Il giovane Patrick Zaky è stato condannato dalle autorità egiziane, dopo 140 giorni di detenzione, ad altri 45 giorni di carcere con l’accusa pre-processo di “diffusione dell’omosessualità nel paese”. Uno degli innumerevoli casi di repressione feroce degli oppositori politici.


Il 13 luglio è stato il 158° giorno di prigionia di Patrick Zaky nelle carceri del regime egiziano. Nonostante i vari ritardi delle udienze, lo scorso 5 luglio il tribunale ha rinnovato di altri 45 giorni la detenzione del giovane studente.

È la tattica del Tadwir (rotazione), di cui avevamo già parlato in un nostro precedente articolo, che permette alle autorità giudiziarie del paese di rinnovare di periodi più o meno brevi giorni la detenzione.

Patrick è accusato di sovversione contro lo Stato egiziano e partecipazione a gruppi terroristici volte alla destabilizzazione del paese.  Molto facile, nell’Egitto di oggi, essere accusati di tali reati, soprattutto se si è attivisti politici o dei diritti umani.

Lo scorso 21 giugno Patrick ha scritto una lettera alla sua famiglia nella quale chiedeva se, in questo difficile momento, tutti stessero bene e che il virus non avesse colpito nessuno dei suoi cari.

Poche parole che probabilmente potevano esser di più se non fosse per lo stretto controllo che il regime egiziano esegue in qualsiasi cosa possa uscire dalle infernali carceri egiziane.

Cari, sto bene e in buona salute, spero che anche voi siate al sicuro e stiate bene. Famiglia, amici, amici di lavoro e dell’università di Bologna, mi mancate tanto, più di quanto io possa esprimere in poche parole. Spero che stiate tutti bene e che la Corona non abbia colpito nessuno dei nostri cari […]Un giorno sarò libero e tornerò alla normalità, e ancora meglio di prima.

Lettere che non sempre arrivano e, se arrivano, sono a caro prezzo. È successo alla famiglia dell’attivista Alaa Abdel Fattah che, per ricevere la tanto attesa lettera del figlio incarcerato, ha dovuto prima subire le botte da parte di alcune donne assoldate dal regime e poi l’arresto della figlia Sanaa -ora in carcere.

Tutto nella norma secondo il regime egiziano il quale, ogni volta che si macchia dell’ennesimo crimine nei confronti di chi lotta per i propri diritti, fa partire la macchina del fango contro le vittime. È stato così per Patrick, accusato di voler diffondere in Egitto l’omosessualità, è successo contro la famiglia Souief-Abdelfattah, la quale è stata accusata di aver poco rispetto per le autorità giudiziarie.

Intanto, aumentano i casi di Covid-19 all’interno delle carceri che, dopo la morte di un secondino, sono aumentati a dismisura. Molte sono state le denunce da parte della società civile che accusa il regime di denigrare un possibile contagio di massa tra i prigionieri e impedire le cure agli stessi.

Il Coronavirus ha mietuto le prime vittime tra i prigionieri. La più grave e scandalosa quella del giornalista Mohammed Munir, arrestato circa un mese fa e accusato di attentare alla sicurezza nazionale dopo aver criticato su Al-Jazeera il regime egiziano.

Dall’inizio di marzo tutti i contatti tra i detenuti e le famiglie sono stati vietati, come sono stati vietati l’ingresso dei medicinali.

La famiglia di Zaky e i suoi legali hanno denunciato più volte l’impossibilità di far entrare i farmaci. Il giovane soffre di asma bronchiale e un possibile contagio potrebbe mettere a repentaglio la sua vita.

È quello che sta succedendo al cittadino canadese di origine egiziana, Yasser Ahmed Albaz, che da più di un anno è rinchiuso, senza alcun capo di accusa, nel carcere di Tora e per il quale, stando a quanto riportato dalla famiglia, ha contratto il Covid-19 e nessuno ha fatto sapere le sue condizioni di salute.

Il silenzio è la tattica preferita del regime egiziano. Lo è Atato -e lo è ancora-, per la tortura e l’omicidio di Giulio Regeni con l’assenso del governo italiano e lo è con i prigionieri e le loro famiglie.

Tuttavia, nonostante l’alto grado di repressione del regime, le voci di dissenso in Egitto sono vive e continuano a rivendicare i loro sacrosanti diritti, siano essi civili che economici.

È il caso degli operai della zona industriale a Burj al-Arab che hanno indetto uno sciopero selvaggio dopo che l’azienda ha negato loro il pagamento degli stipendi arretrati.

Le voci dei medici in prima linea contro il Covid-19 che, nonostante le ripetute negazioni da parte degli apparati di informazione del regime, stanno denunciando l’assenza di dispositivi di protezione e subendo l’ennesima ondata di arresti da parte delle forze di sicurezza del regime.

Si moltiplicano le voci, infine, di una sempre più attiva diaspora che dall’Europa agli Stati Uniti lancia campagne di sensibilizzazione sulle azioni del regime. In questo caso, se il controllo securitario viene meno -anche se gli occhi di ambasciate e consolati del paese sono sempre vigili- sono le famiglie degli attivisti a pagarne le conseguenze.

Dopo aver denunciato l’ex primo ministro, Hazem al-Beblawi -ora rappresentante del governo egiziano presso il FMI- la famiglia dell’attivista Mohammed Sultan è stata vittima di due irruzioni da parte delle forze di sicurezza e fatto sparire tre cugini di Sultan a Monufiyya, altri due nella città di Alessandria. Tutti sono accusati di attentare alla sicurezza nazionale e di diffusione di notizie false.

Sì, l’Egitto di oggi sembra non lasciar scampo a chiunque si opponga con tutti i mezzi al regime sanguinario di al-Sisi, ma sarebbe un grave errore non tener conto di quanto sta accadendo oggi nel paese.

All’occhio dei molti analisti occidentali, l’Egitto è quel paese stabile e forte nel controllo della sua sicurezza interna. La situazione reale è tutt’altra, e il magma ribolle sotto la superficie.

Il 2011, o meglio ciò che precede la rivoluzione del 25 gennaio, non era nient’altro che l’esplosione di quelle contraddizioni sociali accumulate dopo anni di repressione, tagli ai salari e ai servizi di assistenza sociale che hanno portato milioni di egiziani nelle piazze di tutto il paese.

 

Mat Farouq