Nell’editoriale dell’ottavo numero di Egemonia abbiamo illustrato come l’imperialismo statunitense ed europeo abbia avuto un ruolo determinante non solo nel sostenere Israele nella sua campagna genocida contro il popolo palestinese dopo il 7 ottobre. Questo non solo per l’influenza delle cosiddette “lobby ebraiche”, ma nella misura in cui l’entità sionista rappresenta “la testa di ponte dell’imperialismo occidentale in terra araba”. Un compito storico che Israele ha assunto soprattutto a partire dal 1967 dopo la debacle araba nella Guerra dei Sei Giorni.

A distanza di vari mesi da quello scritto, ci ritroviamo oggi in un contesto che non solo non è cambiato, ma che, proprio per mano dell’imperialismo occidentale, presenta un nuovo “piano di pace” per Gaza che riflette plasticamente i progetti imperialisti nella regione.
Un piano articolato in venti punti, con l’obiettivo dichiarato di avviare una transizione di governo e la ricostruzione della Striscia dopo la sua devastazione da parte delle forze armate sioniste, ma che al contempo mostra come l’impianto securitario dell’intera area rimanga saldamente nelle mani israeliane, con il beneplacito degli Stati arabi del Golfo — in primis Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti — oltre che di Egitto, Giordania e, sebbene non sia un paese arabo, Turchia.


L’allineamento dei paesi arabi non sorprende, poiché il piano di pace non solo li solleva da ogni responsabilità diretta nel conflitto e li protegge da un’esposizione militare di fronte a Israele (come nel caso del bombardamento del Qatar), ma conferma, semmai ce ne fosse bisogno, la persistente dipendenza di questi attori dall’imperialismo occidentale. Tale dipendenza, evidente per paesi come Egitto, Siria e Giordania, rappresenta al contempo una leva strategica anche per le ricche monarchie del Golfo. Queste ultime, pur godendo di una notevole autonomia economica, restano legate a doppio filo all’Occidente, sebbene gli Stati Uniti non siano più il loro principale partner energetico. Tale trasformazione ha rafforzato il vincolo politico e tecnologico tra le monarchie del Golfo e l’imperialismo occidentale, consolidando un modello di dipendenza che si manifesta soprattutto nei progetti di diversificazione economica e nello sviluppo del settore tecnologico (si vedano, ad esempio, gli accordi tra l’amministrazione Trump e l’Arabia Saudita). In tale contesto, appare sempre più evidente la progressiva apertura dei paesi arabi non solo verso l’Occidente, ma anche verso Israele stesso.

L’obiettivo ultimo della strategia trumpiana nella regione è portare a compimento, almeno tra i principali partner del Golfo, il processo di normalizzazione delle relazioni con Israele. A oggi, uno degli ultimi tasselli di questa operazione è rappresentato dall’Arabia Saudita e dal principe ereditario Mohammed bin Salman. Una normalizzazione tra Riyadh e Tel Aviv segnerebbe un salto di qualità soprattutto rispetto ai precedenti accordi con Bahrein, Sudan e Marocco, aprendo a un’integrazione israeliana nei mercati arabi, a una cooperazione militare più stretta e alla costruzione di un nuovo assetto securitario regionale sotto egemonia israeliana. In questo senso la ‘buona pratica’ è rappresentata dagli Emirati Arabi che forse più di tutti hanno implementato la normalizzazione a suon di investimenti finanziari nell’entità sionista oltre che stringendo accordi militari, soprattutto per lo sviluppo di una propria industria militare a tecnologia aiutati da Israele. 

Alla posizione araba si aggiunge quella europea. Gli stati UE, messi alle strette dalle azioni di Netanyahu e apparentemente incapaci di portare avanti una propria posizione politica, si sono accodati quasi acriticamente alle mosse di Trump. Molti dei rappresentanti dei paesi europei si sono riversati nel resort di Sharm al-Shaykh ad applaudire la pace di Trump. Questo non significa, come hanno descritto molti, che vi è di fatto una subalternità europea agli Stati Uniti. Lo stesso “piano Trump” è stato il risultato della proposta franco-saudita presentata alle Nazioni Unite nel settembre 2025, con la quale converge in particolare sulla fase di transizione politica, soprattutto per quanto riguarda il dispiegamento di una forza internazionale di interposizione e il ruolo centrale attribuito all’Autorità Palestinese in un possibile futuro governo di Gaza.

Manifestazione pro-Palestina al Trump Building di New York, il 19 marzo 2025

Il piano Trump, in questo senso, rappresenta l’ennesima occasione per l’imperialismo per accaparrarsi e spartirsi i dividendi della “pace” -leggasi ricostruzione di Gaza. Soprattutto rappresenta un momento per l’Europa per allentare le pressioni che arrivano da un’opinione pubblica sempre più intollerante verso le politiche di sterminio israeliane. In questo senso l’accettazione dei paesi europei sembra essere l’unica via di fuga e far rientrare l’ampia mobilitazione.

A completare il quadro vi sono i più recenti sviluppi politico-diplomatici sul piano internazionale, in cui il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione per l’avvio della seconda fase del piano Trump, ossia la securitizzazione della Striscia. Ciò che merita particolare attenzione sono le posizioni assunte da Russia e Cina che, attraverso la loro astensione, hanno di fatto consentito l’adozione del piano. Lungi dal mettere in discussione il ruolo e la posizione di Israele nella regione — anche in funzione della tutela dei propri interessi — entrambi gli attori hanno sostanzialmente avallato il progetto statunitense, interpretandolo come un elemento di stabilizzazione securitaria regionale potenzialmente vantaggioso anche per loro.

Sul piano generale, il piano Trump deve essere letto all’interno di una dinamica più ampia e in relazione al progetto politico del Tycoon, che vede gli Stati Uniti riproiettare la loro attenzione sul continente americano (si veda Venezuela) e tenere sempre alta l’attenzione nello scontro con la Cina. In questo senso Gaza, così come i tentativi di dialogo con Putin per l’Ucraina, devono essere letti come un tentativo di sedare le tensioni e impegnare maggiori sforzi sui quadranti geopolitici più importanti per il progetto Trump.

L’UE tra approfondimento delle tendenze alla crisi, caos trumpiano e riarmo

In questo contesto l’Europa si ritrova in una posizione scomoda rispetto alle dinamiche geopolitiche che pongono al centro lo scontro USA-Cina, soprattutto alla luce della perdita, non assoluta, dell’egemonia da parte degli USA all’interno del contesto internazionale. L’appoggio incondizionato degli Stati Europei al piano Trump per Gaza, compresi coloro che avevano dimostrato una certa ostilità politica nei confronti di Trump è anche legato alle dinamiche di cui sopra e che si legano a doppio filo con le relazioni commerciali e finanziarie degli Stati Uniti sotto la presidenza Trump, su tutte l’imposizione di dazi commerciali e le politiche di riarmo europeo. 

Le politiche dei dazi devono essere analizzate alla luce dello scontro con il colosso asiatico che, pur non registrando più gli stessi indicatori di crescita economica del passato, rappresenta ancora il principale rivale globale degli Stati Uniti. L’Europa, in questo contesto, rimane al centro della competizione tra Washington e Pechino, data la profonda dipendenza economica e commerciale che la lega agli Stati Uniti, in particolare per quanto riguarda le esportazioni — ciò vale in particolare per Italia e Germania. I dazi imposti da Washington assumono dunque il valore di strumenti di pressione per spingere l’Unione Europea a distanziarsi definitivamente dalla Cina.

Un ulteriore riflesso dell’approfondimento delle tendenze alla crisi dell’egemonia statunitense si manifesta anche nelle politiche militari. Donald Trump, in più occasioni, ha definito gli europei “parassiti” o “scrocconi”, affermando apertamente ciò che gli Stati Uniti cercano di far intendere da anni, sebbene con toni più diplomatici: non possono più fungere da “guardiani degli interessi imperialisti” su scala globale. È in questa cornice che vanno lette le politiche di riarmo europeo, nate su esplicita richiesta di Washington, che sollecita gli alleati ad aumentare le spese militari e a difendere direttamente i propri interessi, in particolare in Ucraina.

Il massiccio programma di riarmo dell’Unione Europea — stimato in circa 800 miliardi di euro — rappresenta il tassello successivo del mosaico di questa fase del capitalismo, in cui, di fronte alla crisi della potenza egemonica, la guerra torna a occupare una posizione centrale. Ma non è tutto. La strategia di riarmo dell’UE è strettamente connessa a quella degli Stati Uniti: se questi non intendono più assumersi il ruolo di “poliziotto degli interessi imperialisti”, il riarmo europeo funge da moltiplicatore della capacità d’azione occidentale. Non si tratta, dunque, di difendere l’Europa da una improbabile invasione russa, bensì di consolidare un apparato militare capace di tutelare gli interessi europei in Ucraina e nell’Europa orientale, contribuendo nel contempo alla costruzione di un fronte comune contro l’asse russo-cinese. In tal senso Stati Uniti e Unione Europea appaiono oggi più convergenti che mai.

A trarne vantaggio, però, sarebbero in primo luogo proprio gli Stati Uniti. Da un lato, infatti, scaricherebbero sull’Europa l’onere della difesa dei teatri “europeo-orientali”; dall’altro, si garantirebbero enormi profitti attraverso la vendita di forniture militari alle forze armate europee. Tuttavia, tali politiche avranno conseguenze drammatiche: esse produrranno un’ondata di tagli senza precedenti alle politiche sociali dei paesi europei. Un primo segnale arriva già dall’Italia, dove la bozza della legge di bilancio lascia intravedere una riduzione della spesa pubblica con gravi ripercussioni sulle classi lavoratrici.

Il ritorno del conflitto sociale in Italia

Nel panorama internazionale descritto fin qui, per una volta, è stata l’Italia ad essere stata investita da una straordinaria ondata di mobilitazioni che, come osserva Gianni Del Panta nel suo contributo, rappresenta per la prima volta dopo decenni un esempio da seguire. Spinte dall’azione di settori strategici come i portuali dei principali hub commerciali, che si oppongono al traffico di armi destinate a Israele, le mobilitazioni tra la metà di agosto e l’inizio di ottobre di quest’anno hanno conosciuto un salto qualitativo e quantitativo notevole. La questione palestinese ha avuto un ruolo centrale in questa crescita, grazie anche alla convergenza tra i portuali e l’iniziativa della Global Sumud Flotilla.

Il punto di svolta è arrivato quando i portuali di Genova hanno rilanciato la parola d’ordine “Blocchiamo tutto”, che ha trovato un’eco ampia in diversi settori sociali e sindacali. Tale dinamica ha portato allo sciopero del 22 settembre, indetto dall’USB e sostenuto — in rottura con la burocrazia sindacale — da ampie componenti di base della CGIL. Quella giornata ha visto in piazza decine di migliaia di persone e ha fatto da catalizzatore per le mobilitazioni successive: lo sciopero nazionale unitario del 3 ottobre (sindacati di base e CGIL) e la grande manifestazione contro il genocidio del 4 ottobre.

Manifestazione nazionale per la Palestina il 4 ottobre 2025

Un ruolo altrettanto importante è stato giocato dal movimento studentesco, capace di legarsi alle parole d’ordine dei portuali e di promuovere un’intensa attività di mobilitazione all’interno degli atenei. In diversi casi, queste iniziative si sono tradotte in campagne per interrompere le collaborazioni con le università israeliane, contro la militarizzazione degli spazi universitari e contro le partnership con l’industria bellica. Temi che si intrecciano direttamente non solo con la questione palestinese, ma anche con le politiche interne del governo Meloni. Quest’ultimo, allineato alla linea di Donald Trump, ha mantenuto una posizione distaccata rispetto ad altri governi imperialisti — come Francia e Regno Unito — che hanno riconosciuto lo Stato di Palestina, rispondendo invece con la repressione alle mobilitazioni studentesche. Arresti, perquisizioni e atti di censura, come la cancellazione di eventi sul genocidio in corso — emblematico il caso del liceo Righi di Roma, dove la pressione di parlamentari della Lega ha imposto l’annullamento di un dibattito — si sono moltiplicati. Gli studenti hanno reagito con occupazioni e forme di resistenza, spesso fronteggiando minacce istituzionali e aggressioni di gruppi fascisti.

Queste mobilitazioni hanno reso l’Italia un punto di riferimento nella lotta per la Palestina in Europa, stimolando movimenti analoghi in Spagna, Francia e Germania. Tuttavia, nonostante il successo delle iniziative e la forte partecipazione, la mobilitazione appare oggi frammentata e priva di un coordinamento unitario, che tuttavia può essere rilanciata proprio  della pubblicazione della manovra finanziaria e della prosecuzione del genocidio a Gaza.

Ritorniamo a dibattere di strategia? Un contrappunto con Jacobin su movimento e partito

La necessità di unire le forze contro il riarmo e contro il genocidio è evidente, ma molte delle ricette politiche proposte restano autoreferenziali e prive di una strategia complessiva capace di rovesciare i rapporti di forza. In un recente articolo su Jacobin, Giulio Calella si è chiesto: “Come costruiamo mobilitazioni grandi ed efficaci, ora che lo sciopero — convergente — è tornato a essere uno degli strumenti più importanti nelle nostre mani?”. Una domanda cruciale, alla quale tuttavia non è stata data, a nostro avviso, una risposta adeguata.

Riprendendo una riflessione di Euronomade su alcune osservazioni al volume di Rodrigo Nunez (2025), Calella si muove verso una critica dell’organizzazione partitica, proponendo invece una non meglio definita “organizzazione dal basso”. In questo, torna con forza l’eco delle parole di Daniel Bensaïd sul “socialismo reale” e sulla tendenza della sinistra radicale a centrare le sue elaborazioni politiche più sulla discolpa dalla degenerazione statalista sovietica, che sulla rivoluzione socialista. Calella arriva persino a invocare una sorta di “igiene mentale” che ci liberi dal peso del partito politico, in favore di un modello orizzontale e spontaneo di organizzazione, il quale sarebbe più adeguato alla complessità e alla molteplicità della soggettivazione politica nella contemporaneità neoliberale. “Bisogna partire dalle premesse e non dalle conclusioni” — scrive Calella citando Nunez.

Come abbiamo visto con il recente “Blocchiamo tutto” – ma anche e soprattutto in occasione di processi più ampi come le Primavere Arabe (Del Panta et al. 2021) – mobilitazioni di massa capaci di porre il problema di un ribaltamento dei rapporti di forza in senso anti-capitalista non avvengono come prodotto di una confluenza progressiva e consensuale di soggettività di movimento. In effetti, tali congiunture hanno come premessa l’accumulo di lotte e vertenze disparate, mentre negli ultimi decenni si sono espresse soprattutto come proteste ‘moltitudinarie’. Tuttavia, esse segnano passaggi qualitativi nella misura in cui vedono l’azione indipendente di settori di avanguardia, a partire da posizioni di classe strategiche – come i portuali di Genova, Livorno ecc. – o politicamente avanzate, come il collettivo GKN, in grado di catalizzare attorno alle proprie parole d’ordine fasce importanti di lavoratori, studenti e classi popolari.

L’esigenza del partito è quindi quella di rafforzare l’organizzazione, il coordinamento e il profilo politico indipendente di questi settori anti-capitalisti d’avanguardia. L’obiettivo è quello di raggiungere la massa critica necessaria affinché “brecce” (Del Panta 2025) come la mobilitazione per la Palestina dello scorso settembre-ottobre possano diventare momenti di accumulo di forze rivoluzionarie, se non di vera e propria rottura.  Il rischio, altrimenti, è lasciare gioco facile alle strategie di recupero della classe dominante, quindi all’opera di passivizzazione dei suoi apparati politico-ideologici e delle grandi burocrazie sindacali (Frazione Internazionalista Rivoluzionaria 2025). Certo, pur dovendo sgomberare il campo da ogni deriva movimentista, un simile obiettivo non può essere perseguito mediante opzioni che puntino, da un lato, a un assorbimento neo-riformista dei processi di lotta (Turci 2022), e, dall’altro, alla costruzione di organizzazioni identitarie e rigidamente top-down. In quest’ultimo caso, avrebbero ragione Calella e Nunes nel sostenere l’obsolescenza della forma-partito.

Manifestazione per la Palestina a Genova che ha portato al blocco del porto il 22 settembre 2025

Al contrario, lo scopo dell’organizzazione politica dovrebbe essere tanto quello di formare quadri per emergere chiaramente con una prospettiva di indipendenza di classe e superamento del capitalismo, quanto quello di mettersi al servizio della costruzione e della generalizzazione di forme di coordinamento dal basso e di auto-organizzazione, nel fuoco delle mobilitazioni e in preparazione ad esse. Una combinazione che la generica “area” da GKN all’ARCI auspicata da Calella come prospettiva più attuale rispetto al partito può certo incarnare.

Non finiremo mai di ribadirlo: se è vero che il sostegno moltitudinario di cui ha goduto GKN ha avuto un ruolo positivo nel dare continuità alla vertenza, il limite della stessa è stata la sua incapacità di allargarsi in maniera organizzata ad altri luoghi di lavoro; certo, in buona parte, come prodotto di cause ‘oggettive’, ma anche per l’assenza di un orientamento strategico verso la classe lavoratrice delle soggettività disparate che hanno animato il movimento “Insorgiamo”. D’altro canto, l’esistenza di un’esperienza come quella del collettivo di fabbrica ha origine negli sforzi di un piccolo gruppo politico marxista organizzato attorno al sito Marxpedia.org , di cui Dario Salvetti era principale esponente, che alla fine degli anni 2010 si è coscientemente e attivamente posto il problema del radicamento in un settore strategico della classe lavoratrice come il metalmeccanico. Analogamente, il CALP è nato per l’iniziativa di un gruppo di portuali, ma al contempo militanti comunisti, che dopo le manifestazioni di piazza dell’ottobre 2011, hanno deciso di costruire un collettivo politico dei lavoratori dello scalo genovese. Immaginatevi quale sarebbe stato l’impatto del “blocchiamo tutto” se il modello di GKN e del CALP avessero avuto un livello di generalizzazione e coordinamento superiore rispetto a quello attuale, grazie a un progetto sistematico e organizzato di radicamento nella classe lavoratrice che solo un’organizzazione partitica potrebbe portare avanti.

Nunes, quindi, non ha torto a osservare che nell’ultimo decennio la forma standard assunta dai movimenti è stata l’accampata, e non più l’assemblea. Tuttavia, lungi dal rappresentare un cambio qualitativo nella logica della lotta di classe e del conflitto sociale, tale situazione è il portato di una debolezza soggettiva delle cui cause storiche, sociali e politiche abbiamo già scritto (rimandiamo al primo numero di Egemonia), ma la cui radice ideologica è un atteggiamento che porta a ‘risolvere’ le difficoltà ad elaborare una strategia anticapitalista… Dichiarando la fine dell’esigenza di elaborare una strategia.

In una fase in cui quello che manca non sono certo le aree larghe e plurali di movimento, crediamo che l’aspetto strategico chiave sia, con buona pace di Calella, la costruzione di un piano politico organizzato e indipendente dei settori anti-capitalisti di avanguardia. Rimane però evidentemente aperto il dibattito rispetto a come questa prospettiva possa darsi concretamente e sulle forme con cui le avanguardie possano trovare un terreno pratico per estendere il raggio della loro influenza a livello di massa – il problema del “fronte unico”, sul quale abbiamo provato ad elaborare nei nostri articoli sulla recente fase in Italia (FIR 2025).

I contenuti di Egemonia#9

Nell’ottica di affrontare vari nodi menzionati fin qui, il presente numero di Egemonia propone una serie di contributi originali. Il primo, di Gianni Del Panta, analizza le recenti mobilitazioni in Italia e in Europa attraverso la lente del testo di Rosa Luxemburg Lo sciopero di massa, il partito e i sindacati, centrale per affrontare il rapporto tra lotta economica e lotta politica, tra spontaneità ed organizzazione, qui appena richiamato. Il secondo testo, firmato da Laura Colli, affronta la crisi climatica nel quadro della lotta contro il sistema capitalistico, sottolineando la centralità della lotta di classe nei movimenti ecologisti, ma anche – di converso – l’importanza di una prospettiva ecologista per il superamento del capitalismo, un messaggio che viene lanciato a partire da un ingaggio critico con le principali teorie dell’economia ecologica ed eco-socialiste contemporanee. Segue un articolo tradotto da Left Voice, giornale gemello de La Voce delle Lotte negli Stati Uniti, che analizza la nuova fase del trumpismo tra ristrutturazione del sistema bipartitico e crescente autoritarismo all’interno della potenza chiave per gli equilibri capitalistici globali. Chiude il numero una recensione del volume di Kevin Ochieg Okoth Red Africa. Questione coloniale e politiche rivoluzionarie, un testo molto importante, non privo però di ambiguità, in una fase in cui la lotta internazionale per la liberazione della Palestina e decine di movimenti di massa nel sud globale ripropongono il tema del rapporto tra anti-imperialismo e socialismo.

 

Redazione Egemonia

 

Questo articolo fa parte del numero 9,  novembre 2025, della rivista Egemonia.  

 

Bibliografia

Calella G (2025) “La convergenza dell’equipaggio di terra”. Jacobin. Disponibile a: jacobinitalia.it/la-convergenza-dellequipaggio-di-terra/.

Frazione Internazionalista Rivoluzionaria (2025) “Contro la finanziaria dei tagli e del riarmo rilanciamo il movimento con un grande sciopero generale”. La Voce delle Lotte. Disponibile a: lavocedellelotte.it/2025/10/27/contro-la-finanziaria-dei-tagli-e-del-riarmo-rilanciamo-il-movimento-con-un-grande-sciopero-generale-unitario-il-28-novembre.

Nunez R (2025) Né verticale, né orizzontale. Per una teoria dell’organizzazione politica. Roma: Alegre.

Del Panta G, Lodi L e M Giampaolo (2021) “2011-2021: La Primavera Araba e lo spettro della rivoluzione sociale”. La Voce delle Lotte. Disponibile a: lavocedellelotte.it/TheVoiceOfFights/wp-content/uploads/2021/01/Opuscolo-Primavere-Arabe-formato-Online.pdf.

Turci G (2022) La via governista al potere: perché il neo-riformismo non può vincere. Egemonia n° 4. Disponibile a: lavocedellelotte.it/2022/12/10/la-via-governista-al-potere-perche-il-neoriformismo-non-puo-vincere.

Giornale militante online fondato nell'aprile 2017.
Sito informativo della Frazione Internazionalista Rivoluzionaria (FIR).