occupazioni in collegamento con i lavoratori in lotta. Un esempio virtuoso è il coordinamento di scuole della periferia est di Ponticelli, dal Calamandrei, all’ Archimede, al Marie Curie e De Cillis. Dimostrano che le nuove generazioni rifiuta l’isolamento e riconosce che il diritto allo studio si difende solo uscendo nelle strade al fianco di chi blocca la produzione.
La crisi non è un dato statistico, ma una violenza quotidiana che si schiaccia sulla vita delle singole persone. Si misura concretamente sulla carne di chi deve decidere se pagare una bolletta energetica triplicata o fare la spesa; si manifesta nell’angoscia delle donne di periferia che sommano il lavoro precario nei subappalti della grande distribuzione al lavoro domestico non pagato; si esprime nel ricatto costante subito dai lavoratori migranti della logistica, legati al vincolo del permesso di soggiorno e costretti ad accettare ritmi usuranti. L’irrazionalità intrinseca del capitalismo si palesa nel contrasto tra i carrelli vuoti delle famiglie proletarie e i quintali di cibo che la grande distribuzione distrugge quotidianamente pur di mantenere alti i prezzi di mercato e salvaguardare i propri margini di profitto.
Proprio a causa di queste drammatiche contraddizioni vive, il movimento operaio organizzato ha il dovere politico di intervenire immediatamente, rompendo ogni attendismo. Se la protesta dei blocchi nel Meridione rimanesse isolata, correrebbe il gravissimo rischio di disperdersi o di essere egemonizzata e ricanalizzata verso destra da forze reazionarie. All’interno dei presidi stradali ed economici dei trasporti e dell’agricoltura convivono, infatti, figure sociali dagli interessi opposti: autotrasportatori proletarizzati e finti autonomi si trovano fianco a fianco con piccoli padroni, proprietari terrieri e associazioni di categoria. Pezzi di questi settori stanno tentando di imporre alla mobilitazione un’agenda puramente corporativa, incentrata sulla richiesta di nuove esenzioni fiscali, sgravi per le imprese e defiscalizzazioni del carburante. Cedere a queste rivendicazioni aziendali sarebbe un errore di fronte gli sforzi del blocco che si sta portando avanti: meno tasse per le imprese significano meno fondi per la sanità pubblica, per le scuole e per i servizi sociali, scaricando il costo dei privilegi padronali direttamente sulle spalle del resto della classe lavoratrice attraverso i tagli al salario indiretto.
“Ma quinn’ che vulite?”: una prospettiva di classe per uscire dalla crisi
È necessario che la classe lavoratrice entri in campo con la forza dell’autorganizzazione per imporre un programma indipendente e radicale, capace di attrarre i settori scontenti su una prospettiva rivoluzionaria. Non dobbiamo chiedere elemosine fiscali per le aziende, ma il blocco immediato e il controllo rigido dei prezzi di tutti i generi alimentari e delle tariffe energetiche. I rincari non devono gravare sulle masse, ma devono essere interamente pagati dai grandi monopoli dell’energia, dai colossi fossili e dalle catene speculative della grande distribuzione, attraverso la loro espropriazione senza indennizzo e la loro messa sotto il controllo diretto dei lavoratori.
Questo approccio di classe è l’unico in grado di risolvere anche l’apparente contraddizione tra le esigenze dei trasportatori e quelle del movimento ecologista. L’opposizione dei camionisti proletarizzati alle “ecotasse”come quelle sulle emissioni ETS è politicamente corretta: queste imposte non servono a salvare il pianeta, ma costituiscono dispositivi classisti volti a scaricare sui ceti subordinati i disastri ambientali causati dalle multinazionali. Ma per saldare stabilmente questa protesta con quella degli studenti scesi in piazza in massa per il clima da diversi anni, dobbiamo unire l’opposizione all’ETS a un’alternativa reale: la nazionalizzazione dei colossi industriali ed energetici per pianificare dal basso una transizione ecologica reale, che salvaguardi l’ambiente e i posti di lavoro, requisendo i capitali oggi dirottati verso le spese militari, l’economia di guerra e il riarmo imperialista dei governi.
A partire da queste considerazioni politiche, emergono alcune parole d’ordine centrali su cui aprire il confronto e far convergere la mobilitazione:
- Ritiro immediato di tutti i decreti sicurezza e dei dispositivi liberticidi volti a criminalizzare il diritto di sciopero, i blocchi stradali e le manifestazioni studentesche e non, unificando la lotta contro la repressione nelle piazze del Nord, nelle occupazioni universitarie e nei presidi del Sud.
- Blocco e controllo dei prezzi dei beni di prima necessità e dei carburanti, imponendo la trasparenza sui costi della filiera e colpendone i nodi speculativi.
- Espropriazione e nazionalizzazione senza indennizzo delle grandi multinazionali dell’energia, dei colossi fossili e della grande distribuzione organizzata, sotto il controllo dei lavoratori, per garantire prezzi sociali e finanziare una riconversione ecologica pianificata.
- Piano straordinario di investimenti pubblici per il diritto allo studio e la mobilità, per garantire trasporti gratuiti, efficienti e accessibili per studenti e lavoratori, rifiutando definitivamente la didattica a distanza e lo smart working come soluzioni surrogate al collasso infrastrutturale.
- Forti aumenti salariali generalizzati e reintroduzione della scala mobile per agganciare automaticamente gli stipendi al costo reale della vita e difendere il potere d’acquisto dall’inflazione.
La mobilitazione permanente lanciata con la serie di occupazioni in tutta Italia dagli studenti, seguiti da diverse università, indica chiaramente che il terreno dello scontro si decide sui rapporti di forza materiali. Lo sciopero generale del prossimo 30 ottobre indetto dal sindacalismo di base rappresenta l’occasione cruciale per centralizzare, strutturare e moltiplicare questi focolai in un’unica lotta. Avvalorato dalla possibilità della base della CGIL di rompere i freni della passività concertativa dei propri vertici burocratici, incrociare le braccia e confluire nell’unità d’azione. Costruire comitati dal basso e assemblee intercategoriali stabili tra operai, trasportatori, braccianti e studenti è l’unica via per dare continuità al conflitto, trasformare la crepa del governo in un crollo strutturale e aprire la strada a un’alternativa rivoluzionaria.
“Pecché chi tace aspetta ‘a fossa, ma chi s’addezza se piglia ‘a vita”: non lottiamo solo per la sopravvivenza o per una piccola miglioria; lottiamo per cambiare strutturalmente questo sistema e vivere una vita bella. Perché vogliamo il pane, ma vogliamo anche le rose!
Scilla di Pietro
Nata a Napoli il 1997, già militante del movimento studentesco napoletano con il CSNE-CSR. Vive lavora a Roma. È tra le fondatrici della corrente femminisa rivoluzionaria "Il Pane e Le Rose. Milita nella Frazione Internazionalista Rivoluzionaria (FIR) ed è redattrice della Voce delle Lotte.