Sempre più tallonata a destra dalla crescita di Vannacci, e in queste settimane nuovamente sfidata dal basso, Meloni si rifugia nella tradizionale ricetta di un decreto sicurezza per rassicurare il proprio elettorato e provare a contenere la radicalità delle piazze. Ma le difficoltà a gestire questa radicalità il 16 e del 17 ottobre mostra come la repressione non basti a contenere l’opposizione quando diventa mobilitazione reale – in barba a chi prova a dividere tra manifestanti buoni e cattivi. E intanto, si formano crepe anche nel blocco sociale che ha sostenuto l’elezione di questo governo: la protesta degli autotrasportatori e degli agricoltori impone risposte che il governo semplicemente non ha, e per questo tenta di riguadagnare consenso con il “divide et impera” tra le manifestazioni ed i blocchi in Meridione (che ora si estendono anche a Ravenna) e le piazze delle città del Nord. Siamo di fronte a una situazione che può aprire nuove prospettive per sfidare il governo senza bisogno di appoggiarsi alle proposte elettorali del centro-sinistra. Per contrastare la nuova stretta repressiva che si annuncia bisogna però discutere una strategia che organizzai la rabbia giovanile e la moltiplichi a partire dal rilancio dei metodi di lotta del movimento operaio. Un’occasione sarà la giornata di sciopero del 30 ottobre.


La repressione non ha fermato le piazze

Dopo i tuoni venne la pioggia, e tutti stavamo già aspettando con l’ombrello. Dal Consiglio dei Ministri straordinario esce la consueta risposta del governo Meloni a fenomeni di contestazione radicale che mettono in mostra le conseguenze più drammatiche del suo corso politico: un decreto sicurezza, che introduce il nuovo reato di “partecipazione violenta a una manifestazione pubblica”, per il quale sono previsti fino a 5 anni di reclusione e 20.000 euro di multa. Si introduce la possibilità dell’arresto differito, successivo ai fatti compiuti e precedente all’emissione di un mandato di custodia cautelare, e viene ampliata la portata del fermo preventivo, esteso anche ai minorenni. Una proposta fortemente sostenuta dalla Lega del ministro dei Trasporti Salvini, il quale ora spinge per l’introduzione di nuove normative volte a impedire il conseguimento della cittadinanza ai minori colti in violazione delle norme sugli atti violenti durante le manifestazioni. Da ieri, poi, verranno inviati altri 500 militari nella città di Milano, in risposta alle manifestazioni che hanno coinvolto il centro cittadino nella giornata del 17 ottobre.

Questa risposta repressiva colpisce in particolare settori della gioventù razzializzata, soprattutto delle seconde generazioni, che sono stati alla testa, insieme agli studenti medi nel complesso, nelle manifestazioni dello scorso week-end, e che vivono quotidianamente condizioni di marginalizzazione e controllo poliziesco nei quartieri popolari. Un controllo che si è rafforzato anche attraverso l’espansione di programmi come Strade Sicure delle Forze Armate, introdotto dal governo Berlusconi nel 2008 e potenziato anche dai governi di centro-sinistra. È a partire da questa esperienza quotidiana di esclusione e repressione che bisogna leggere la rabbia esplosa nelle strade del centro di Milano il 17 ottobre, quando settori della gioventù razzializzata hanno preso d’assalto i contingenti di polizia e saccheggiato i negozi di lusso. Gli scontri e i saccheggi non possono essere separati dalle condizioni sociali e dal controllo repressivo che questi giovani vivono nei propri quartieri. La risposta del governo, invece, consiste ancora una volta nel presentarli come una minaccia alla sicurezza pubblica, separando la violenza esplosa nelle piazze dalle condizioni che contribuiscono ad alimentarla.

Ancora una volta, di fronte all’esplosione della rabbia e del legittimo disincanto di settori popolari e giovani del paese, Giorgia Meloni e il suo esecutivo sono in grado di proporre esclusivamente politiche securitarie sempre più severe, come già avvenuto in occasione del movimento di solidarietà con la Palestina. Ma le giornate dello scorso fine settimana mostrano i limiti di una strategia di costruzione del consenso che passa principalmente dalle parole d’ordine del decoro e della sicurezza.

Le giornate del 16-17 ottobre hanno esposto le difficoltà di questo governo e dei suoi dispositivi repressivi nel contenere la partecipazione alle mobilitazioni di piazza. Era già successo, a una scala più grande, con il Blocchiamo Tutto, quando milioni di persone hanno occupato gli spazi pubblici, in occasione degli scioperi generali del 22 settembre e del 3 ottobre e nelle settimane intermedie. In quel contesto, i manifestanti hanno aggirato con azioni radicali le limitazioni imposte dalle questure, occupando porti, aeroporti e arterie principali del paese: decine di migliaia di persone in tangenziale a Bologna, migliaia che hanno bloccato l’aeroporto di Firenze, e la lista continua. In quel momento non bastarono le disposizioni del DL Sicurezza del giugno 2025 (il famigerato DL 1660) e di quello precedente, risalente a pochi mesi prima, specificamente pensati per colpire il movimento universitario contro il genocidio in Palestina.

 

La sicurezza come arma politica per nascondere la crisi sociale e le crepe nel blocco sociale del governo

L’ultimo decreto targato Meloni è insomma l’ultimo di una lunga serie di misure repressive che abbiamo visto fin dai primi giorni del suo insediamento, con il decreto anti-rave, volto esplicitamente a condannare e silenziare le espressioni autogestite e non regolamentate di socialità e cultura giovanile che ruotano attorno alla musica tekno e alla forma dei free party. Lo abbiamo visto nei tentativi di criminalizzare il dissenso organizzato contro le politiche imperialiste di riarmo, il sostegno agli alleati della NATO e la devastazione ambientale. Movimenti che, nel corso del tempo, hanno progressivamente cominciato a trovare basi comuni per una critica sistemica all’insieme delle politiche portate avanti non solo dal governo Meloni, ma da tutti i principali governi del patto euro-atlantico, orientate a una conversione militaristica dell’economia e, più in generale, alla militarizzazione della società.

Ma la repressione del governo non si è limitata a questo, lo abbiamo visto con l’utilizzo senza scrupoli della legislazione anti-sciopero da parte della commissione di Garanzia Sciopero; lo abbiamo visto quando Salvini ha deciso di prendere di mira la lotta dei lavoratori del comparto ferroviario, invocando la precettazione dello sciopero dei manutentori e del personale di bordo. Le assemblee autorganizzate dei lavoratori e i sindacati di base hanno risposto con scioperi non autorizzati, per i quali hanno dovuto pagare ingenti sanzioni. Infine, lo abbiamo visto con i decreti volti a identificare nella gioventù proveniente da contesti migratori e dai settori popolari della società la causa dell’insicurezza pubblica percepita dall’elettorato che ha portato Giorgia Meloni al governo. Una percezione rafforzata dal sistema mediatico nazionale, che ha alimentato la propaganda razzista e securitaria fin da prima dell’insediamento del governo a trazione FdI.

Tutti questi provvedimenti possono essere compresi singolarmente e nel loro insieme, e descrivono il senso politico della strategia di Meloni: agitare lo spettro di soggetti indesiderabili come causa dell’insicurezza percepita dal proprio elettorato, in particolare da settori della piccola borghesia bianca del paese, occultando sia i dati reali sulla criminalità e sulla pubblica sicurezza, sia le cause comprovate di questi fenomeni. Il tutto per coprire l’incapacità di affrontare i problemi economici e sociali vissuti da settori sempre più ampi della popolazione. A partire dalla stagnazione salariale e dalle disuguaglianze economiche, alimentate da anni di politiche volte a tutelare i profitti di una classe imprenditoriale, nazionale e internazionale, predatoria e sfruttatrice. A questo si aggiunge la disgregazione dei sistemi di welfare pubblico a favore del crescente sostegno ad alternative private, come nel caso della sanità. Un progetto decennale e, come molte delle politiche qui contestate, condiviso da tutte le principali forze politiche istituzionali, a partire dal Partito Democratico e dal Movimento Cinque Stelle, firmatario dei primi decreti sicurezza ai tempi dei governi giallo-verde e giallo-rosso.

Non è un caso che questi problemi siano vissuti maggiormente proprio dalle categorie sociali prese di mira dai decreti sicurezza. Ma gli sviluppi della politica internazionale, come la crisi determinata dall’offensiva fallimentare di USA e Israele contro la Repubblica Islamica dell’Iran, e la conseguente spirale inflattiva, aggravata dalla crisi del costo del carburante, hanno fatto sì che anche una parte dell’elettorato precedentemente fidelizzato dalla coalizione di governo cominciasse a sentire ancora più pesantemente le conseguenze della politica filopadronale di Meloni e soci; una situazione particolarmente interessante vista la forte tenuta che ha continuato a mostrare la premier nei sondaggi durante tutto il suo mandato grazie proprio, come abbiamo osservato, alla capacità di compattare il suo blocco sociale di riferimento. Settori della classe lavoratrice e delle fasce più impoverite della piccola borghesia che fanno parte di quest’ultimo stanno però oggi mostrando i loro malumori. Questa contraddizione del governo emerge chiaramente nelle proteste contro il costo del carburante, che stanno paralizzando la distribuzione di beni e servizi in tutto il Meridione. Perciò motivo, diventa essenziale per la compagine governativa mantenere in piedi una narrazione che distingua le proteste “pacifiche” degli autotrasportatori e degli agricoltori del Sud da quelle “violente” dei giovani e delle giovani, italiani e non, che si sono tenute a Milano, Torino e Bologna.

Questa distinzione non viene portata avanti esplicitamente dagli esponenti del governo, se non quando inciampano nelle proprie contraddizioni, come nel caso delle dichiarazioni del deputato Donzelli di FdI, che ha rimproverato con il solito tono paternalistico i manifestanti del Meridione, pur riconoscendo la “legittimità” della loro protesta. Il governo si troverebbe infatti a dover affrontare la contraddizione politica messa in mostra dai blocchi stradali, per i quali le pene sono state aumentate proprio dai decreti sicurezza avanzati dall’esecutivo. È una rete di influencer e organizzazioni mediatiche, attive principalmente sui social, a farsi carico di questa operazione di propaganda reazionaria, spesso indulgendo in teorie razziste e discorsi islamofobi. Questi ultimi servono a tracciare una demarcazione tra gli italiani che protestano civilmente e i “maranza” che “sfasciano e devastano”. La capacità di mantenere questa separazione, però, è vitale per la tenuta dell’esecutivo.

 

I limiti della strategia repressiva e l’impasse del centro-sinistra

Alla luce di quanto analizzato, passando al dibatti a sinistra, la radicalità delle piazze del 16 e del 17 ottobre non deve suscitare sciocche divisioni tra buoni e cattivi, ma va colta come un’opportunità dalle organizzazioni politiche e dai movimenti sociali che ambiscono a ribaltare la realtà strutturale del nostro paese, nel quadro di crescenti mobilitazioni giovanili in tutto il continente. Quella stessa radicalità, come abbiamo osservato, rende inoltre più difficile la radicalità della mobilitazioni da parte di progetti populisti, più o meno vicini al Campo Largo, data la natura esplicitamente istituzionale dei soggetti che lo compongono e nei confronti dei quali è necessario costruire un’alternativa indipendente.

Non abbiamo dimenticato le disposizioni del decreto Minniti, né l’assoluta reticenza del centro-sinistra ad abolire le squallide leggi sull’immigrazione che alimentano lo sfruttamento lavorativo e la violenza sulle comunità migranti in tutto il tessuto produttivo italiano. Non abbiamo dimenticato le liberalizzazioni e le privatizzazioni, i tasselli aggiunti al processo di subordinazione dell’istruzione pubblica alle logiche di mercato, né la volontà esplicita di tutelare l’ordine esistente, ma con un “volto umano”, incarnata dalle successive segreterie del Partito Democratico. Non lo abbiamo dimenticato noi, e non lo hanno dimenticato quei settori sociali che si stanno mobilitando per contestare condizioni di vita che ormai definire precarie è quasi una distorsione, tanto è alto il livello di insicurezza e instabilità raggiunto in molte parti del paese.

La verità è che tutte queste contraddizioni e questi processi sono complementari. La svendita del nostro patrimonio pubblico e la distruzione dei sistemi di tutela sociale per le fasce più vulnerabili della popolazione vanno di pari passo con la limitazione del diritto di sciopero, la repressione dei movimenti sociali e delle proteste giovanili e la criminalizzazione delle persone migranti e dei ceti popolari. Il momento per sfidare il governo, quindi, è questo, quello della grande partecipazione dello sciopero studentesco del 16, ma anche dall’impeto delle piazze di Torino, Milano e Bologna del 17.

 

Contro la repressione, organizzare la convergenza tra studenti e lavoratori

Mettere in evidenza i limiti dell’apparato repressivo e le contraddizioni del governo Meloni non può significare affatto aggirare il problema di uno stato dalla torsione autoritaria sempre più marcata. Le centinaia di fermi e arresti che stanno seguendo le giornate appena vissute, e quelli che arriveranno come conseguenza dell’ultimo decreto, sono già una realtà materiale per giovani e militanti che nel corso degli anni hanno dato forza a questi movimenti. Serve ragionare rispetto ai una strategia di lotta capace di durare nel tempo e capace di ribaltare i rapporti di forza, obbiettivo rispetto al quale lo scontro di piazza e il continuo rilancio di date di piazza non bastano, o sono financo contro-producenti se separati da un ragionamento più ampio rispetto a come rafforzare e allargare la mobilitazione di massa. È vero che come giustamente scrivono i compagn* del Movimento17Ottobre, area che si è costituita per rilanciare le piazze del 17 su basi anti-razziste, anti-fasciste e anti-capitaliste, sarebbe sbagliato provare a mettere cappelli organizzativi sulla lotta e imporre strutture organizzative troppo rigide, affinché essa possa continuare a intercettare una radicalità più ampia, da un lato, e dall’altro, ridurre i pericoli della repressione. Tuttavia, senza forme assembleari il più possibile larghe e democratiche ove discutere una strategia di lotta, non è possibile cautelarsi né dal rischio che la mobilitazione venga scippata da minoranze, né da quello della repressione. Repressione, contro la quale senza maturazione politica e coinvolgimento reale di settori sempre più larghi nella lotta non è possibile reggere. Così, gruppi telegram ove mantenere anonimato e confidenzialità possono essere molto utili per lanciare piazze aggirando i controlli polizieschi; la costruzione delle piazze tramite questi mezzi, magari combinati ad assemblee ristrette, difficilmente può però favorire la combinazione di partecipazione ampia e discussione cosciente necessaria a dare continuità e rafforzare la mobilitazione, anche permettendo di ragionare insieme rispetto a forme di azione di piazza che non scartino il conflitto, ma lo incanalino in maniera più efficace, ad esempio tramite l’organizzazione di servizi d’ordine e squadre di auto-difesa da fascisti e poliziotti (compresi quelli infiltrati come provocatori, dei quali è inutile negare l’esistenza). La costruzione del movimento tramite forme democratiche di coordinamento dal basso è inoltre necessaria per creare punti di convergenza ove condensare e moltiplicare la forza dei settori sociali interessati a mandare a casa questo governo, insieme alle sue politiche di massacro sociale, riarmo e militarizzazione.

In questo solco, crediamo che gli universitari debbano collegarsi alle occupazioni degli studenti medi, e alle proteste dei giovanissimi, per ridare slancio alle reti di coordinamento nate nel corso della mobilitazione per la Palestina. Ma dobbiamo anche essere in grado di tornare ad animare grandi mobilitazioni come gli scioperi del Blocchiamo Tutto, sfidando il governo sul terreno della lotta politica, radicale e indipendente dalla politica borghese, compresa quella di centro-sinistra. Per questo, rilanciamo la giornata di sciopero indetta da USB per il 30 ottobre, invitando anche la base della CGIL a rompere con la passività dei suoi vertici per scioperare, come il 22 ottobre dello scorso anno.  Dobbiamo convergere in occasioni come queste, facendo leva sul peso che può giocare la classe lavoratrice, che vive sulla propria pelle tutte queste contraddizioni. La sua collocazione strategica nel processo produttivo può dare ai nostri movimenti la forza necessaria per bloccare effettivamente il sistema economico del paese, rivendicare la caduta del governo e aprire la prospettiva di un cambiamento radicale e rivoluzionario del sistema nel quale viviamo.

Luca Otello Gieri

Nato a Toronto nel 1998, studente di scienze politiche all'Università di Bologna presso il campus di Forlì, militante della FIR e redattore della Voce delle Lotte. Cresciuto a Bologna, ha partecipato ai movimenti degli studenti e di lotta per la casa della città.