Manifesto internazionale del movimento delle donne Pan y Rosas

Questo manifesto si presenta, simultaneamente, nelle cinque lingue degli 11 paesi in cui le lavoratrici, le studentesse e le casalinghe sono inquadrate e organizzate nel movimento delle donne Pan y rosas (Pane e rose).

L’8 marzo del 2017, giorno internazionale delle donne, le abbiamo mobilitate, in vari paesi, a scioperi e diverse azioni di protesta, con lo slogan #ParoInternacionalDeMujeres.

Ma questo slogan, in realtà, non è caduto dal cielo: è stato forgiato nelle recenti e massicce lotte delle donne contro la violenza di genere e i femminicidi avvenuti in Argentina, Cile, Messico e Italia; per i diritti alla maternità e all’aborto avvenute in Polonia, Irlanda e Corea del Sud; contro il divario salariale tra uomini e donne di Francia e Islanda o nelle mobilitazioni contro le politiche maschiliste e misogine di Donald Trump, da poco presidente degli USA, che non solo han visto lo scatenarsi di proteste in molte città nordamericane, ma anche in tantissime città europee come Londra, Barcellona, Berlino, Amsterdam, Budapest e Firenze. Queste lotte espressero, anche, la resistenza alla crisi capitalista in corso, che la classe dominante e i suoi governi pretendono di riversare sulla classe operaia, attaccando le condizioni di vita dei lavoratori e i suoi settori più impoveriti dove per la maggior parte son donne.

Inoltre, questo 8 marzo del 2017 coincide con il centenario della Rivoluzione russa, la quale ebbe inizio proprio il giorno internazionale delle donne del 1917, con uno sciopero degli operai tessili di San Pietroburgo e che rapidamente si estese in altre corporazioni e settori della popolazione, culminando nel mese di ottobre con la presa del potere da parte della classe operaia. Una rivoluzione che, in soli pochi mesi, conquistò diritti e libertà per le quali ancora oggi, cento anni dopo, si lotta in molte parti del mondo.

Le donne che si riconoscono in questo Manifesto, rivendicano al tempo stesso quella tradizione che noi più che mai riteniamo valida nella lotta per la nostra emancipazione. Siamo convinte però che questa emancipazione potrà essere raggiunta solo quando distruggeremo definitivamente tutte le vestigia di questa società basata sullo sfruttamento e l’oppressione di milioni di esseri umani e costruiremo sulle sue rovine, una nuova società socialista.

Pan y Rosas, marzo 2017

Germania, Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Spagna, Stati Uniti d’America, Francia, Messico, Uruguay, Venezuela.

La storia della lotta di classe è anche la storia della lotta delle donne

Queste manifestazioni delle donne in tutto il mondo, alle quali oggi assistiamo, non sono una novità. Fin da tempi remoti, le donne hanno da sempre resistito alla discriminazione, alla sottomissione e alla disuguaglianza imposteci dalla dominazione patriarcale, e da tutte le forme di oppressione e sfruttamento impartiteci dalla classe dominante nel corso della storia. Le donne contadine dell’Europa, durante varie epoche, si ribellarono contro la carestia e i prezzi elevati del pane e della farina che condannarono le loro famiglie alla fame e alla miseria. Anche in America latina numerosi sono gli eroici e avvincenti racconti di donne delle popolazioni indigene che resistettero alla dominazione dei coloni europei. Addirittura ai tempi della Rivoluzione francese, le donne denunciarono che nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino non si contemplavano i loro diritti come cittadine, nonostante una moltitudine, capeggiata proprio dalle donne dei quartieri popolari di Parigi, stesse marciando verso Versailles a reclamare contro il Re per le sue esose e speculative condizioni di vita. E, quasi un secolo dopo, anche le donne del popolo povero di Parigi resistettero eroicamente nei quartieri della Comune, difendendo il primo governo operaio della storia che aveva visto tutti gli uomini con uguali diritti. Per questo motivo, armarono interi battaglioni che combatterono in un sanguinoso conflitto contro la borghesia francese, che gli costò parecchie deportazioni e fucilazioni.

Prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, in Inghilterra, Francia e altri paesi migliaia di donne si mobilitarono reclamando il diritto al voto e ad essere elette. Negli USA migliaia di queste suffragette lottarono, a loro volta, per l’abolizione della schiavitù. Nei paesi dell’America latina e nei Caraibi le donne lottarono per poter accedere all’educazione superiore e a tutti quei diritti civili che ancora gli erano negati. E, il più delle volte, queste donne trovarono un sostegno ai loro reclami solo nei partiti socialisti-operai di quell’epoca. In Europa, sempre durante la stessa guerra, furono le lavoratrici che tentarono di evitare l’invio di truppe al fronte di battaglia, bloccando i treni con sommosse e rivolte, e anche sabotando la produzione di armamenti e munizioni belliche. E furono inoltre anche in prima linea nelle proteste contro la mancanza di approvvigionamento dei viveri e carestia, imposte dalla guerra.

Così fecero in Russia le operaie tessili di San Pietroburgo che, nel 1917, commemorarono anche il giorno internazionale delle donne dichiarando uno sciopero e chiedendo “Pane, pace e abbasso l’autocrazia”. Involontariamente, le più oppresse tra le donne e le più sfruttate tra le proletarie aprirono il cammino al processo rivoluzionario più grandioso della storia del movimento operaio: la Rivoluzione russa che, guidata dal Partito Bolscevico di Lenin e Trotsky, pose fine al regime zarista e, alcuni mesi dopo, impose un governo dei lavoratori basato sui consigli operai. Cento anni fa le donne russe conquistarono, con la rivoluzione operaia, diritti per i quali nessuno oggi, un secolo dopo, continua a battersi nella maggior parte delle “democrazie” capitaliste, comprendendo ovviamente anche quei diritti che dovrebbero essere ritenuti elementari, come il diritto all’aborto.

La storia del genere umano è attraversata dell’eroismo, del sacrificio e del coraggio di milioni di donne anonime e di altre di cui ricordiamo il nome, come la coraggiosa lottatrice aymara Bartolina Sisa di Bolivia, le operaie socialiste Teresa Flores del Cile o Carolina Muzzilli di Argentina, la generalessa zapatista Amelia Robes del Messico, l’organizzatrice operaia Madre Jones degli USA, la socialista e femminista franco-peruviana Flora Tristán, le comuneras Elizabeth Dimitrieff e Louise Michel, le rivoluzionarie internazionaliste come la tedesca Clara Zetkin o la russa Nadezhda Joffe di Russia, Marvel Scholl e Clara Dunne degli Stati Uniti d’America, Patricia Galvao del Brasile o Pen Pi Lan dalla Cina. Non tutte loro furono femministe – non nel senso che oggi potrebbe avere questa definizione –, ma tutte, di fronte all’oppressione, furono accanto agli sfruttati e combatterono per la loro organizzazione, per i loro diritti e per la loro emancipazione. Al tempo stesso non assunsero tutte nemmeno una prospettiva socialista e rivoluzionaria – come quella che condividiamo noi –, ma sono alcune di queste donne accanto a tante altre, le cui battaglie ci aiutano ad apprendere la storia di quelle donne che fanno parte di Pan y Rosas.

Oggi portiamo avanti con orgoglio l’eredità di questo patrimonio e la tradizione di donne come Rosa Luxemburg che, superando enormi avversità, dimostrò che né l’oppressione di genere, né la discriminazione per la sua origine e nazionalità costituirono un impedimento per potersi trasformare, con le sue forti convinzioni, sacrifici e coraggio, in una delle più grandi dirigenti rivoluzionarie della storia.

Più diritti e maggiori proteste: l’eredità contraddittoria per le donne degli ultimi decenni

Nella seconda metà del ventesimo secolo, la vita della maggior parte delle donne occidentali – soprattutto nei paesi centrali e nelle grandi città – cambiò in una maniera tale che, solo un secolo fa, sarebbe stata impensabile. (1) Relativamente, in pochissimi decenni, con le lotte delle donne si eliminarono tutte le norme e le leggi che ci proibivano l’accesso a tutti i livelli educativi e ad esercitare cariche pubbliche, si conquistarono i diritti democratici elementari, l’indipendenza dalla tutela patriarcale del padre e del marito, e grandi settori urbani di masse femminili, in numerosi paesi, ottennero accessibilità a maggiori possibilità legali per decidere i loro progetti di vita, il rispetto della loro sessualità e dei i loro corpi.

Sebbene non sia un processo lineare, che si evolve progressivamente in un solo senso, né si estende a tutte le donne, il suo campo di applicazione è così importante che anche la classe capitalista è costretta a riconoscerlo e a mettere nella prima fila dei suoi rappresentanti, per applicare le sue politiche ultra reazionarie, una donna come Angela Merkel in Germania o Theresa May in Gran Bretagna. Possiamo quindi dire che, rispetto ai decenni passati, si sono ridotte, in gran misura, le limitazioni legali per l’accesso delle donne ai luoghi di potere (ad eccezione della poltrona di S.Pietro in Vaticano). Tutto questo ovviamente è tutta un’altra storia rispetto ai periodi storici in cui i socialisti rivoluzionari come Rosa Luxemburg combattevano contro il regime imperiale tedesco o quando a donne, studenti e apprendisti veniva proibito di unirsi alle organizzazioni politiche e di partecipare a riunioni dove si discuteva di politica.

Da un certo punto di vista, molti di questi diritti sono una conseguenza delle lotte delle donne degli anni 60 e 70 che hanno saputo rivelare, concettualizzare e trasformare in uno in uno standard e in un programma di lotta “personale e politico”. In quel periodo diverse correnti del femminismo più radicale gridarono al mondo che la disuguaglianza politica, economica, sociale, culturale e sessuale delle donne nei confronti degli uomini non era un problema particolare di singole donne e di singoli uomini, limitato ai loro legami nella sfera privata; c’era un modello replicato in numerose testimonianze individuali, prova che la singolarità di ciascuna esperienza individuale contornava dialetticamente il suo vero carattere strutturale. Quello che era stato definito “naturale” altro non era se non la cristallizzazione di processi socio-storici complessi. (2)

In quei decenni non solo il patriarcato, ma anche il colonialismo, il razzismo e l’eterosessismo furono interrogati come sistemi di dominio, nel quadro di un processo in via di una radicalizzazione sociale e politica delle masse che insorsero contro lo sfruttamento capitalista in Occidente e l’oppressione esercitata dalla burocrazia stalinista negli stati operai dell’Europa orientale.

Tuttavia, sebbene i cambiamenti conseguiti nella vita quotidiana di milioni di donne possano essere definiti da alcuni storici come “rivoluzionari” rispetto alla vita delle donne delle generazioni precedenti, è evidente che tutti quei diritti, conquistati nel quadro delle democrazie capitaliste, non eliminarono né l’oppressione patriarcale né lo sfruttamento che mantiene milioni di esseri umani soggetti alla schiavitù salariale e che si fonda su una barbarie fatta di fame, guerre, inquinamento, inondazioni e siccità, disoccupazione e miseria. Oggi, gli oltre mille milioni di esseri umani che vivono in povertà estrema sono per il 70% donne e bambini.

Per questo motivo, i diritti acquisiti dai grandi settori delle masse femminili coesistono e contrastano brutalmente con la realtà oppressiva che emerge dalle statistiche che indicano, ad esempio, che su tre milioni di donne e ragazze un milione e mezzo sono ogni anno vittime della violenza di genere. Nonostante gli enormi progressi scientifici e tecnologici, ogni anno 500000 donne in tutto il mondo muoiono a causa di complicazioni di gravidanza e parto, mentre 500 donne muoiono ogni giorno dalle conseguenze di aborti illegali e clandestini. La prostituzione è stata trasformata in un settore di grande proporzione e ampia redditività, tanto che a sua volta ha ampliato le reti del traffico. Su 960 milioni di analfabeti, il 70% sono donne e bambini. È aumentata poi in maniera esponenziale la “femminilizzazione” del lavoro: le donne oggi costituiscono oltre il 40% della forza lavoro, ma la metà di queste sono precarie e si occupano anche della casa. Ancora più recentemente, abbiamo assistito ad un cambiamento politico a destra in diversi paesi occidentali che stanno tentando di attaccare i diritti di cui abbiamo parlato in precedenza. Ad esempio, negli USA Donald Trump si è posizionato decisamente contro il diritto di aborto, sulla base di tagli già effettuati dai governi di alcuni stati sotto l’amministrazione del Partito Democratico con Barack Obama alla Casa Bianca. In Europa invece ci sono state importanti mobilitazioni del diritto cattolico e dei fondamentalismi non solo contro il diritto all’aborto, ma anche contro il matrimonio egualitario e altri diritti democratici.

Le cause di ciò sono dovute al fatto che durante la fase di aumento della lotta di classe e di radicalizzazione delle masse dove si sono manifestati anche movimenti sociali come quelli femministi, questi furono sconfitti e deviati. Quello che viene definito come “neoliberismo” non è altro che la reazione furiosa del capitalismo a questa ondata di mobilitazione, scioperi e processi rivoluzionari che hanno distrutto il dominio del capitale negli anni ’70.

Dalla mano infida e traditrice delle leadership riformiste delle masse – sia politiche che sindacali – in Oriente e in Occidente, il capitalismo è riuscito a sopravvivere alle sue crisi, imponendo una politica economica che ha spinto milioni alla disoccupazione, frammentando e delocalizzando la classe operaia e stabilendo i valori dell’individualismo e del “si salva chi può” nel bel mezzo dei dissidi globali. Per imporre questa sconfitta, le classi dominanti non solo si basarono sulla collaborazione dei leader traditori delle classi sfruttate, ma dovettero anche assimilare, cooptare e ridurre i margini più critici dei movimenti sociali che interrogavano il capitalismo patriarcale, eterosessista, razzista e colonialista. I diritti conquistati durante questo periodo furono, in qualche modo, una sorta di “riconoscimento” da parte delle classi dominanti del nuovo rapporto di forza imposto dalle masse, e un tentativo di rispondere a questo malcontento e alla crescente femminilizzazione della forza lavoro. Su questa via, il capitalismo cercò di rispondere alla necessità di aumentare la mano d’opera disponibile, aumentando la concorrenza tra le masse dei salariati e facendo avanzare l’attacco alle conquiste storiche della classe operaia (come ha fatto fin dalle sue origini, sviluppando un “esercito di riserva industriale” per abbassare i salari, dividendo i ranghi di lavoro tra uomini e donne, nativi e stranieri, in prova e assunti, ecc.).

Il divorzio tra la classe operaia e i movimenti sociali si consumò finalmente, dopo una lunga storia di fronti condivisi. Il femminismo abbandonò, di conseguenza, la lotta contro l’ordine sociale imposto dal capitalismo che riversa maggiore povertà e ingiustizie sulle donne; d’altra parte, l’assenza di un orizzonte rivoluzionario e il tradimento delle sue stesse direzioni, ha abbandonato la classe operaia in un corporativismo economico. Le donne che desiderarono l’emancipazione non ebbero, durante questi decenni di profonda restaurazione conservatrice, un modello da seguire nei paesi che avevano abbracciato il cosiddetto “socialismo reale”, come era stato all’inizio del ventesimo secolo.  In quei paesi trovarono solo la conferma che qualsiasi tentativo di opporsi al dominio esistente avrebbe potuto generare nuove e mostruose forme di dominazione e di esclusione, e lo stalinismo in effetti ripristinò l’ordine familiare promuovendo il ruolo delle donne come mogli, madri e donne di casa; abrogò il diritto all’aborto; criminalizzò la prostituzione come ai tempi dello zarismo; ridusse drasticamente o eliminò direttamente le opere pubbliche per gli operai come mense e alloggi in comunità e liquidò tutta l’organizzazione femminile del partito. E queste furono solo alcune delle misure con cui la burocrazia stalinista distrusse e invertì tutti quei validi principi portati avanti dalla Rivoluzione Russa del 1917.

Dalla sconfitta dell’ondata radicale della masse degli anni ’70 nacque l’idea che il capitalismo fosse invincibile e che qualsiasi prospettiva di trasformazione radicale delle condizioni di esistenza degli sfruttati e degli oppressi fosse un qualcosa di assolutamente utopico. Non possiamo negare che i diritti conquistati in questo periodo (delimitati a determinati settori sociali in alcuni paesi e in costante pericolo di essere spazzati via in nuove circostanze politiche) costituiscano una certa “vittoria”. Ma dall’altro lato, opportunamente, è importante rilevare come ciò sia servito ad assestare quella sconfitta più fondamentale, prolungata e necessaria per il capitale, che si è denominata “neoliberismo”. Ci riferiamo a quel periodo in cui l’idea della trasformazione radicale della società è stata eliminata dalla fantasia delle masse, la lotta per l’emancipazione è stata in gran parte abbandonata anche dal femminismo e barattata con una strategia di riforme sui diritti progressivi e cumulativi cercando utopicamente una modifica del sistema “dall’interno”. La profonda critica al capitalismo si evolse nella ricerca per l’espansione della cittadinanza nelle democrazie capitaliste degradate che già hanno poco o nulla da offrire, per alleviare le sofferenze che modellano la vita delle masse. Anche se l’ordine culturale, sociale e morale fondato sui rapporti di produzione capitalistici fu certe volte criticato, questa critica fu in realtà sempre slegata dall’ordine economico dello sfruttamento del lavoro umano che lo sostiene e che rimane una verità indiscutibile.

Ciò comportò che il femminismo egemone, durante i decenni del neoliberismo, si ritirò dalla lotta per il riconoscimento dei diritti nel campo dello “Stato democratico”. A questo Stato, che non è neutrale, ma capitalista, che è il garante della violenza dello sfruttamento salariato di milioni di esseri umani da parte della minoranza e della classe dirigente parassitaria, e che si basa sulla tutela della proprietà privata con l’esercizio a monopolio della violenza contro gli sfruttati, sarà imposto di riconoscere gli abusi contro le donne e la disposizione di punizioni per i responsabili.

Si arriva così al momento attuale in cui, anche se è stato ottenuto il riconoscimento che la violenza coniugale è violenza e non un diritto del coniuge; che l’abuso sessuale è violenza e non un costume culturale; che la molestia di strada è violenza e non una semplice e banale offesa; paradossalmente, nello stesso atto di chiedere il riconoscimento da parte dello Stato e del suo sistema penale si è ottenuto un risultato inverso. Infatti, sebbene siano stati compiuti progressi nel riconoscimento di diritti prima inesistenti e nella visibilità delle sofferenze imposte dall’oppressione patriarcale, queste sono state ridotte e assimilate a un problema individuale di criminalizzazione nell’ambito del Diritto Penale.

Dopo decenni e decenni di lotte per demolire l’idea secondo cui l’oppressione delle donne è un fatto di natura, per dimostrare che il meccanismo è strutturale nelle società di classe e che il patriarcato è un sistema che permea le nostre vite e le nostre relazioni interpersonali, siamo riusciti a mettere in evidenza i comportamenti violenti più ripugnanti, inclusi quelli mortali, di alcuni individui, mentre la società capitalistica patriarcale, con il suo stato e le sue istituzioni è rimasta impunita e “libera” da ogni responsabilità, rafforzando ulteriormente il suo potere punitivo. È come se il capitalismo patriarcale avesse detto alle donne: “le democrazie capitaliste ti hanno già concesso il diritto all’uguaglianza di fronte alla legge; ora però, per quanto riguarda l’emancipazione, quella è una questione individuale di cui tu sola ne sei responsabile”. La destra conservatrice ha innalzato una propria idea di “femminismo”, sotto questa nuova concezione liberale: se si tratta solo di diritti individuali, si può rivendicare “il diritto di essere una casalinga o di assistere il proprio marito e la propria famiglia”, il “diritto di relegare le carriere e di lavorare per dedicarsi interamente alla cura dei bambini”,  ecc.

Il femminismo liberale non può controbattere a questi attacchi di destra, perché è caduto nella sua stessa trappola. Ma, come stanno dimostrando le recenti mobilitazioni di donne in tutto il mondo e gli processi generati dalla vittoria di Trump negli Stati Uniti d’America, questo femminismo liberale – che alcuni nordamericani denominano attualmente “femminismo delle corporazioni” e che si identifica con Hillary Clinton, del Partito Democratico – è entrato in crisi. Solo un femminismo che pretenda di trasformarsi in un movimento politico di massa, in cui la lotta per maggiori diritti e libertà democratiche è connessa alla denuncia di questo regime sociale di sfruttamento e miseria per le masse, con l’obiettivo di rovesciarlo, può rivelarsi veramente emancipazionista.

Riforma dello Stato capitalista e maggiori sanzioni per rovesciare il patriarcato: un’utopia reazionaria

Finalmente, abbiamo conseguito che la maggior parte delle democrazie capitaliste, con tutte le loro istituzioni – includendo il Diritto Penale –, ci hanno riconosciuto come vittime del maschilismo. È quindi vero che le donne continuano ad essere vittime di violenza di genere, molestie e abusi sessuali, stupri in strada, nella scuola, nell’ufficio, nella Chiesa e in casa. Vittime di uno sfruttamento che raggiunge livelli insopportabili e che finiscono insieme alla nostra salute e alla nostra vita. Siamo particolarmente vittime, “guadagni” delle guerre. E siamo anche vittime di femminicidi.

Però il patriarcato, su questa via, insiste affinché siamo considerate, da noi stesse e da altri, come impotenti. Da vittime a vittimizzate, impotenti per poter trasformare radicalmente le basi di questa oppressione; limitate a reclamare individualmente che lo Stato applichi le sue pene (talvolta individuali) ai nostri carnefici, obbligate a confluire nella logica punitivista della destra politica che cresce in tutto il mondo, a riporre fiducia nelle istituzioni proprie di questo sistema sociale che legittima e garantisce la nostra subordinazione. Per raggiungere questo obiettivo, il capitalismo patriarcale deve cancellare le lotte di molte generazioni di donne dalla nostra memoria storica. Ha bisogno di infondere il risentimento contro gli uomini che condividono con noi le catene dello sfruttamento capitalista e di rompere legami di solidarietà con altre donne sfruttate e oppresse. Ha inoltre bisogno di eliminare anche quell’odio sociale contro le condizioni inaccettabili in cui la grande maggioranza dell’umanità ha vissuto e vive e che ha dato luogo a forti convinzioni che hanno indotto le masse alla lotta.

Le donne di Pan y Rosas non accettano di essere le vittime impotenti che questo sistema vorrebbe. Sosteniamo, al contrario, le forti convinzioni che nidificano in quell’odio produttivo che non ci fa diventare vittime – come milioni di esseri umani in tutto il pianeta – di un ordine sociale marcio. Non è un odio personale e soggettivo. È l’odio sociale che, come una scintilla, sempre accende l’insurrezione delle schiave e degli schiavi nel corso della storia. Alla fine del XIX secolo, la comunera Louise Michel disse: “Attenzione alle donne quando diventeranno disgustate da tutto ciò che le circonda e si alzeranno contro il vecchio mondo. Perché quel giorno nascerà il nuovo mondo”. Le donne di Pan y Rosas lottano proprio per quel nuovo mondo, liberate dai ceppi che oggi costringono i muscoli dell’umanità e che pesano doppiamente sulle donne.

 

Non chiediamo, esigiamo! Il nostro diritto al pane ma anche alle rose

Pan y Rosas è un movimento internazionalista di donne di Germania, Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Spagna, Stati Uniti, Francia, Messico, Uruguay e Venezuela. (3) Siamo militanti delle correnti che comprendono la Frazione Trotskista – Quarta Internazionale e che, insieme a compagni di lavoro e studenti indipendenti, condividono l’idea della socialista Louise Kneeland del 1914, che ha affermato che “chi è socialista e non femminista, manca di ampiezza; ma chi è femminista e non socialista, manca di strategia”. In sintesi, riteniamo che solo la rivoluzione sociale, che conclude questo sistema di sfruttamento, possa mettere le basi per l’emancipazione delle donne. Qui presentiamo alcuni punti centrali del nostro programma politico.

Non una di meno!

Noi donne di Pan y Rosas siamo in prima fila nelle lotte per le libertà e i diritti democratici, come anche affrontiamo i pregiudizi sessisti della classe operaia, promossi dalle classi dominanti e dai loro agenti nei ranghi proletari, come la burocrazia sindacale. A differenza di altre correnti che si ritengono di sinistra, non riteniamo che la lotta per i nostri diritti debba essere rinviata a dopo la Rivoluzione o dopo aver preso il potere, come suggeriscono i movimenti stalinisti e i movimenti populisti. Sosteniamo che, mentre lottiamo per un sistema dove non esistono né sfruttamento né oppressione, è nostro assoluto dovere promuovere le lotte delle donne per migliori condizioni di vita possibili anche in questo sistema, per i diritti democratici fondamentali. Questo fa parte della nostra pratica militante quotidiana, anche in paesi come l’Argentina, dove integriamo il Frente de Izquierda con altri partiti trotskisti, e dove anche le nostre compagne sono riconosciute per aver posto le loro sedi nel Congresso Nazionale e nelle Legislature provinciali, una tribuna e un punto di appoggio per le lotte femminili e per i loro diritti.

Non siamo d’accordo nemmeno con le correnti populiste quando sostengono che l’organizzazione indipendente delle donne nella lotta per i loro diritti “minaccia” l’unità della classe operaia. Al contrario, sosteniamo che quando una donna è umiliata, violentata o discriminata dai suoi compagni, la classe operaia è più debole. Ma quando le donne lavoratrici prendono nelle loro mani le redini della lotta per i loro diritti, la classe degli sfruttati è più forte dinanzi ai suoi sfruttatori. Non è la nostra lotta contro il maschilismo che ci divide: è la classe dominante che promuove tali pregiudizi misogini, sessisti, omofobi e anche xenofobi, razzisti e nazionalisti per dividere gli sfruttati.

Le cifre della violenza contro le donne sono altissime, soprattutto contro le bambine e le donne giovani. A questa violenza psicologica, fisica, lavorativa, sessuale, dovrebbe esservi aggiunto anche il femminicidio che è una delle cause più importanti della morte delle donne. La maggioranza di questi crimini sono compiuti da uomini molto vicini alla vittima. È l’estrema conseguenza di una lunga catena di violenza che trova la sua radice nella società patriarcale e che è legittimata, riprodotta e giustificata attraverso lo stato capitalista e le sue istituzioni.

Per questo gridiamo: Basta violenza contro le donne! Non una di meno! Vogliamo vivere! Esigiamo dai governi l’attuazione di tutte le misure necessarie per mitigare le conseguenze della violenza machista e prevenire i femminicidi: rifugi per le vittime, permessi di lavoro che mantengano uguale il salario, sussidi che coprano le spese familiari per le donne disoccupate, accesso a prestiti per alloggi con tasso zero, ecc.

Se toccano una di noi ci organizziamo a migliaia, per questo incoraggiamo la creazione di commissioni femminili in tutti i luoghi di lavoro, nello studio e nei quartieri. Vogliamo mettere in atto movimenti di combattimento delle donne, indipendenti dallo stato e dai partiti politici del regime capitalista. È l’unica opzione che le donne devono affrontare per fermare la mano della violenza machista.

Diritto all’aborto libero, sicuro e gratuito!

In molti paesi le donne non hanno diritto a decidere quando e come essere madri. L’abolizione dell’aborto, tuttavia, non impedisce comunque questa pratica, che continua ad essere svolta in condizioni non sicure e clandestine, causando in molti casi la morte delle donne più povere. Coloro che sono fortunate e sopravvivono a questa drammatica situazione, di solito subiscono conseguenze irreparabili per la loro salute. E, nonostante non possiamo contare sul diritto all’aborto libero, svolto in condizioni igieniche e da personale medico adeguati, anche l’accesso ai contraccettivi rimane assai difficile.

Ma, mentre i nostri figli sono “un fastidio” per i datori di lavoro che non garantiscono zone di maternità in aziende e fabbriche, poiché fiutano di pagare oneri sociali di dover lasciare a casa le donne in gravidanza, il fatto è che attraverso la famiglia e lo Stato, la Chiesa e l’educazione ci dicono che non siamo “vere donne” se non siamo madri.

Per questo esigiamo zone di maternità gratuite e carico di datori di lavoro e dello Stato in fabbrica e negli stabilimenti lavorativi, durante le 24 ore. Pieni diritti per le donne lavoratrici in gravidanza e per le madri. Combattiamo inoltre questa educazione sessuale, per rivendicare anticoncezionali gratuiti per non abortire e l’aborto legale, sicuro e gratuito per non morire. Esigiamo infine la separazione totale della Chiesa dallo Stato.

Prima la donna lavoratrice!

La crescente femminilizzazione della forza lavoro, soprattutto nei posti più precari, di minore qualifica e stipendio più basso, insieme al mantenimento di forti condizioni di disuguaglianza, accentua la condizione di oppressione delle donne. Con salari inferiori rispetto a quelli degli uomini, peggiori condizioni e per lo più escluse dalle organizzazioni sindacali per combattere per i loro diritti lavorativi, le donne che lavorano sono uno dei settori più sfruttati della classe operaia mondiale. Allo stesso tempo esse sono vittime di molestie sessuali e morali anche sul posto di lavoro. Non hanno inoltre il diritto ad accedere ad un posto di lavoro o ad un lavoro migliore, semplicemente perché sono donne. La discriminazione comincia nello stesso tempo in cui gli uomini devono mostrare solo la loro formazione e l’esperienza per ottenere un lavoro, mentre le donne devono mostrare i loro corpi, dimostrare che non vogliono avere figli o nascondere la loro esistenza se li hanno, laddove una donna senza figli può essere sottoposta alle vessazioni più umilianti.

Questa oppressione si moltiplica nel caso di donne migranti: negli Stati Uniti, come nell’Europa centrale, le donne latinoamericane, africane, asiatiche o dell’Europa dell’est soffrono le conseguenze delle leggi sugli stranieri, la deportazione, la persecuzione politica, e le maggiori condizioni di sfruttamento nei peggiori lavori, mentre avanza l’estrema destra razzista e xenofoba.

Le donne dei popoli nativi dei paesi più poveri, le donne di colore in particolare, sono le più sfruttate e oppresse anche nei loro paesi. Le donne lesbiche e transessuali sono discriminate professionalmente, soffrono la persecuzione politica, istituzionale e l’esclusione sociale, anche se in alcuni paesi sono stati compiuti progressi tramite leggi contro la discriminazione, a favore del matrimonio egualitario e dell’identità di genere. Il problema è che l’uguaglianza davanti alla legge, in realtà, non è l’uguaglianza come principio dell’esistenza umana.

Proprio per questo, lottiamo per porre fine al lavoro precario e all’assunzione di tutte le lavoratrici e i lavoratori. Ovviamente a parità di lavoro, pari condizioni, pari diritti e stipendio. E anche pari opportunità di formazione e occupazione. Distribuzione delle ore di lavoro tra impiegati e non occupati, con lo stesso stipendio. Chiediamo inoltre anche la creazione di commissioni femminili in tutti i luoghi di lavoro e nelle organizzazioni sindacali. Basta con la discriminazione!

Ma il capitalismo, inoltre, se da un lato spinge le donne al lavoro produttivo, dall’altro non toglie loro la responsabilità del lavoro riproduttivo (fatto a casa) gratuito, raddoppiando così la loro giornata lavorativa. Sebbene nei paesi avanzati si registri una tendenza verso l’assunzione di lavoratrici domestiche da parte di altre famiglie lavoratrici, su scala globale il lavoro domestico non si elimina totalmente. Nei settori più impoveriti, così come nei paesi più arretrati e nelle campagne, il lavoro domestico si riversa quasi interamente sulle donne e sulle ragazze. Ma se il lavoro domestico non è retribuito è perché proprio in esso risiede una parte dei profitti dei capitalisti esentati quindi dal pagare i lavoratori per i compiti che corrispondono alla loro riproduzione quotidiana come forza lavoro (cibo, abbigliamento, ecc.); come anche il mantenimento della forza lavorativa considerata improduttiva per il capitale (casalinghe, classe lavoratrice disoccupata, la futura generazione di lavoratori o la generazione precedente già scartata per lo sfruttamento salariale). Incoraggiare e sostenere l’antica cultura patriarcale secondo la quale i lavori domestici sono “compiti naturali” per le donne, permette che la rapina dei capitalisti sia resa invisibile.

Sappiamo che l’oppressione patriarcale esiste fin da tempi remoti, addirittura molto prima dello sviluppo del sistema capitalistico. Tuttavia nessun altro sistema come il capitalismo ha saputo dare al patriarcato le attuali condizioni che gli han permesso non solo di esistere ma anche di rafforzarsi opprimendo milioni di donne in tutto il mondo e rafforzando nei ranghi lavorativi la presenza femminile costringendo molte donne ad allontanarsi da casa. Ecco perché non possiamo parlare di oppressione di genere senza parlare di sfruttamento di classe e in particolare sfruttamento rivolto alle donne.

Pan y Rosas sostiene che le donne e gli uomini che producono tutta la ricchezza che viene poi espropriata dai capitalisti sono i soli che possono porre fine a questo sistema di sfruttamento ed oppressione. E nella lotta contro lo sfruttamento, la classe operaia troverà un alleato in coloro che cercano di emanciparsi dal giogo dell’oppressione che pesa sul colore della loro pelle, sulla loro sessualità, sul loro genere, sulla loro etnia, ecc. Questa alleanza guidata dalla classe operaia è quella che può veramente uccidere il capitalismo, e non tanto la fiducia nei governi “alleati politicamente” guidati da quei settori “progressisti” che rappresentano gli interessi di altri settori della popolazione che vivono dello sfruttamento della nostra forza lavoro.

Per questo, riteniamo che è assolutamente di estrema importanza rompere le relazioni con i capitalisti, con il loro Stato, i partiti politici che difendono i loro interessi e con i rappresentanti della classe operaia che vivono sulle spalle dello Stato o dai capi reparto delle fabbriche (crumiri), che sanno solo tradire le lotte della classe operaia. Noi siamo decise, ci pronunceremo per l’indipendenza politica della classe operaia e incoraggeremo tutti i passi adottati a questo proposito.

La nostra lotta per l’emancipazione delle donne è parte, anche, della nostra lotta per costruire un partito rivoluzionario della classe operaia – in ogni paese e a livello internazionale – con un programma anticapitalista, operaio e rivoluzionario che conduca alla rivoluzione socialista per imporre un governo operaio che sia, a sua volta, una trincea nella lotta contro il capitalismo e tutte le sue forme di oppressione e sfruttamento.

Viva la lotta delle donne per la nostra emancipazione, per battersi per un’uguaglianza di condizioni di tutti gli oppressi e sfruttati, nel cammino della rivoluzione sociale!

Viva la rivoluzione sociale per gettare finalmente le basi di una liberazione definitiva delle donne e di tutta l’umanità dalle catene che ancora oggi ci opprimono!

Costruiamo il movimento internazionale delle donne Pan y Rosas!

 

(1)    Ci riferiamo in modo particolare all’Occidente, perché il processo di evoluzione sociale ed economica non è allo stesso livello nei paesi d’Oriente e dell’Africa.

    (2)    Nonostante la critica verso questi modelli di correnti femministe radicali, la maggior parte dei quali pongono lo scontro donne contro uomini, il periodo in cui si sono sviluppate è stato comunque oggetto di discussione sul fatto che la base dell’oppressione femminile trova un riscontro nell’appropriazione e nel controllo della capacità riproduttiva delle donne da parte degli uomini; se gli uomini sfruttano il lavoro non retribuito delle donne in tutti i settori sociali – compreso quello affettivo – e si appropriano del loro prodotto ecc. Le femministe socialiste, dall’altro lato, ispirandosi al metodo del materialismo storico e alle elaborazioni di Marx ed Engels, hanno sottolineato in questi dibattiti l’inestricabile rapporto attuale dell’oppressione patriarcale con il modo di produzione capitalistico, dove il lavoro domestico svolge un ruolo fondamentale nella riproduzione gratuita della forza lavoro.

    (3)    Le organizzazioni che comprendono la Frazione Trotskista – Quarta Internazionale sono Revolutionäre Internationalistische Organisation (RIO) della Germania; Partido de los Trabajadores Socialistas (PTS) dell’Argentina; Liga Obrera Revolucionaria por la Cuarta Internacional (LOR – CI) della Bolivia; Movimento Revolucionario de Trabalhadores (MTR) del Brasile; Partido de Trabajadores Revolucionarios (PTR) del Cile; Clase contra Clase (CcC) della Spagna; Left Voice degli Stati Uniti; Courant Communiste Revolutionnaire (CCR) della Francia; Movimiento de los Trabajadores Socialistas (MTS) del Messico; Liga de Trabajadores por el Socialismo (LTS) del Venezuela e FT – CI in Uruguay.

Pan y Rosas

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